ARLINGTON ROAD - L'INGANNO

(Arlington Road )

di Mark Pellington
TRAMA

Un docente di storia, vedovo di un'agente FBI, comincia a sospettare che i vicini di casa, una apparentemente tranquilla coppia con figlio a carico, siano terroristi.


RECENSIONI

Nella prima inquadratura un bambino cammina, come un fantasma, per Arlington Road. Jeff Bridges, un mite professore, lo soccorre. La musica insistente sovrasta il caotico accavallarsi di voci. Poi i titoli di testa, molto "à la page" (ricordano quelli di "Seven" e di altri thriller postmoderni). Inizia così il robusto, coinvolgente thriller di Mark Pellington, qui alla sua seconda regia (anche se questo è il suo primo film giunto da noi), interpretato da due tra i maggiori attori americani viventi (Jeff Bridges e Tim Robbins) . Il regista dimostra di conoscere il cinema americano degli anni settanta, di aver visto milioni di volte i  "Tre giorni del Condor" e gli altri film del periodo, tutti segnati dagli avvenimenti che sconvolsero quell'epoca (dal Watergate in giù). Il protagonista, coscienza critica di un'America che sembra non voler guardare in faccia la realtà, che vuole essere rassicurata dall'individuazione di capri espiatori unici e facilmente punibili, non crede che dietro ad esplosioni ed attentati (nel film si parla di quello all'edificio Roosvelt, doppio cinematografico di quello tragicamente reale di Oklahoma City) ci sia solo la follia di un singolo individuo. Michael Faraday non si sente al sicuro, crede, già prima di sospettare del vicino di casa, che dietro ogni violenza distruttiva ci sia un'organizzazione occulta, sovversiva, parafascista. Paranoico? Tutti, compresi gli amici dell'FBI, credono di si. Sospetteranno di lui fino alla tragica fine, rimarranno vittime della loro stessa incapacità. Tutti, dice il professore "vogliono un nome e lo vogliono in fretta perché ciò dà sicurezza". Figlio di Woodward e Bernstein, Michael non accetta una realtà fittizia e, uomo troppo morale in un paese che vuole dimenticare in fretta, pagherà in prima persona questa voglia spregiudicata di verità. Oltre ad essere abile manipolatore delle informazioni diegetiche (e dunque abile nel creare suspence), Pellington ci descrive, con indubbia efficacia, il luogo e le menti in cui nascono l'odio e la folllia, collocando il terrorismo là dove meno ce lo aspetteremmo, nella placida ed anonima vita di provincia, nella classica famigliola americana. Il ritmo è fin troppo incalzante (molte situazioni potevano essere colte meno in superficie) ma, dalla tanto bistrattata Hollywood contemporanea, non possiamo che accogliere con letizia un film che ha il coraggio di essere davvero inquietante, oltre che divertente. Con un finale che non scioglie o attenua le tensioni. Anzi, le accresce...

Manuel Billi
Voto: 8



Ciò che turbò di più l'America, dopo l'attentato terroristico di Oklahoma City, fu scoprire che ad idearlo non furono dei fanatici islamici "senza volto" ma dei bianchi americani del ceto medio. Il film di Mark Pellington soffia sulla brace: l'Unabomber (il più famoso "bombarolo" statunitense) di turno potrebbe essere un vicino di casa qualsiasi, magari sposato e con prole, non uno psicopatico solitario ma inserito all'interno di un'organizzazione molto efficiente. L’opera è ingannevole come il personaggio interpretato da Tim Robbins, in quanto non si vuole porre come un qualsiasi thriller di genere, pare voler analizzare a fondo il fenomeno, non costringerlo nel manicheismo e nella semplificazione. Ma, alla fine, si accontenta dell'allarmismo. La sceneggiatura di Ehren Kruger, in modo troppo forzato, sceglie come protagonista un professore che studia i movimenti sovversivi (si poteva giocare sull'ambiguità dei suoi sospetti, figli magari della gelosia verso il rapporto che il figlio sta stringendo con i vicini), vedovo di un'agente dell'Fbi (alla luce del finale, un altro artificioso elemento "fortuito"), costretto (in realtà s'impiccia in modo incredibile) ad affrontare in prima persona l'oggetto delle proprie appassionate lezioni universitarie. Quando il "nemico" getta la maschera, però, ha il solito volto del villain spicciolo, affabile non in quanto persona "normale" con delle idee estremiste (mai esposte, sempre lasciate sul generico) ma solo perché diabolico impostore. I suoi "compagni" (alla festa) hanno gli occhi freddi come il ghiaccio, il cuore non è di stanza nei paraggi. È un espediente comodo, utilizzato in molti thriller d'azione, ma qui si contraddice proprio la premessa, l'idea portante di tutta l'inquietudine: "Non trovare delle soluzioni facili per liquidare gli atti terroristici". Una volta compreso che il "prendersi sul serio" di sceneggiatura e regia ha il solo fine di giocare con il clima di sospetto e la tensione, non resta che gustarsi la bravura degli interpreti, il talento tecnico/espressivo della regia (ne è prova la potente sequenza d'apertura, molto abile nel giocare con i dettagli, il commento sonoro, il montaggio), l'idea del beffardo finale-shock, abbastanza insolito per Hollywood.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6.5




BilliRangoni Machiavelli
8 6.5

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