STRADE PERDUTE

(Lost Highway )

di David Lynch
TRAMA

Fred Madison, sospettando il tradimento, uccide la moglie, ma non reggendo alle conseguenze interiori del suo atto tenta di immaginarsi un’altra esistenza: in questa fuga psicogena è un uomo più giovane che incontra una donna che, a differenza della moglie, lo vuole sempre accanto a sé. Ma Fred è talmente amareggiato e depresso che anche questa vita immaginaria prende una piega inquietante, trasformandosi in un nuovo incubo.


RECENSIONI

Lynch riafferma il diritto all'allucinazione, al delirio in celluloide e scaglia contro gli spettatori questo oggetto pauroso e inafferrabile, un viaggio nelle tenebre senza punti cardinali, un'opera decostruita che segue un itinerario straordinariamente coerente nella sua sfrenata libertà immaginativa.
Un concentrato di sospensione e angoscia  sono i primi quaranta minuti, di valore assoluto: la casa dei protagonisti, che non ha più niente di familiare o rassicurante, diviene labirinto mentale minaccioso e oscuro. Gli interni, inquadrati diagonalmente e quasi mai frontalmente, si fanno opprimenti: Fred annega in un'oscurità densa; le scene, separate da perentorie dissolvenze, si macchiano di indefinito; le parole stesse si intorbidiscono.

In Fred il (bi-)sogno prende forma e, confondendosi con la realtà, si traduce in incubo materico: Pete, il giovane che prende il suo posto nella prigione, è una proiezione del marito tradito? Una sua creazione onirica? La chimera della giovinezza perduta? Un'altra persona? Il protagonista di un altro film?
Sulla sottile linea grigia che divide Vero e Desiderio la trama si sfalda, la coerenza si sbrindella, i significati appassiscono, si tocca il Mistero. Le strade si perdono, ogni spettatore seguirà la propria e se il film si ricompone, pervenendo la fine al momento dell'inizio - Dick Laurent is dead, l'asfalto di una corsa notturna, le strisce della mezzeria illuminate dai fari (col senno di poi: i titoli di coda di un decennio) - il puzzle manca sempre di qualche pezzo. Nessun finale conciliatorio o volgarmente risolutore dunque, solo un groviglio di interrogativi appuntiti nel pugno: il senso latita, lo si sfiora soltanto, svapora in un istante come il lucore di una sigaretta nel buio.

Il suono è potentemente evocativo, l'immagine è pura, tagliente come una lama, e trasuda un'atmosfera di oscura minaccia, fatta di miraggi e di ombre, in cui non si intrecciano diversi livelli temporali, ma tutti gli eventi paiono collocarsi in un continuo accadere.
Lynch spilla perspicue invenzioni visive e sovverte i parametri filmici: non solo scardina la narrazione ma, soprattutto, sbriciola l'archetipo del Protagonista (e della femme fatale) e in questo turbine di identità polverizzate fa del suo inconscio, presentato con sfrontata letteralità (la scena con Mystery Man, durante la festa), l'unico effetto speciale.
Indifferente a tutti i cascami banalmente commerciali, l'Autore non rinuncia al pastiche ma si mantiene distante dalla più facile tentazione postmoderna (Cuore selvaggio aveva già detto tutto, inventando il cinema del decennio), lascia agli anni 90 il suo inquietante oggetto di culto [1] e sceglie la via di un cinema personale e malarico, col coraggio e la strafottenza di Fuoco cammina con me!, il surrealismo soffocante di The Grandmother ed Ereserhead, lontano dalla manovra meschina, calcolata e macchinosa della "necessaria" intellegibilità.

L'esemplare chiarezza, comunicativa quando non didascalica, plausibile e rassicurante è la maschera ipocrita e compromissoria che il cineasta americano rifiuta di indossare, non piegando la testa di fronte alla Logica, unica direttiva essendo l'intimità sensazionale. Lynch è cosciente che un film non deve parlare di emozioni, che il vero artista non ne fa basso commercio: egli è l'emozione, e questa non si spiega.
La Ragione vagola, finalmente, da tutt'altra parte.



[1]  Lynch all'inizio della sceneggiatura definisce Lost highway
- un horror noir del ventesimo secolo
- un'indagine di estrema potenza visiva sulle crisi di identità parallele
- un mondo dove il tempo è pericolosamente fuori controllo
- una corsa terrificante lungo le strade perdute
 

Luca Pacilio
Voto: 10



Fari nella notte illuminano la "highway" sulle note di "I'm deranged" di David Bowie. Prima strada: thriller ad alto tasso di brividi e sensazioni angoscianti all'interno di un appartamento. Un magistrale saggio di paura, dove Lynch vira la fotografia su tonalità viola/marroni, muove l'obiettivo per aumentare l'affannosa attesa, sottolineandola con i silenzi, le dissolvenze, inquadrature instabili che fomentano i dubbi. Non ci sono appigli, né eroi per cui parteggiare. Lynch apre porte sul buio e l'ignoto, attraversando corridoi immersi nell'ombra. Nei credits è anche "sound creator", colpisce allo stomaco con curati effetti sonori e di montaggio, raggiungendo l'apice quando fa urlare in modo straziante il sax di Bill Pullman. Seconda strada: cambio improvviso di corsia e inversione di marcia, spiazzante rimescolamento delle carte in tavola, altro personaggio, altra storia. La fotografia è più solare e il tono più scherzoso, si arriva persino ad inscenare una divertente "tarantinata", quella con Robert Loggia che se la prende con un pirata della strada. La trama è meno interessante e, soprattutto, diventa irritante la voluta assenza di chiavi di lettura razionali: Lynch usa a piacere il fast forward e il rewind (l'inquietante "fantasma", figura aliena come tante del suo immaginario, è il simbolo del Male che usa gli uomini come pedine, ma potrebbe rappresentare anche il regista), sconvolge il Tempo e lo Spazio per arrivare ad una soluzione finale circolare che non dissolva i dubbi a suon di ellissi e laconicità. Lo spettatore è lasciato in caduta libera nel baratro dell'assurdo, in un folle labirinto dove deve ricostruire il puzzle con dei frammenti che si perdono…per strada (anche oltre la volontà dell'autore). Prendiamo una terza strada, una congiunzione anulare che svela dimensioni parallele, specchi, sdoppiamenti di personalità, "donne che vissero due volte", Detour, ubiquità e mutazioni fisiche (come espressioni del male dentro). Ormai è certo che questo horror trascendente e simbolico segua le tracce del noir. Il gioco a scatole cinesi, in dirittura d'arrivo, dà il via ad altre interpretazioni ed allegorie, non finisce mai. È la soggettiva malata di uno schizofrenico? L'incubo creato da un demone? Un'allegoria disancorata dal realismo? Abbiamo perso la strada, ma le allucinazioni durante il viaggio hanno stimolato riflessioni geniali, esperienze contorte, perverse (straordinario l'amplesso alla luce dei fari), straniate, in ossimoro: a volte non si sa veramente se ridere o atterrirsi.  

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 8




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