I CORTI DI BAVO DEFURNE

(Lung fung dau )

di Bavo Defurne
TRAMA


RECENSIONI

Il cortometraggio si addice a Defurne. L'infinita variazione (e le infinite ricorrenze: nubi inquiete, acque accoglienti, identità negate, silenzi eloquenti) sul tema del sentimento erotico mal sopporta le necessità della fabula, in particolare ove si scelga di coltivare gli archetipi dell'immaginario gay per elaborarne una sorta di ricapitolazione; aggiornandola, soprattutto nel décor e negli effetti digitali del terzo episodio, all'estetica di Pierre et Gilles (il regista lavora anche come fotografo, e insegna Videoarte all'Accademia di Ostenda). L'accennata incompatibilità, fra condensazione d'un intero universo di sensazioni da un lato e ingombranti esigenze narrative dall'altro, è notoria, benché sia obliata da molti autori che per voler essere troppo e troppo a lungo sublimi sfornano stucchevoli pateracchi. Nulla di ciò, nei brevi squarci del regista belga. Erroneamente si è ritenuta la sua mano andare a rimorchio di stantii luoghi comuni: l'adolescente diviso fra amica comprensiva e compagno baldanzoso; gli sportivi che, nel contrasto della competizione o nel cameratismo dello spogliatoio, condividono un'intimità esclusiva; marinai le cui sole cure sembrano essere il sogno e l'abbandono a una sensualità tenera o violenta; la sublimazione masochistica d'un desiderio condannato nella voluttà autodistruttiva di San Sebastiano. Defurne estrae da questi topoi degli abbaglianti epigrammi visivi, la cui tornitura formale è a un tempo energia espressiva ed esegesi. Il mistero da indagare non è l'opera, ma la realtà: in un'epoca che ha messo i testi in concorrenza col mondo, Defurne appartiene alla non folta schiera di quanti vagheggiano di poterlo ancora celebrare - pur coi toni della malinconia, o della segreta disperazione - per loro tramite. Una piccola porzione di mondo: ma nevralgica nel far luce sulla chimera della felicità continuamente frustrata, sull'intermittente piacere quale malizioso miraggio degli dèi, sulla distanza insuperabile tra l'esaltazione che Eros ci insinua nell'anima e la nostra quotidiana miseria.
Trascrivere il mondo, dunque. Il tratto è paziente e per rapidi frammenti, di greca immediatezza: l'incanto dell'elemento naturale (il mare, il cielo) spinge a improvvisati movimenti di danza, l'incredulità di fronte al rifiuto induce un gesto di commovente candore, nel semplice mutamento di posizione rispetto al corpo dell'amato leggiamo la testarda incapacità a capire dell'amante. Il regista elude però tentazioni impressionistiche, conservando un'acuta resa - la densità di cui si diceva - del tutto racchiuso in un gesto, in uno sguardo, nel tocco d'una mano. È superfluo sottolineare l'importanza che l'elemento fisico possiede in simile poetica, attraverso una carnalità giovane e fugace ma onnipresente sino all'ipnosi o a quell'oppressione crudele mirabilmente descritta da Barthes in una sua pagina autobiografica; più utile ci sembra rimarcare come la sede più appropriata per il trionfo della numinosa, stordente, luttuosa potenza del desiderio sia una natura panica dove gli umani sono immersi al pari della brulicante vita animale e vegetale, subitaneamente inquadrata à la Malick. Non c'è progressione o risoluzione, nella visione di Defurne, ma sovrapposizione di stati contraddittori; la timidezza nobilitata dalla costanza, l'ingenuo e onirico romanticismo, la repressa furia erotica di fronte a chi si offre inerme, subiscono una nemesi trafiggente: il coraggio della sincerità piomba l'eroe in un'amarezza confortata dall'affetto; l'apparente stabilità dell'amicizia dilegua come l'incanto del gesto atletico; il sogno romantico è vinto dal richiamo della carne (ma illuderà ancora, illuderà sempre); l'assassinio è il macabro e sensuale trionfo, nella fascinazione degli astanti, accettato dalla vittima stessa quale soave e definitivo prezzo del desiderio. La separazione, l'esilio, la morte: Dobbiamo subordinare il nostro godimento a un gesto unico, diceva un potente di Salò citando il Sade mon prochain di Klossowski.
La stilizzazione di Defurne possiede un che di scolastico, di compito ben fatto. Ma, appunto, molto ben fatto, col merito d'una compattezza che ridà vita a una poetica dell'immanenza e a un pattern antropologico oggi dispersi in rivoli infimi e inconsapevoli, o degradati in borghesi romanticherie d'intrattenimento, o rinnegati da un farisaico senso del decoro. Con l'accentuazione conferita dal dettaglio alla forza metonimica o metaforica dei gesti e degli oggetti (l'innamorato raccoglie in seno le stelle del firmamento, braccia anonime si levano l'una dopo l'altra a condannare, le corde che legano la vittima sono come osceni serpenti), Defurne esplicita - soprattutto nel quarto segmento - i nessi formali e simbolici fra Bresson e Genet (Un Chant d'Amour); restando lontano dalla vertiginosa profondità del primo come dalla scomodità urticante del secondo, offre ai cultori dell'uno o dell'altro un motivo di sorpresa e di riflessione.

Hans Ranalli
Voto: 7.5




Ranalli
7.5

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