LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO


di Pupi Avati
TRAMA

Stefano è un restauratore invitato in un paesino padano per restaurare un affresco in una chiesa, il cui autore è Buono Legnani, un artista locale scomparso anni addietro. Portando avanti il suo lavoro, Stefano scopre a poco a poco lo straordinario realismo del dipinto, che ritrae il martirio di San Sebastiano torturato ed ucciso da due figure femminili. Ben presto, però, Stefano scopre una realtà agghiacciante: Legnani dipingeva soggetti realmente torturati dalle due sorelle, con le quali intratteneva sadici rapporti di sesso e violenza...


RECENSIONI

A partire da Profondo Rosso, il cosiddetto "thriller all'italiana" conosce diversi film di successo che aiutano il genere ad imporsi anche al di fuori dei confini nazionali, e questo film dell'esperto Avati rappresenta uno dei capisaldi di quel filone, dove molto spesso si cercava di costruire una storia piuttosto complessa ed articolata attorno ad un fatto di cronaca. Avati, che in seguito ci ha abituato a pellicole altrettanto efficaci (come Zeder - che anticipa il Cimitero vivente di King sia in quanto film che in quanto romanzo - o il più recente L'arcano incantatore), prende spunto proprio da un curioso fatto di cronaca avvenuto in quelle terre: il ritrovamento del cadavere di un parroco poi rivelatosi essere donna; a partire da questo spunto, Avati - coadiuvato, fra gli altri, da uno sceneggiatore d'eccezione, Maurizio Costanzo - scrive una sceneggiatura molto originale ed in perfetto stile "horror-thrilling", ricca di colpi di scena più o meno riusciti ma che riescono a tenere alta la tensione e vivo l'interesse dello spettatore. Il finale, da alcuni considerato geniale, è forse il punto forte dell'intera pellicola, che vede il suo culmine (appunto il climax) quando uno dei personaggi si svelerà non essere quello che noi spettatori pensavamo, dando un senso agghiacciante alla storia narrata: sembra che Avati, grande appassionato di atmosfere tetre e gotiche, voglia ricordarci come l'orrore non è solamente nascosto fra le segrete dei castelli o nelle case infestate, ma anche - e forse soprattutto - nella realtà quotidiana. Alcune delle scene con gli omicidi, soprattutto le coltellate iniziali, sono realmente terrificanti, mentre qualche "buco" nella sceneggiatura - comunque molto complessa - fa procedere il film in modo sicuramente altalenante (anche se, come già detto, la noia non sembra comparire se non per la reale durata, forse eccessiva). Il problema, semmai, sta nella recitazione di alcuni attori, come succede spesso nei film di Avati, con qualche dialetto di troppo ed un doppiaggio in definitiva non troppo rassicurante. Da vedere.

Claudio Dezi
Voto: 7



“Io sono i miei colori. I miei colori sono dentro il mio braccio e vanno dentro gli occhi della gente”. La stregata, incubale, misteriosa ed angosciante atmosfera che Pupi Avati, a bassissimo costo, ricava dall'ambientazione contadina romagnola ha fatto di quest’opera uno dei pochi veri e propri “cult” nostrani, con pregi e difetti legati al B-movie (non è sempre curato in ogni sua parte). Il regista riesce a terrorizzare facendo più leva sulle pulsioni inconsce che affidandosi ai classici meccanismi del thriller. Ma gli ambienti, le iconografie, i riti esoterici e le evocazioni di morti violente rendono memorabile il senso sgradevole di orrori e presagi atavici, specchio dell'agonia raffigurata nei quadri del pittore su cui ruota la vicenda (Buono Legnani era denominato “delle agonie” perché amava ritrarre i morenti). Poesia del terrore dove i personaggi stessi sono schizzi ambigui di paure recondite che popolano un disturbante racconto gotico, imperfetto solo nel canovaccio claudicante, non sempre credibile e con qualche lacuna esplicativa. L’ispirazione, come in tutte le opere di Avati, è autobiografica e legata all’infanzia, passata in campagna con lo spaventoso immaginario figlio del cattolicesimo (“A Sasso Marconi riesumarono la salma del parroco, ma quando aprirono la bara trovarono uno scheletro di donna. Quella del prete-donna divenne così una diceria popolare”). Cinematograficamente, invece, si può risalire all’orrore rurale di Fulci con NON SI SEVIZIA UN PAPERINO.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




DeziRangoni Machiavelli
7 7.5

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