COSA VOGLIO DI PIU'


di Silvio Soldini
TRAMA

L'amore clandestino ai tempi della crisi economica.


RECENSIONI
In effetti, voglio di più

Il titolo spiega già tutto. Cosa voglio di più non è tanto un film sull'adulterio e neppure sul galleggiamento di tanti italiani in difficoltà con la quarta settimana, quanto una storia abbastanza programmatica e persino troppo lineare di umana, comunissima insoddisfazione, dove il galleggiamento è insieme una delle cause ed un elemento ingombrante, e l'adulterio fatale sfogo.
Gli uomini e le donne di Soldini sono sempre gente comune, persino ordinaria. Come tanti, hanno progetti per il futuro che ingabbiano anziché dare slancio, famiglie apaticamente regolari. Lui ha moglie e figli come carico di responsabilità, lei un  marito incredibilmente ingenuo (l'attore feticcio Giuseppe Battiston, quasi un portafortuna per Soldini, per fortuna sempre bravo) che tende a farsi dare per scontato.
Con loro Soldini mette in scena una disamina antiromantica della passione, che si sofferma soprattutto sui fattori materiali, sulla quotidianità.
La macchina da presa entra con impegno nelle vite dei protagonisti che dall'insoddisfazione approdano quasi inevitabilmente ad un'attrazione reciproca irrazionale ed inarrestabile. Tra motel e bollette il regista concede ampio spazio agli incontri sessuali tra i due amanti per dar voce all'impetuosità del desiderio che li unisce.
Niente di inedito, per la verità. La precarietà economico-lavorativa dei nostri tempi è ormai metodicamente - quanto correttamente - tradotta al cinema in precarietà delle relazioni umane. Per non parlare degli amori adulterini con la loro prevedibile evoluzione.
Cosa voglio di più è nell'anima disincantato, poco rassicurante (nemmeno le mura domestiche ed i legami "stabili" lo sono). Vuole essere grigio come la città di Milano per chi non ha soldi, con la malinconia sottotono di Giorni e nuvole (senza arrivare alla sua portata tragica, però).
Apprezzabile l'attenzione ai personaggi, ma il pur valido realismo di Soldini manca di invenzioni. E' tutto molto verosimile, ma è evidente che il film svolge correttamente (sebbene con una certa lentezza) un tema deciso all'inizio.
E' questo il guaio: Soldini dopo Pane e tulipani non ha più saputo esprimere quella vena poetica e creativa che aveva incantato quasi tutti.
Bravi come sempre Alba Rohrwacher e Pierfrancesco Favino.

Raffaella Saso
Voto: 6
  
(10/05/2010)



Comincia all’insegna dell’emergenza l’ultimo film di Soldini: un improvviso parto in piena notte, una corsa all’ospedale. E prosegue in uno stato di continua allerta ma sottopelle, non urlata, affiorante in pochi improvvisi e rumorosi momenti d’allarme (una coppia di ragazzi che si baciano urtando una vetrata, il frantumarsi di una bottiglia lanciata nel cassonetto in sincronia col chiudersi di una telefonata), a voler scuotere, o tentare di scuotere, i protagonisti dal loro immobilismo. Scansando il troppo facile e riduttivo slogan dell’adulterio al tempo della crisi, in Cosa voglio di più a differenza che nel precedente Giorni e nuvole il dato socioeconomico è sì presente e forte di una sua logica che condiziona i possibili sviluppi della storia ma non ne costituisce il motore primo (molto brutalmente, la mancanza di denaro). Tanto più che in realtà Anna ha un lavoro discreto, routinario e privo di ambizioni ma soddisfacente e abbastanza sicuro, così come il marito, pur semplice commesso, non sembra lamentarsi poi troppo della sua occupazione. Più critica invece la situazione di Domenico, uomo di fatica e di qualche piccola responsabilità nel settore catering, in difficoltà finanziarie e con figli piccoli a carico, ma anche di diversa estrazione socioculturale rispetto all’amante, sfumature che si caricano di senso (la famiglia medio borghese di lei, il ceto medio-basso da cui proviene lui) che Soldini dettaglia con parsimoniosa precisione. L’adulterio di cui viene ripercorso l’inevitabile spartito di azioni ed emozioni (baci avidamente rubati, appuntamenti di nascosto e mancati, catene di bugie, impennate di orgoglio, accessi di gelosia incontrollata, sms attesi e letti con gioia e apprensione, sofferenze nascoste e soffocate, strategie comportamentali depistanti) è il sintomo di un malessere che va al di là del sociale ma che col sociale è costretto a fare i conti.

Con un naturalismo misurato e dolente, Silvio Soldini tasta il polso all’inconcepibilità dell’ amour-passion nella limitatezza materiale ed esistenziale metropolitana, sonda l’impossibilità di astrarsi nell’assoluto amoroso liberandosi dai legacci del contesto economico, probabilmente rileva anche la fatica di realizzare un mélo oggi in Italia per asfissia d’immaginario. Degli amanti Anna e Domenico il regista filma il concedersi ansioso a un’illusione di liberazione che passi attraverso la carne e il suo piacere ma anche la desolata cattività dei gesti, dell’eros racconta con entomologica sensibilità il bisogno insopprimibile e inesploso, il depotenziamento della sua carica scardinante, la rassicurante sostituzione (il feticistico attaccamento di Alessio ad oggetti da riparare e mobili da montare, in luogo di una vera relazione sessuale con la moglie). Nel mettere in scena tutto questo Soldini lavora principalmente di sottrazione e dettaglio, asciuga ed adopera ellissi, pedina ma lascia respirare i personaggi, rende tutti gli attori, anche nei ruoli più brevi, cassa di risonanza di un complesso panorama socio-emotivo, non sbaglia quasi mai un tono, un’ambientazione, una suppellettile. La Milano di Cosa voglio di più è la Milano dell’hinterland, della tangenziale a portata di mano, architettonicamente sfuggente a un’identificazione netta, topograficamente neutra (bella la fotografia netta dell’argentino Ramiro Civita), un luogo soprattutto di interni, appartamenti che nella disposizione delle stanze, nella loro metratura, nelle scelte (e non-scelte) di arredamento raccontano di più degli stessi inquilini, o di locali che scimmiottano un esotismo fasullo (anticipatore di quello che impregna la “fuga” finale a Tunisi, il momento narrativamente più rischioso del film, esotismo fasullo perché l’altrove è ancora prigioniero delle costringenti dinamiche mentali e materiali di “casa”). Soldini, pur alle prese con un soggetto a rischio di ovvietà, (di)mostra ancora una volta la matura diversità del suo sguardo, evitando tutti quelli che sono i mali endemici di un certo cinema italiano (dialoghi invasi da sociologismi di grana grossa, sottolineature didascaliche a ogni svolta di plot, recitazione caricata, simbolismi sparsi, lo spiraglio di facili consolazioni dietro l’angolo, falso cinismo). Non cerca né trova la poesia delle piccole cose, anzi nella quotidianità dei film a noleggio la sera dopo cena, dei weekend organizzati, dei reiterati giochi di società al pub ogni sabato sera, dei pranzi domenicali intravede a tratti, attraverso la lente della passione, l’horror vacui. Ma non c’è giudizio né sentenza nella macchina da presa, piuttosto la giusta distanza che permette di comprendere, dolorosamente, le ragioni di tutti. Gli straordinari protagonisti, Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, potenziano la storia con la loro fisica e scoperta vulnerabilità. Si avvinghiano l’uno all’altra, affamati, desiderosi, nel chiuso di una stanza di motel, un’oasi kitsch a 50 euro le prime 4 ore. L’amore, come il tempo, è diventato denaro. Nell’incontro dei loro corpi, quello mediterraneo di Favino, romano nei panni di un calabrese emigrato, e quello dalla bellezza nordica e diafana della Rohrwacher, fiorentina di nascita e milanese nella finzione, per qualche attimo sembra di assistere all’incarnazione dell’Italia intera che si abbraccia in un disperato amplesso ma che proprio non ce la fa a sognare un’altra vita, sul lastrico di ogni tensione utopica.

Michele Favara
Voto: 7.5
  
(12/05/2010)



COMMENTI
Persone

La messa in scena di Soldini è capace di farsi trasparente, la sua mdp di documentare, di captare verità intime e insieme, indissolubilmente, sociali, di far parlare, semplicemente, la superficie delle cose. I piccoli segni di contraddizione che alimentano la quotidianità, il lieto vivere della routine e la sua insostenibilità, l'arte della sopravvivenza e il lacerante incombere dell'ideale. La gioia di chi si accontenta e, insieme, la devastante frustrazione di una possibilità di desiderare ormai castrata. La vita che ti inchioda a ridurre il ventaglio di strade percorribili. E l'assenza di denaro, che immobilizza, traccia una traiettoria implacabile, annienta la possibilità di altre storie, di altre illusioni. Parlare di Anna, di Domenico, del loro rapporto, cercare in qualche modo di dirlo significherebbe attentare al lavoro di Soldini: in Cosa voglio di più non ci sono psicologismi, didascalie. Spiegazioni. C'è un'esattezza mirabile nel tracciare, sottopelle, un dramma emotivo che si manifesta in imbarazzi, in gesti goffi, tic, in derive irrazionali, in piccole spie che sono punte di iceberg taciuti e indicibili. E c'è la capacità di saldare tutto ciò alla dimensione sociale, senza proclami, tesi ideologiche, dimostrazioni. C'è l'incredibile lavoro mimetico degli attori, chiamati a vivere personaggi, non a recitare ruoli, pedinati da una mdp che ricerca il vero nei dettagli, nelle increspature, nelle balbuzie, nel respiro del long take. In Cosa voglio di più c'è comprensione, profonda, dello stato delle cose. E il banale ha il sapore della vita. Soldini agisce di sottrazione. E giunge al cuore. Una versione contemporanea e declassata de L'eclisse, suddivisa in tre atti (uno dedicato a Anna, uno a Domenico, l'ultimo al loro tentativo di essere una coppia). Un esempio raro di cinema italiano dove i personaggi non devono convincere nessuno. Verrebbe da chiamarli, davvero, persone.

Giulio Sangiorgio
Voto: 7.5
  
(11/05/2010)




BaronciniBellucciDi NicolaFavaraPacilioSangiorgioSaso
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