BOB IL GIOCATORE

(Bob le Flambeur )

di Jean-Pierre Melville
TRAMA

Bob Montagné è un truand vecchio stampo, giocatore incallito e frequentatore assiduo di ritrovi malfamati. Insieme ad alcuni compagni di malaffare decide di tentare il colpo della vita al Casinò di Deauville.


RECENSIONI

Bob le flambeur è una lettera d’amore a Parigi, così come Deux hommes dans Manhattan [...] sarà una lettera d’amore a New York. Le lettere d’amore si scrivono di notte.
J.P. Melville

Oltre all’indiscutibile esigenza di recuperare terreno sul piano dell’immagine pubblica e privata dopo l’insuccesso, soprattutto personale, di Quand tu liras cette lettre, nella personalità orgogliosamente creativa di Melville non poteva non sorgere l’urgenza di cancellare il mezzo fallimento dell’opera precedente realizzando qualcosa di finalmente, e autenticamente, melvilliano, affrancandosi peraltro dai rischiosi limiti della letterarietà. Bob le flambeur nasce radunando questa serie di premesse. In realtà il soggetto e addirittura lo script esistevano già dal 1950, cavalcando anche l’onda di un periodo estremamente felice per il poliziesco francese (la serie di Lemmy Caution interpretata da Eddie Constantine, Touchez pas au grisbi di Becker, Du rififi chez les hommes di Dassin) era giunto il momento di tirarli fuori dal cassetto. L’episodio più singolare rimane però la visione di Giungla d’asfalto di Huston da parte di Melville che lo costringe a una riscrittura della sceneggiatura la quale determinerà, anche grazie al supporto di Auguste Le Breton per ciò che concerne i dialoghi (interamente ripensati da quest’ultimo), la reinvenzione quasi totale del film. Melville rimane letteralmente folgorato dalla pellicola del collega americano, ritenendola da subito un capolavoro indiscusso e inarrivabile, ma per salvaguardare il proprio orgoglio e la propria identità di autore e per dimostrare di non essere affatto contagiati da quella che Harold Bloom chiamava anxiety of influence decide - tanto per utilizzare metafore pertinenti - di cambiare le carte in tavola. La cabrata più evidente dal codice hustoniano è rintracciabile proprio a partire da un elemento strutturale: se Giungla d’asfalto mette in scena attraverso le cupe atmosfere di un classico noir hollywoodiano la tragicità nemesiaca di un manipolo di uomini coinvolti in una rapina, con studiata escalation drammatica dei protagonisti dalla preparazione del colpo fino alla fuga fatale di Dix Handley, Bob le flambeur racconta mediante un registro espressivo decisamente più lieve ¹, in grado di coniugare il rigore geometrico di Bresson con lo stile burlesco di Sacha Guitry (Mémoires d’un tricheur è un referente costante all’interno del film), la componente eminentemente beffarda del destino di un truand parigino vecchio stile sul modello del Max gabiniano di Touchez pas au grisbi, tra hazard e necessité. È proprio l’immagine insistita della ruota di una roulette, cara al Guitry di Romanzo di un baro, a sintetizzare in un’unica forma simbolica la pluralità di derive alle quali Bob le flambeur vorrebbe concedersi. Il girare incessante della ruota, che è poi anche la ruota di Les enfants terribles, come gioco supremo che catturando gli occhi, e dunque l’attenzione, del giocatore e nello stesso tempo dello spettatore (in un gioco abissale di coinvolgimento/immedesimazione), ne imprigiona automaticamente i destini, le vite, presiede anche al girovagare inesausto del giocatore, condannato a un destino di ineluttabile flânerie. Ecco dunque che la Parigi calata nel continuum eterno notturno/diurno, fotografata da Decaë in un bianco e nero dall’effetto trasfigurante perimetrata tra Montmartre e rue Pigalle (traducendosi in luogo dell’immaginario melvilliano di una metropoli anni ’40, la Parigi d’anteguerra) diviene lo spazio vitale per chi come Bob trova un senso esistenziale nel misurarsi continuo con la ludica possibilità di vincere al gioco, di vincere il gioco. Riuscire a vincere significa riuscire a vivere. Una volta avvinti dal gioco, come nella maledizione dostoevskijana de Il giocatore, la dimenticanza del resto può risultare letale, come nel finale di partita del film in cui l’irrompere della polizia all’esterno del Casinò di Deauville dichiara la fine del pericoloso gioco. E chi gioca, gioca sempre con la morte, come il giovane Paulo, sfortunato emulo di Bob, disgraziata figura figliale. Anche se poi l’amara consapevolezza del fatto che la morte (anche come presenza fatalmente femminea, legandosi dunque alla vicenda della giovane Anne) faccia parte del gioco (come possibilità di morire: “lo sai tu, e lo sapeva anche Paulo” dice Bob all’amico Roger alla fine, chiudendo il cerchio dei giocatori che hanno partecipato al suo stesso gioco) è già sempre preservata nell’agire e nel pensare del giocatore, che sul finale di partita raggiunge l’estremo paradosso non soltanto nello scampare alla morte, o alla sconfitta (l’arresto da parte della polizia), ma nel beffare se stesso rubando non altro che ciò che ha vinto.

¹ Melville definisce Bob le flambeur una “comedie de moeurs”, una commedia di costume (Il cinema secondo Melville, Rui Nogueira, Ed. Le Mani 1994, pag. 54).
Mauro F. Giorgio
Voto: 8




Giorgio
8

Back