A QUALCUNO PIACE CALDO

(Some like it Hot )

di Billy Wilder
TRAMA

Nella Chicago del 1929, due musicisti jazz sono casuali testimoni del massacro di San Valentino, e per sfuggire ai gangster si aggregano, travestiti da donne, a una band femminile diretta a Miami per una tournée. Equivoci e nuovi pericoli a non finire.


RECENSIONI

Si suole sempre citare, a proposito di questo film, l’inossidabile sceneggiatura, che garantisce un divertimento non triviale su un tema sovente oggetto di sguaiataggini assortite. In effetti, nella cinquantennale e gloriosa carriera di Wilder sceneggiatore, Some like it hot è uno dei capolavori più alti per qualità di scrittura: ritmo, intelligenza, sorriso (il regista è per converso meno interessato di un tempo a sperimentazioni sulla definizione plastica dello spazio, e si accontenta di una mise en scéne funzionale: stupendo canto del cigno della commedia classica). Ponendo l’accento sul cotè spassoso delle avventure di Curtis e Lemmon, sull’equivoco in cui cade il miliardario svagato e innamorato, sulla naiveté di una Marilyn mai così deliziosa e brava, sulla girandola d’irresistibili battute orchestrate senza una stecca, si sminuisce però l’aspetto più radicale del film. Wilder ha declinato variamente il tema prediletto del travestimento, e del capovolgimento di ruolo e d’identità che esso comporta; nel “passaggio dall’innocenza all’esperienza” (Farber), la maschera si rivela uno strumento spesso doloroso ma utile in un primo momento a salvarsi da un impasse, poi ad assumere nuove consapevolezze; dopodiché, sarà necessario liberarsene per conseguire l’happy end. Ma già ne La fiamma del peccato(1944), il travestimento prende il sopravvento e imprigiona il protagonista, che smarrisce del tutto l’identità originaria e vede cancellata ogni possibilità di salvezza. Se in Viale del tramonto (1950) il discorso si fa più complesso, perché coinvolge una riflessione sulla forma cinema, A qualcuno piace caldo rappresenta un punto riassuntivo ed estremo di questa poetica. Estremo perché la contraffazione riguarda stavolta l’identità di genere, cioè il dato apparentemente indiscutibile e inamovibile del nostro Io. Riassuntivo perché compie una panoramica sugli opposti esiti del rapporto, dialettico o passivo, intrattenuto dall’individuo con la propria maschera: Joe padroneggia talmente l’arte del travestimento che s’inventa una maschera ulteriore per sedurre Sugar, e la gestisce in parallelo e perfino in sovrapposizione alla maschera di Josephine, ma di entrambe è pronto a liberarsi quando avrà conquistato la salvezza e la bella ragazza; Jerry soggiace alla seduzione della inizialmente fittizia identità femminile (tanto che verrà riconosciuto dai gangster in quanto donna travestita da uomo), e solo per una necessità interna alla commedia (l’agnizione conclusiva) deve confessare all’innamorato la propria natura virile. Ma con un geniale colpo di teatro Wilder – proprio nell’ultima battuta giustamente celebre ma forse poco intesa – anziché sancire un rinnovato equilibrio drammatico dichiara l’irrilevanza, per la coppia Daphne-Osgood, dell’elemento comunemente ritenuto decisivo nelle relazioni erotiche.

Hans Ranalli
Voto: 10
  
(20/10/2013)




Ranalli
10

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