THE COMPANY

(The Company )

di Robert Altman
TRAMA

Scene della vita del Joffrey Ballet of Chicago: la preparazione e il debutto del balletto Blue Snake.


RECENSIONI
Narciso Blu

Nastri policromi sibilano nel buio della sala, incatenano corpi e occhi, fendono l’aria per ripiegarsi su se stessi. Fulmini di millimetrica gioia, palpiti di ieratica perfezione. Il balletto? Il cinema, piuttosto: la macchina da presa si muove in contrattempo, sfiora i fasci di luce, gioca a proprio dannato, adorabile piacere con la materia fisica, grezza e raffinatissima, della danza, vive con il movimento ma non lo ricalca, costruisce lieta e furiosa uno spazio in cui solo l’immagine a ventiquattro fotogrammi al secondo regna incontrastata, moltiplica gli specchi e i piani della rappresentazione, cesella strepitose quanto eterogenee coreografie (il biliardo, l’allestimento del cibo), scivola con ammaliante scioltezza dal palco alle quinte (i proiettori, EYES WIDE SHUT sul pubblico), tritura fiction e documentario (doppi indivisibili – i componenti del Joffrey Ballet recitano… se stessi –, piste metalinguistiche – i passi ripetuti dalle due coppie – e riflessi cifrati – Mr. A, infuocato e capriccioso monarca assoluto della compagnia – toccano il parossismo nella sequenza della festa, parodia di vertiginosa astrazione), trae da un caos sfacciatamente “vuoto” il fluido che (ri)dà senso (tutti i suoi sensi) al cinema.
Quello che sembrava, sulla carta, un capriccio d’attrice (Neve Campbell, già ballerina nella vita e aspirante primadonna – a più livelli – nel film, è all’origine del soggetto) diviene, nelle onnipotenti mani dell’anziano e mai così agguerrito leone Altman, un sogno, un’orgia audiovisiva d’inflessibile purezza, una fiamma capace di sublimare il vaniloquio (la babele dei dialoghi trova fragile pace nell’oasi musicale), di rimuovere con gentile fermezza i gadget ingombranti [trama, personaggi, significato (da mettere a) verbale], di scolpire la fragile forza dei corpi, la tensione furtiva, un passo sospeso nel vuoto del tempo, la bellezza che nessun uragano può intimidire. Abbacinante.

Stefano Selleri
Voto: 9



La trama del balletto

Zuppo ormai di ogni soddisfazione, il sornione Altman si gratta la pancia senza fretta, prendendosi il tempo per assolvere ogni vezzo: ancora una volta rinnovato e spiazzante, decide di offrire un saggio non sul balletto ma sulla (sua) maniera di filmarlo. Selleri ci azzecca nell’asserire che spiccioli di ineffabile spettacolo prorompono in pista ad ogni movimento dei corpi; ma l’autore si libera dell’impianto tramico solo apparentemente, alternando in realtà parentesi musicali a scialbe scenette di vita. Nonostante una potente metafora sorregga la narrazione (il dolore della logorrea stemperato nel sublime della danza) ed il film accenni elegantemente tormenti solo sfiorati (l’allusione alla scomparsa di alcuni ballerini… Aids?), Altman non sfodera il coraggio definitivo di affidarsi totalmente all’immagine, fondendosi con essa in osmosi. Quando questa è padrona lascia estasiati: si (ri)veda la ballerina che si muove sulla corda, dirottando la sua vertigo in quella dello spettatore. Ma non è sempre così: le maglie dell’intreccio non sono altro che stereotipi, dalla protagonista emergente causa infortunio della titolare fino al lavoro notturno che la mantiene, passando per il ballerino squattrinato che dorme per terra e le molli implicazioni sentimentali. L’impressione è che il regista abbia pretestuosamente tessuto una (anti)trama per definire il contesto di “film”, invece di scovare la più corretta dimensione nella forma del documentario: THE COMPANY ne esce ridimensionato, tra incertezze narrative e sequenze pacchianamente sbagliate (la parodia natalizia di infimo trash demenziale). La rappresentazione conclusiva, con tanto di trionfo mancato della protagonista, ribadisce la statura autoriale polverizzando la goffa romanticheria di un qualsivoglia FLASHDANCE: ma lo iato immagine/narrato non trova mai quieta ricomposizione. Neve Campbell che balla: creatura stupenda.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6.5



Altman non seduce

E' la coralita' la cifra stilistica di Robert Altman. Non ci sono protagonisti nel suo cinema, ma tanti personaggi che interagendo tra loro finiscono per far vivere pienamente l'ambiente che il regista ha deciso di osservare: la campagna inglese di inizio secolo ("Gosford Park"), l'industria cinematografica contemporanea ("I protagonisti"), il mondo militare ("M.A.S.H."), la citta' di Los Angeles ("America Oggi"), solo per citare alcuni titoli. Con "The Company" il suo sguardo si posa sul Joffrey Ballet di Chicago. Ci si aspetta il consueto e abile incastro capace di raccontare non raccontando, di mostrare mentre sembra perdersi, di caratterizzare senza generalizzare, e invece "The Company" risulta una cocente delusione. Siamo abituati a film, spesso indirizzati agli adolescenti, in cui la passione per la danza segue una escalation narrativa codificata: esercizi sfiancanti, la complicita' con alcuni e la rivalita' con altri, un amore che non puo' mancare, l'ansia del debutto, l'incidente, l'opportunita' inaspettata, il trionfo finale. Altman sembra volere prendere le distanze da tutto questo per concentrarsi sull'essenza del ballo. In realta' la sua visione, colpa anche della debole sceneggiatura, non fugge i cliche', ma si preoccupa di demistificarli, privandoli del loro appeal di spettacolarita'. Tutte le solite tappe, infatti, vengono rispettate, ma con un fastidioso distacco emotivo che sa di pretesa intellettuale fine a se stessa. I personaggi diventano entita' lontane, quasi sovrapponibili nell'anonimato che (non) li contraddistingue e non sentiamo mai la loro forza, il coraggio, la paura, la fatica. I luoghi comuni ci sono eccome, quindi, ma si succedono nella totale indifferenza, con un taglio incerto tra il documentario e la fiction che finisce per mancare il bersaglio di entrambi. Neve Campbell e' tra le ideatrici del progetto e si dimostra molto abile nel ballo, ma del suo personaggio ci dimentichiamo prima ancora che scorrano i titoli di coda. Malcom McDowell e' l'improbabile direttore della scuola e pare andare maldestramente a braccio, senza il sostegno di un copione e la guida di un regista. Nel piattume che anestetizza la pellicola (non e' banalizzando che si entra nel quotidiano), le uniche sequenze degne di nota sono quelle dei balletti, ma il merito e' soprattutto delle elaborate coreografie. Nota di demerito a parte per l'esibizione finale, che avrebbe buone opportunita' di vittoria al festival del Kitsch.

Luca Baroncini
Voto: 4.5



My (un)funny Robertine – Corpi di ballo

Dopo i pur brutti (per la loro asfitticamente ostentata esibizione del senso) Gosford Park e Il Dottor T e le donne è ancora un principio di coralità quello (per)seguito da Robert Altman nell’ultimo The Company, una ricerca, se si vuole, nell’olismo meno marcatamente compiaciuto, dell’armonia prestabilita tra la totalità e le parti che la compongono: il corpo e le sue membra (disgiunte/ricongiunte nel pathos della danza, nel sacrificio mimetico dei corpi costitutivamente plurali). The Company è un flusso biologico di colori, luci, suoni, ed emozioni comunque sempre misurate, che poi si traduce nel flusso narrativo stesso, un caleidoscopio che dispone nello spazio delle inquadrature una metamorfosi continua di vita e di forma. Forme che ora si abbandonano al fluire delle immagini, ora sono racchiuse dalla geometrica fissità del quadro cinematografico. Regia che si affida al libero gioco del movimento e dell’immobilità dei piani, che presuppone non altro che meta-movimenti, un dialogo felice di figure, più che una dialettica, tra dinamicità e stasi nell’ininterrotto movimento del cinema. Il grande incanto del film ci sembra proprio risiedere in questo voler creare una fantasmagoria del corpo danzante. La “compagnia” eminentemente come “corpo di ballo”, come corpo del ballo, come stimmung romantica tra il tutto come corpus e le sue parti, per l’appunto. Armonia davvero calibrata che consente ad Altman di inseguire derive individuali, e dunque, ancora una volta, figure: il singolo balletto, la coreografia, la musica, il discorso cromatico (l’alternarsi di suggestioni impressionistiche, renoiriane, nei momenti delle prove, nelle livide luci delle sale di danza, e di impasti coloristici più aggressivamente accentuati, quasi da pre-fauvismo nabis, durante gli spettacoli veri e propri); e personaggi: la ballerina Ry (una solida e insolitamente aggraziata Neve Campbell, che tra l’altro crede in questo progetto anche o, meglio, soprattutto suo, come soggettista, come co-produttrice), ombelico di tale corpus, il coreografo canadese new age, il direttore della Compagnia Alberto Antonelli (un McDowell deliziosamente “contronatura”), padre che culla tra le sue braccia il corpo-figlio di ballo con tenerissima severità.
Altman insinua più o meno clandestinamente il suo discorso, che è proprio il caso di definire “corposo”, sulla stretta relazione esistente tra il cinema e la danza, sull’approssimarsi di due registri espressivi che insistono sul concetto di movimento, e dunque, inevitabilmente, aristotelicamente, sullo spazio e sul tempo. Il connubio, una sorta di gaio e autentico matrimonio estetico, tra cinema e danza si compie sublimemente in virtù dell’essenza della danza (e del cinema), e cioè l’attraversamento dei corpi in uno spazio e in un tempo geometricamente, ovvero rigidamente, definiti. Nozze che già in questo felice intrecciarsi di elementi preludono a una splendida e al contempo lacerante separazione tra “gli amanti” annunciata dall’illusione (di credere) che la danza del/nel cinema sia davvero un movimento di corpi, quando invece di quel sembiante del movimento ne rimane uno spettro che aleggia affascinando i nostri occhi che sognano seguendo quella sublime illusione di movimento, un (dis)farsi immaginifico che vive del moto perpetuo pellicolare. Altman non vuole prescindere da questo sottile gioco di “mancamenti”, di lievi tracciature di percorsi teorici che precedono, concedono e rimangono molto al di là (o al di qua) della linea di demarcazione filmica, della fantasia visiva (o visionaria, se si preferisce), ma la tutto sommato piccola grandezza di questo film è riposta nella leggerezza dello stile, nel rifuggire la sontuosità e la magniloquenza troppo programmatica della messa in scena, che è in fin dei conti la motile leggerezza del balletto, la leggerezza (dell’illusione) del corpo (pellicolare), la leggerezza del cinema.

Mauro F. Giorgio
Voto: 7



L’estetica della sospensione, dei corpi in movimento sorretti dalla forza delle gambe, che si librano in voli istantanei incastonati in bianche corde, che disegnano geometrie illusorie e impossibili, che saltano,e un salto dopo l’altro sembrano voler raggiungere il cielo. E’ tutta un’illusione forse, soltanto pochi istanti di pura emozione, prima di tornare ad una routine asfissiante e priva di slanci emotivi, una routine fatta di sacrifici, di privazioni, di sconfitte. Ma c’è la danza, c’è il balletto, c’è la compagnia, c’è l’unione dei sensi, lo splendore del gesto, il sipario, gli applausi del pubblico unico vero mezzo di sostentamento per chi (soprav)vive di arte e da artista. Pochi anni per raggiungere la vetta, per restarci, per essere; poi il lento declino, la ribalta che si allontana, le luci che si spengono, in una dissolvenza definitiva e solenne. “The Company” è uno sguardo, un’istantanea scattata rubandola al tempo, che lascia nel cuore la bellezza assoluta di un’arte intangibile, inafferrabile, meravigliosa.

Matteo Catoni
Voto: 7




BaronciniBellucciCatoniDi NicolaGiorgioPacilioRangoni MachiavelliSelleri
4.5 6.5 7 6.5 7 4 6 9
Zambenedetti
5

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