BELLE AL BAR


di Alessandro Benvenuti
TRAMA

Il restauratore Leo, a Piacenza per lavoro, incontra una donna che sembra conoscerlo molto bene: si tratta di suo cugino Giulio...


RECENSIONI

Benvenuti copia Almodóvar? Le prove sembrerebbero schiaccianti: un transessuale di destabilizzante fascino e impertinente sincerità dimostra a un “normale” ipocondriaco e(/perché) infelice l’inutilità delle definizioni e la forza dell’amore. BELLE AL BAR presenta temi e figure (e colori) rintracciabili in alcuni film dell’autore spagnolo, ma non è una fotocopia o – peggio ancora – un adattamento: è piuttosto un dramma cupo e grottesco, ricco di ironia, squarci onirici e fendenti horror, un oggetto (e)stran(e)o e inquietante nel disastrato panorama italiano. La schiavitù del matrimonio, il disgusto di esistere, l’impossibilità di riconquistare il passato (nell’arte e nella vita), il bisogno di trovare la felicità (a costo di sconvolgere equilibri di camicie impilate, macchine sportive, perversioni telefoniche): elementi suscettibili di prolisse tirate moralistiche, affrontati con leggerezza e ridente pudore [nell’esplorazione delle passioni, non certo dei corpi, nudi o poco vestiti per uccidere (con l’amore)] da una messinscena sospesa fra sogno, visione e risveglio tardivo, in un tentativo coraggioso e (in massima parte) riuscito di utilizzare le bizzarrie della commedia (non “all’italiana”, della commedia e basta) per sondare il cuore dell’uomo (e, naturalmente, della donna). Sinuoso, dolce e tagliente, morbido e disilluso nel disegno di differenti abissi di tedio sepolti nel kitsch (dalle orgette salottiere agli iperrealistici tubetti di dentifricio), screziato di greve (ma non inutile) volgarità nelle parti di fianco, anticipa, nelle atmosfere da detection (gli sguardi dall’alto, gli specchi e i paraventi, gli incontri quasi inattesi), il successivo (e ambizioso, non senza ragioni) I MIEI PIÙ CARI AMICI. Fino a oggi, il risultato più interessante della carriera del regista, appannato (non irrimediabilmente) da un finale posticcio.

Stefano Selleri
Voto: 7.5



Mentre Francesco Nuti, ex-compare dei “Giancattivi”, scompare avvolgendosi su se stesso, Alessandro Benvenuti pare crescere ad ogni film. Di crescita è anche questo viaggio sentimentale alla scoperta della massima "Dalla normalità si può guarire". Gli interpreti, straordinari e simpatici come si "conviene" alla commedia italiana, hanno la possibilità di svelare anche un’anima, una consistenza esistenziale. Lo sceneggiatore Ugo Chiti è uno specialista di simbiosi fra commedia e drammaticità, ma a fare la differenza è la misura con cui il Benvenuti regista tratta un argomento scottante, portando lo spettatore ad amare i personaggi: affronta il serio con leggerezza e fa della leggerezza un efficace veicolo per sondare i mutamenti (e le mutazioni) nella sfera psicologico-sessuale. Il Leo noioso e puntiglioso (che ricorda un personaggio di Carlo Verdone), spaventato dalla donna moderna "liberata", non è esortato semplicisticamente a “ravvedersi”, supera le inibizioni attraverso un’integrazione e una maturazione indolori. Non è lui a cambiare, ma il mondo che lo circonda: gli imbarazzi non si sublimano nelle perversioni, è il sentimento lo spirito-guida attraverso la selva della morale corrente. Il ricamo edificante è sottile, quasi invisibile tanto è scorrevole la narrazione e non di meno complessa. Non è da sottovalutare neppure la creatività dell’autore/comico nella messa in immagini: vedere la sequenza iniziale e quella sognante dentro il locale "Belle al Bar". Un “Pensiero stupendo” (il leit motiv di Patty Pravo) per La Moglie del Soldato italiano. Eva è bellissimo(a), la storia d'amore pure. 

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




Rangoni MachiavelliSelleri
7.5 7.5

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