COMMEDIASEXI


di Alessandro D'Alatri
TRAMA

Quando l’onorevole Bonfili, impegnato con una proposta di legge sulla famiglia, si accorge della possibilità che la sua relazione extra-coniugale con una velina possa essere scoperta, attribuisce strategicamente la frequentazione dell’amante al fido autista, usandolo come copertura. Evidentemente le cose non andranno secondo i piani.


RECENSIONI
Ce lo meritiamo Paolo Bonolis?

Parafraso, nel titolo, la celebre invettiva morettiana contenuta in Ecce Bombo ("Rossi, neri, tutti uguali: ma che stiamo in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi!"), non solo per gli evidenti, e dai più ben evidenziati, debiti recitativi di Bonolis nei confronti del celeberrimo comico romano, ma perché la commedia di cui questi era assoluto protagonista è ora riferimento principe e dichiarato dell’intera operazione Commediasexi: necessariamente queste righe sono il resoconto della turba critica che ne consegue, ispirate liberamente al doppio livello di lettura attribuibile all’affermazione presente nell’opera di Moretti. Che si proceda, dunque, considerando, senza nascondere la forzatura e spingendoci nel territorio della semplificazione, il lato meno lampante di tale affermazione, non più invettiva, bensì constatazione, non attacco contro il qualunquismo, ma interpretazione dell’opera comica di Sordi come sintomatica, specchio di trame antropologiche e motivi sociali: declinazione forse decontestualizzata rispetto al Moretti-pensiero (lo dimostra il famoso Telematch in cui fu contrapposto a Monicelli), ma utile a imbastire ed esemplificare una possibile chiave di lettura per quanto riguarda questa opera di D’Alatri (e, naturalmente, per i detrattori, anche certa vecchia commedia italiana). Si esamini quindi Commediasexi come rivestimento ben aderente alla fonte di ispirazione, tentativo di incarnare i mali di un popolo e di una società, azzerando ogni distanza critica se non quella insita nell’adeguamento della realtà al genere e ai suoi codici, come specchio deformato da e nel comico, con una lampante vocazione populistica, e non entomologico affresco di una cultura analizzata da una elite intellettuale: in questo senso sembra andare un film che ricicla, come la realtà che mette in scena, corpi televisivi prestati alla pellicola, che della televisione e della politica fa un territorio pubblico e contiguo, che propone un montaggio di palese e consapevole ingenuità e stupidità associativa, marchio e firma di un autore che ammicca prepotentemente alla caricatura.. Eppure questa deformazione generata dall’interno se trova supporto nelle frequenti macchiette e nella semplicità risaputa delle parodie, facendo navigare il film in territori di un Vanzina nemmeno troppo ingentilito (gli uomini politici al bar con cornetto in bocca e fica in testa, Bonfili e il suo incubo, il personaggio del transessuale, Placido e l’ovvio dittico cibo/eros, il cardinale estremista sostenitore della famiglia e dall’accento inconfondibilmente tedesco), si perde nell’umanizzazione, nella ricerca dei mezzi toni che contraddistinguono figure come quelle di Martina (/Santarelli) e Mariano, e la storia, assolutamente non esplorata e incoerentemente suggerita, della loro relazione: ne risulta un ibrido in cui la rudezza della farsa viene costantemente stemperata in sfumature ingiustificate (se non dal tentativo di accrescere lo spessore intellettuale), fino ad esplodere in un finale tanto caricaturale quanto riconciliatorio (per evidenziare la compenetrazione di pubblico e privato attuata dalla TV la famiglia di Mariano festeggia con i personaggi della fiction interpretata da Martina: potrebbe essere un finale di feroce rassegnazione, di sintomatica indistinzione, ma contrapposto alla fine di Bonolis, e indebolito dai goffi tentativi di togliere certi personaggi dalla bidimensionalità, si conforma inesorabilmente come happy end, perdendo di valenza metaforica). Così sul confine dell’affermazione di Moretti, mi ritrovo inevitabilmente dall’altro lato, con distacco critico, tacciando l’opera di un qualunquismo che è prima di tutto stilistico, riguardo un’ adesione al genere incerta e ipocrita, e poi, per ineluttabile conseguenza, tematico. Incoerente, pernicioso, di irritante malia. Ce lo meritiamo Paolo Bonolis?

Giulio Sangiorgio
Voto: 3
  
(27/12/2006)




Sangiorgio
3

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