COME SI FA UN MARTINI


di Kiko Stella
TRAMA

Milano. Nella sala del ristorante Bleu, nel corso di una serata, s'intrecciano le vite di una ventina di persone.


RECENSIONI
Gin e fiele

È di moda, in questi sciaguratissimi tempi, salutare l’uscita di un film di patria (co)produzione con fanfare di osanna sulla “rinascita del cinema italiano”. Questa volta, con sommo piacere e una punta di esasperazione, possiamo invece affermare che no, il cinema italiano non è rinato, almeno per ora: in compenso, abbiamo assistito ad un lavoro imperfetto, ma per certi aspetti molto valido, scritto, interpretato e diretto da artisti italiani. C’è una differenza rispetto al dire che ci troviamo di fronte ad un’opera che dà la misura della qualità del cinema nostrano di oggi: infatti, tra le molte cose che questo film è, di certo non è l’ennesima rimasticatura del prototipo caratteristico (e vincolante) del cinema italiano degli ultimi anni, vale a dire la “commedia corale all’italiana”.
Intendiamoci: il film di Kiko Stella può e probabilmente vuole essere letto anche come una commedia, ma non si tratta della farsa dialettale che da anni certi “professionisti” del cinema vanno spacciando per satira che castiga ridendo i costumi. Le vicende dei personaggi ci fanno sorridere, ma solo perché noi spettatori siamo al di fuori delle suddette: gli abituali canovacci della commedia italica (dalle coppie in crisi agli intellettuali ruffiani) rivelano un’amarezza e un senso di angoscia che non avremmo mai sospettato potessero emergere con tanta livida semplicità. La satira, se la vogliamo definire così, affonda il coltello e non lo ritira prima di avere mostrato al mondo quello che si cela nelle viscere delle convenzioni (geniale, a questo proposito, l’immagine della locandina, che vede un’oliva da Martini conficcata in un cervello “nudo e crudo”): ne esce un ritratto terribile, ma non deformante, di quello che siamo e fingiamo di non essere, tra vizi, pigrizie e qualche sentimento superstite (per poco ancora).
L’elemento corale è presente, nel numero e nella varietà delle storie narrate (tratte dai racconti di Marina Mizzau, che si presta ad un gustoso cammeo vocale), ma non c’è, per fortuna, nessuna volontà di creare un “affresco” (altra recente iattura del cinema, non solo italiano): le vicende messe in scena non sono e non vogliono essere esemplari, paradigmatiche o – peggio ancora – moralmente certificate. Più che di un affresco, si tratta di un puzzle, apparentemente casuale ma estremamente calibrato (basti notare la composizione simmetrica dell’incipit e del finale): i casi dei personaggi non si discostano mai dalla sfera della quotidianità, anche se spesso, all’ultimo momento, mutano repentini, come avvolti da una vampata improvvisa e (perché no) liberatoria.
Così come esistono infiniti modi di preparare un Martini, ci sono molti modi di vivere: ogni personaggio lotta per imporre agli altri la propria visione della vita, ma quasi nessuno riesce, e comunque la paga cara. Non esistono soluzioni, solo tentativi per prova ed errore: anche il film di Stella procede così, tra flash-back e sogni ad occhi aperti, e non di rado centra il bersaglio (riservano le frecce più acuminate al vacuo mondo degli intellettuali non solo milanesi).
Queste piccole storie di uomini e donne senza importanza risultano, nella loro secca limpidezza, estremamente avvincenti, anche per merito di un cast al di sopra di ogni elogio, all’interno del quale spiccano la castrante Adriana Asti, la sottilmente velenosa Monica Scattini, la fragile Fabrizia Sacchi e l’edipico Ennio Fantastichini. Italo Petriccione, vero stregone delle luci, scolpisce una Milano tra il grigio e il nero, mettendo in risalto i pochi elementi di colore con precisi intenti espressivi (vedi la scena nella toilette) e regalando almeno una scena da antologia, la livida alba che chiude il film: grazie a lui, oltre che al talento nevrotico di attori e regista ed ai dialoghi spigolosi quanto all’apparenza innocui, la sala del ristorante evita ogni luccichio da palcoscenico per trasformarsi in autentico tribunale dei sentimenti e delle convenzioni (con annessa camera delle torture), dal quale non esistono vie di fuga soddisfacenti. Ma esistono, in assoluto, vie del genere?
Insomma, anche se non del tutto esente dai rischi del bozzettismo e non privo di qualche momento di “stanca”, “Come si fa un Martini” è uno di quei film visti i quali vorremmo riconciliarci col “nostro” cinema: ma basta un’occhiata al resto del panorama italiano, così goloso di soap e ritratti generazionali (magari on the road), a bruciare le illusioni.

Stefano Selleri
Voto: 7




Selleri
7

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