MINE VAGANTI


di Ferzan Ozpetek
TRAMA

Tommaso torna nella casa familiare. Il pastificio paterno lo attende, ma lui non si è laureato in economia e commercio come pensano i suoi. E ha anche un'altra cosa da dire loro.


RECENSIONI
Tornare

Mine vaganti è migliore rispetto alle ultime, disastrose prove del regista poiché parte da un disegno intenzionale più chiaro, perché ha quadratura narrativa, perché le figure che concepisce le concerta meglio. Perché è ben recitato. Un bel film allora? No, niente affatto.
Innanzitutto il registro: Ozpetek non conferisce alcuna fluidità al suo discorso filmico sempre legnosamente codificato e privo di sfumature, non riesce proprio ad attribuire un tono omogeneo a quelli che appaiono inevitabilmente come quadri staccati in sequenza, per quanto collegati dal filo della trama, ma alterna rigidamente momento comico a momento drammatico. Il comico è comico. Il drammatico è drammatico. Entra la cameriera in scena? Cameriera che abbiamo subito inquadrato come personaggio farsesco? Momento comico. I due fratelli sono seduti in una piazza e si confessano? Hanno da dirsi cose molto serie? Momento drammatico (la piazza non è un contesto, è uno sfondo estetizzante: Lecce è una città bellissima, facciamola vedere, che la Regione Puglia sponsorizza). Arriva la gaya brigata di amici di Tommaso a rompere le uova nel paniere? Sfilata di momenti comici (evidente il debito a Il vizietto, riferimento inarrivabile). Tra di essi c’è il compagno di Tommaso che viene ignorato dal giovane in grave imbarazzo per i familiari che non sanno della sua omosessualità? Aria di crisi nella coppia? Momento drammatico. E così via. Il tema: l’omosessualità nascosta alla famiglia (bella l’idea del coming out scippato dal primo fratello al secondo: la scena della cena è l’unica che coniuga a dovere i due registri e riesce nell’intento di creare un’efficace miscela tonale e quella tensione alla quale il film ambisce e che non avrà mai) con conseguente corollario di dubbi, incertezze e drammi interiori, mentre un padre all'antica si snerva per l’imprevista confessione del primogenito, prontamente sbattuto fuori di casa (la gente mormora).
Ozpetek ha ben presente la lezione di Almodovar (anche se si ostina pubblicamente a prenderne le distanze: sarà, ma qui si sente puzza di Volver), ma non sembra giovarsene e, quando non oscilla tra gli estremi brillanti e tragici, si sollazza con un melodramma spento e alquanto pretestuoso che non sa gestire (l’incipit, che è un flashback sulla primaria mina vagante della famiglia: la nonna che ha vissuto, come i nipoti, una passione segreta), fa ricorso a una serie di caratteri di contorno (richiamandoli, come detto, meno frammentariamente del solito), ma non riesce mai a dare vita a questo affresco che vuole ben confezionato (dunque patinato) - succube di una scrittura mediocre e grossolana, senza alcuna finitura - e tutto ripiegato sulle figure ritratte.
La verità è che il cinema di Ozpetek è stato ed è oggetto di una clamorosa svista critica che, per pigrizia e vigliaccheria, si fa fatica a rimuovere: dopo il suo primo film, Il bagno turco, si è continuato, in base ad alcuni singoli elementi, e mai partendo da una considerazione complessiva delle sue opere, a riservargli un’attenzione spropositata rispetto alla pochezza dei risultati, alimentando l’opinione di Ozpetek quale autore di un qualche rilievo, cosa che il nostro non è mai stato, in nessun momento della sua carriera (alla resa dei conti Cuore sacro, se non altro perché film malato, sbagliato fino alla viscerale sgradevolezza, rimane per questo un oggetto interessante). L’abilità che il regista dimostra con la macchina da presa, anche in questo film, che visivamente si stacca con decisione dal registro televisivo di quello che, per comodità, chiamerò il cinema medio italiano, non basta a farne un autore di qualche pregio, così come non basta una certa ricorrenza di temi e situazioni che mai sono stati sviluppati e svolti su un piano estetico accettabile. Le tavolate (l’umanità di Ozpetek è spesso a tavola) sono girate con carrelli circolari puramente decorativi, il contesto familiare è artificioso e frutto evidente di una riciclata idea letteraria, dunque ritratto con semplicismo quasi ingenuo: in esso il padre vorrebbe avere la statura di un personaggio di Brancati (riferimento che vale per l’intero film), ma viene ibernato nel bozzetto esasperato (peccato, Fantastichini è un ottimo attore); presente e passato si mescolano (costante del regista che si concede anche una nuova apparizione fantasmatica) e si sublimano in un finale poeticizzante e consolatorio in cui le umane mine vaganti di questa famiglia rientrano in un quadro unitario forzatamente armonioso.
Ma le vere mine vaganti sono questo film e la visione della realtà di cui si fa portatore. Quale visione? Quella che dell’omosessualità si può avere in un contesto borghesotto e perbenista, ad esempio: comunità allegra e  malinconica che sembra vivere in un mondo realmente diverso, ma mai completamente alieno, vicino, ma debitamente tenuto a distanza da quello cosiddetto normale, un mondo a tenuta stagna che nulla ha da dire se non a se stesso e che, quel che è peggio, si manifesta filmicamente sempre negli stessi modi e con le stesse formule identitarie (le canzoni, il balletto sulla spiaggia, le magliette attillate, le battute becere), un’omosessualità sempre prudentemente narrata e poco agita (Tommaso, il protagonista), rappresentata secondo modalità che tranquillizzano il benpensante che può dunque ostentare tolleranza di fronte a un’umanità così innocuamente disegnata. Ma di luogo comune vive (muore) tutta l’opera di Ozpetek che di stereotipi si ingozza (il cognato napoletano, la zia zitella, la nonna progressista) e che diffonde rassicurazione come un virus, offrendo una visione talmente conciliata del mondo da diventare inquietante.

Luca Pacilio
Voto: 4.5
  
(14/03/2010)




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