BLEEDER

(Bleeder )

di Nicolas Winding Refn
TRAMA

Le storie incrociate di quattro amici nella periferia di Copenaghen. Il cinefilo maniacale Lenny lavora nella videoteca di Kitjo e si invaghisce di Lea, divoratrice di libri impiegata in una tavola calda. Il bonaccione Leo vive insieme a Louise, scopertasi in stato interessante da poco, e la prospettiva di diventare padre lo rende sempre più irrequieto. Il rozzo e possessivo Louis, fratello di Louise, non perde occasione per ficcare il naso nel ménage della sorella e di Leo. Il L’imperturbabile Kitjo, titolare della videoteca dalla chioma leonina, organizza ogni giovedì delle visioni domestiche in cui i quattro amici guardano film in cui il sangue scorre a fiumi.


RECENSIONI

Dopo essersi fatto le ossa sul set di Pusher, film in cui Refn non stacca mai il piede dall’acceleratore, con Bleeder il ventinovenne cineasta danese fa i conti col proprio retroterra cinematografico. Affetto da daltonismo e dislessia (ipse dixit), Nicolas è vissuto negli Stati Uniti dagli otto ai diciassette anni eleggendo la televisione a unico interfaccia con la realtà: pur arrancando con l’idioma, ha velocemente assimilato il linguaggio visivo dei film trangugiati a nastro. Completamente incentrato sulla sovrapposizione di cinema e realtà, il suo secondo film costituisce una sorta di autoanalisi di celluloide sotto le mentite spoglie di un buddy movie dai risvolti truculenti o di un film generazionale con cruente ripercussioni tragiche.

In realtà i temi manifesti del film (l’incapacità di assumersi le responsabilità da parte di Leo, il solipsismo di Lenny, la prepotenza di Louis e la fatuità di Kitjo), complessivamente riassumibili nella formula “vitelloni metropolitani”, non sono altro che il pretesto per sciorinare un dizionario cinematografico ipertrofico (la sfilza di autori e generi elencati nella videoteca) e per mettere in scena i vari modi in cui i personaggi si relazionano con la finzione. Se Lenny si rifugia ossessivamente nei film per evadere dalla realtà (esattamente come Lea fa con i libri), Kitjo padroneggia l’immaginario cinematografico senza farsene schiacciare (possiede la videoteca ma rimprovera a Lenny di parlare solo di film).

Louis invece è personaggio geneticamente cinematografico, come se fosse uscito da uno di quei film che i quattro guardano ogni giovedì sera (nelle sue mani si materializza magicamente una pistola e trapana buchi nel muro come Abel Ferrara in The Driller Killer). Leo, figura che passa dall’inoffensività alla ferocia con galoppante rapidità, incarna infine la deriva del mimetismo: è la visione di un film di William Lustig (Vigilante, 1982) a fargli nascere la fregola di possedere un’arma da fuoco (che domanda con insistenza a Louis) e a scatenare in lui l’aggressività repressa. Come si può notare, la struttura del film è un tantino rigida e non giova affatto alla progressione drammatica del film, ingessandola nello schematismo dimostrativo (aggravato dal vezzo di dare ai personaggi principali dei nomi che iniziano con la stessa consonante.

Meno schematica risulta l’elaborazione stilistica: muovendo dall’irruenza ipercinetica di Pusher (di cui recupera il parco attori: Lenny/Mads Mikkelsen, Leo/Kim Bodnia e Kitjo/Zlatko Buric erano anche i tre personaggi principali del film precedente di Refn), Bleeder è girato integralmente in steadicam e presenta sequenze di esasperata violenza (la sparatoria davanti alla discoteca e il susseguente pestaggio, l’atroce punizione di Lenny e il regolamento di conti nel prefinale) ma frequenta altresì atmosfere sospese e strampalate, occhieggianti ora al cinema di Lynch (Cuore selvaggio è nominato esplicitamente) ora a quello Kaurismäki (il dialogo tra Lenny e Kitjo nel finale). A dire il vero la commistione di registri non suona particolarmente riuscita, tuttavia dice di un progetto cinematografico che si sta spostando verso altri territori. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 1999 e vincitore del premio FIPRESCI al Sarajevo Film Festival del 2000.

Alessandro Baratti
Voto: 5
  
(29/12/2009)




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