I SOLITI SOSPETTI

(The usual suspects )

di Bryan Singer
TRAMA

Cinque criminali. E Kaiser Soze. Un burattinaio. Il diavolo, probabilmente.


RECENSIONI

Dire qualcosa riguardo a I soliti sospetti significa davvero rimestare il calderone dell'autoevidenza: un noir che si comporta da whodunit, la tragedia ineluttabile che scaturisce da un caos perfettamente strutturato, un uomo che beffa l'intorno e i canoni del genere, che sottomette la complessità della realtà alla sua volontà, che fa trionfare - come in ogni giallo che si rispetti, ma a parti inverse - il raziocinio. E la menzogna, coerentemente. Un elogio alla capacità affabulatoria di ogni narrazione, l'affermazione sistematica dello statuto d'ambiguità dell'immagine. Si dice che ogni grande film, per essere tale, debba rivelare la materia di cui sono composti i suoi fotogrammi: I soliti sospetti dichiara esplicitamente il suo essere frutto di un discorso, incentra su ciò la rivelazione principale del film, il fine ultimo di un meccanismo narrativo implacabile, che stordisce qualsiasi rilevazione di inverosimiglianza, che permette all'intreccio di rendere risibile la fabula, proclamando la distanza assoluta tra credere e vedere. Adagiato perfettamente nel contesto del cinema americano anni '90, un esemplare di cinema che ribadisce l'esile spessore della pellicola in confronto a quello della realtà, sollazzandosi nel mettersi in gioco come pura narrazione, stilizzando un'anima classicheggiante immersa in quella vivida consapevolezza che è tutta contemporanea, recuperando strategie narrative vecchie come il mondo (la destrutturazione temporale, la falsa enunciazione) e giocandole sfacciatamente, senza timori, facendo di queste forme la sostanza. Una sostanza abitata, ovviamente e magistralmente, da tipi criminali senza pretese di profondità ma che anelano sfrontantamente alla leggenda, personaggi dal lessico sottratto al cinema criminale americano, labbra che pronunciano frasi risolute, meravigliosamente apodittiche, e anime mosse da vaghi retaggi di filosofia e spirito noir. Certi dettagli sono il sintomo di un perfezionismo più esibito che concreto (la relazione tra la distribuzione dei fascicoli e la cronologia della morte dei protagonisti, l'equilibrio audiovisivo del colpo di scena finale, il simbolismo spiccio che disegna l'inevitabile), ma sono perfettamente in armonia con il capolavoro del demiurgo Kaiser Soze, l'apparenza prima di tutto. E' la struttura (sceneggiatura di Christopher McQuarrie, premiato con l'Oscar) a dominare, a inchiodare gli occhi dello spettatore allo schermo, servita da un cast d'attori in reale stato di grazia e e da una regia che s'adegua, che non s'aggrappa a fronzoli, viaggiando ben distante, comunque, dall'anonimato. La carriera di Synger e quella di McQuarrie dimostreranno che opere del genere sono il frutto di circostanze fortunate. Bando alla politique des auteurs: un gran cazzo di film.
 

Giulio Sangiorgio
Voto: 8
  
(04/03/2010)




Sangiorgio
8

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