AFTERSCHOOL

(Afterschool )

di Antonio Campos
TRAMA

Robert, studente di una prestigiosa high school americana, filma per caso la tragica morte di due compagne. Il loro ricordo diventa il soggetto di un progetto audiovisivo cui il ragazzo lavora nell’ambito dell’obbligatoria attività afterschool di un gruppo ricreativo.


RECENSIONI
Alla ricerca della realtà perduta

Una gioventù ipnotizzata dallo schermo del pc, che non riesce a interrogare la realtà se non attraverso il filtro della sua videorappresentazione, che trova nel feticcio dell’immagine filmata il fantasma della sua libido, che adora il dio You Tube (Violenza&Voyeurismo: un gatto, un poppante, l’impiccagione di Saddam e la pornografia si equivalgono, è tutto intrattenimento), rinchiusa in una scuola che non l’ascolta anche quando pretende di farlo (lo psicoterapeuta ti sputtana, il preside è un ipocrita, l’alta borghesia che foraggia l’istituzione decide cosa si può fare e cosa no, cosa è doveroso censurare e cosa bisogna far finta di non vedere tra quelle pareti che hanno occhi elettronici che rimbalzano all’esterno i loro sguardi – internet, il grande fratello, ci espone costantemente, come suggerisce il finale-apoteosi -), assistita a distanza da genitori che la implorano di dire loro che va tutto bene e che sperano che la scuola risolva ogni problema. Tutte le emanazioni di questo giovane popolo privilegiato vengono presentate nella loro peggiore veste perché il quadro sia debitamente affliggente e possa raccogliere a dovere il pistolotto sul diaframma d’insensibilità che separa un’intera generazione dall’autentica sostanza della passione, del dolore e della morte.
E allora sesso. Sesso virtuale, sesso parlato, sesso fatto, sesso idealizzato, che si consuma tra le mani, che si iconizza al volo sul desktop, che funge da grimaldello sociale per ottenere attenzione (il numero di pompini ottenuti: medaglie al valore), sesso specchio di un reale che si vive solo in quanto ri-preso e ri-visto. Si guarda (lo schermo) si viene guardati (la webcam), si documenta: il video plasma anche l’immaginario erotico, tarando le fantasie, svilendo l'esperienza concreta. Sesso onnipresente: nei discorsi, nelle immagini, in ogni momento della giornata (la professoressa è un insieme di dettagli carnali).
E allora droga. Canne&Cocaina come viatico alla socialità, alle cricche dei ragazzi fichi, nelle classi dove convivono pusher, consumatori o dichiarati obiettori. Si sniffa, si fuma, ci si sballa.
E allora alcool.
E allora pillole.

La visione d'insieme è talmente apocalittica da divenire involontariamente parodica, la provocazione è gridata e si autodenuncia: si pensi al motivo del video in memoria delle gemelle morte (la coca era stata tagliata col veleno per topi…) e alla disinvoltura con la quale si fa passare la storia dell’elaborazione del lutto di una comunità scolastica attraverso la realizzazione di un documentario (a dire che il morbo dello shooting, e della realtà che passa attraverso questo, è trasversale e non conosce generazioni di riferimento privilegiato), al modo tremendo, per goffaggine estetica e concettuale, col quale viene rappresentato il dolore dei genitori delle vittime (l’imbarazzante scena dell’incontro con Robert, l’intervista filmata in cui la sofferenza viene tradotta in modo talmente forzato da apparire grottesca); si pensi all’impacciato amplesso tra Rob e la compagna che dovrebbe esorcizzare il disorientamento seguito ai traumatici decessi e in cui i ragazzi, come in molte altre scene del film, risultano ai limiti del campo di ripresa (ma non disdegnando, il regista,  per la seconda volta nel film, un centrale sul pube-chiodo fisso, qui sverginato e tappato dalla maglietta…); si pensi alla crisi del compagno di stanza di Rob, scena a dir poco artificiosa nel suo ostentato ricercare consistenza drammatica.
 Ma c'è da denunciare questo sfacelo: e dunque, come Amleto organizzò la rappresentazione teatrale quale esca psicodrammatica per intrappolare la coscienza dello zio-re e obbligarlo a tradirsi (mica si cita a casaccio), così il protagonista - ragazzo problematico, che vive ogni esperienza con lo stesso apatico distacco - in un moto di coscienza fa un video sperimentale, non piegato alla retorica tartufesca dell’organigramma scolastico, per scoperchiare i sepolcri imbiancati dell’istituzione (che ovviamente respinge la cosa e fa rimontare il memorial nella “giusta” maniera).

Tanto Gus Van Sant, alla cui consapevolezza stilistica si ambisce: l’alternanza dei registri visivi è sempre pienamente significativa (va detto), così come i movimenti di macchina che talvolta sembrano assecondare quelli degli attori e non dettarli, altre volte vagano oggettivi a inquadrare i contesti quasi ignorando le figure, figure che a tratti tornano nitide in primissimo piano sullo sfondo sfocato (una realtà che non si acchiappa nella sua totalità, ma solo per frammenti. Sì: Elephant); una manciata di Haneke (la riflessione sul video come reperto del reale che va a riplasmarlo; il filmato che sembra elemento della diegesi e che in realtà è nella diegesi, scoprendosi visionato dai personaggi; la borghese violenza ferina; il fuori campo come spazio di rappresentazione da intuire) senza averne la lucida ferocia; un pizzico di Larry Clark (i giovani, i loro corpi, le loro angosce, i loro desideri), senza la sua furbesca, sfrontata laidezza; sguardo registico smaccatamente indie e studiatamente sgrammaticato, in chiara empatia con quello glaciale del protagonista, a esporre un visibile ben (de)limitato (per non correre il rischio di cadere nell’eccesso che si denuncia?), Afterschool, dietro la sua apparente narratività, è un film saggistico e a tesi che puzza di moralismo peloso, galleria di mostruosità e di figure disumanizzate composta ad arte e spacciata per veristica, zeppa di distorsioni strategiche, con un dito puntato confusamente su tutto e tutti, in cui si ambirebbe a mostrare, salvo subdolamente dimostrare, esporre la teoria sulla desolante condizione giovanile, tanto da risultare in questo (e solo in questo) davvero pruriginoso, soprattutto perché dietro la presunzione di sondare un mondo (volutamente chiuso in se stesso: non ci si muove dal microcosmo scolastico) e le sue dinamiche non manifesta alcuna rigorosa elaborazione della materia, nessuna analisi seria, limitandosi a squadernare un campionario di situazioni limite, come se il loro mero accostamento potesse essere di per sé significativo di qualcosa; Campos (che ha girato questo film a ventiquattro anni e dimostra una spregiudicatezza registica e un occhio vivace che non staremo certo a negargli) affastella motivi, mette un sacco di carne al fuoco (alla fine, per buon peso, il colpo di scena: si scopre che il protagonista ha assassinato una delle due ragazze), affoga le tematiche nella banalità del vuoto dibattito da venire (le “nuove immagini” catturate dai portatili, diffuse nella rete testimoniano violenza? La innescano? Registrano la realtà? La condizionano in qualche modo?), tanto più inaccettabile perché applicata a una materia così delicata, tanto più superficiale quanto più si assume l’apparenza pervasiva della problematica in gioco come la sua sostanza. Afterschool è un prodotto sospetto nel suo cavalcare l’onda, nel calcolo dello scalpore, dello sfruttamento patetico dell'argomento sociologico trendy, nell'innescare la discussione referenziale  (il degrado in cui si dibatte l’evoluta e protetta adolescenza contemporanea) e autoreferenziale (la realtà è nell’immagine pixellata? L’immagine cinematografica ne è l’improbabile e insoddisfacente messa in bella copia?). Fuffa.

Luca Pacilio
Voto: 4.5
  
(01/03/2010)




Pacilio
4.5

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