ANNA DEI MIRACOLI

(The Miracle Worker )

di Arthur Penn
TRAMA

Una tenace istitutrice accetta il difficile compito di educare una giovane ragazza sordomuta e cieca, sfidando i pregiudizi e le ostilità della famiglia.


RECENSIONI

Arthur Penn, classe 1922, è sicuramente uno dei più importanti registi della "new Hollywood". Ha realizzato capolavori quali "Gangster story" (1966), "Piccolo grande uomo" (1970) e "Gli amici di Georgia" (1981), introducendo stilemi e sperimentazioni formali proprie della "nouvelle vague" francese all'interno del codificato sistema dei generi americano. Oggi appartiene alla non ristretta cerchia dei "desaparecidos": da più di dieci anni non realizza film (lavora solo saltuariamente per la televisione). "The miracle worker", del 1962, è in assoluto uno dei suoi più lucidi e sofferti drammi da camera. L'adozione di questo termine teatrale non è fuori luogo. La sceneggiatura, infatti, si basa su una pièce di William Gibson che lo stesso regista, con il medesimo cast, aveva portato sulle scene pochi anni prima. Nella trasposizione cinematografica, Penn, non si preoccupa di dilatare i tempi e di allargare gli spazi, pratica persegiuta per convenzione dalla maggior parte degli sceneggiatori specializzati in adattamenti teatrali (fondata sull'idea malsana del voler "dar aria al testo", genialmente ridicolizzata da Hitchcock), ma mantiene una rigorosa scansione drammaturgica e privilegia la gestualità degli attori, seguendo il ritmo delle pulsazioni del cuore, senza nulla concedere, però, ai ricatti del soggetto. Raramente l'handicap fisico è stato descritto e rappresentato in maniera così delicata, concreta e ad un tempo "teorica". Il regista trasforma un limite "dei sensi" in puro, metafisico ed inquietante disagio esistenziale. L'isolamento assoluto della giovane protagonista Helen assurge a paradigma di una condizione che non è soltanto sua, ma dell'umanità tout court stretta tra un'alterità reale (quella dei "diversi") ed una pseudo-normalità prigioniera della stupidità e dei pregiudizi (simboleggiata, nel film, dalla famiglia della ragazza). L'uomo, che appartenga all'una o all'altra categoria, sarà sempre o incompreso o incomprensibile, o incapace di parlare o incapace di ascoltare e di vedere. Ogni possibilità di dialogo risulta, quantomeno, ardua. Ma accanto a questa (dis)umanità, Penn inserisce un personaggio, quello dell'istitutrice, che, mosso da uno slancio tenace ed utopistico, laicamente "divino", cerca di superare le barriere, di scavalcare le pastoie della convenzionalità piccolo-borghese per avvicinarsi  ad un mondo "altro", quello del silenzio, della sofferenza inesplosa, del grido soffocato.
L'intraprendente istitutrice, donna combattiva, tarda seguace di teorie pedagogiche settecentesche, riuscirà a stabilire un contatto con la ragazza, scoprendo però che di quel mondo sconosciuto ella aveva fatto sempre parte (anche lei è slegata "visivamente" dalla realtà perché affetta da una malattia agli occhi). Per lei, lo stabilire un contatto con la giovane rappresenta quasi un tentativo ultimo e definitivo di riacquisire una coscienza di se e della propria alterità. Il pessimismo di fondo resta, nonostante l'apparente lieto fine; i due mondi restano separati, non convergono. Nel rispetto del fulcro tematico del testo, la conflittualità ed incomunicabilità tra realtà, Penn concentra il proprio sguardo su Helen e l'istitutrice, singolarità incarnanti identità precise che finiscono col convergere, e relega in uno spazio secondario i genitori, quali esponenti di una mostruosa normalità. Ancora una volta, come nel "Piccolo grande uomo" e in altri suoi film, Penn scieglie di stare dalla parte dei vinti. Il risultato di un lavoro così preciso e profondo sfiora il capolavoro. Merito anche di due attrici (Anne Bancroft e Patty Duke) nei cui volti è impressa la sofferenza di un mondo.

Manuel Billi
Voto: 9




Billi
9

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