AMABILI RESTI

(The Lovely Bones )

di Peter Jackson
TRAMA

La quattordicenne Susie Salmon viene brutalmente uccisa da un vicino di casa, nel dicembre del 1973, ma si ritrova in un una “terra di mezzo” ultraterrena dalla quale osserva il suo assassino e la sua famiglia…


RECENSIONI
Heavenly Bones

E’ possibile trovare un parallelismo, tra il prima e il dopo lo spartiacque The Frighteners, nella filmografia di Peter Jackson. Dopo progetti a costo zero (Bad Taste), goliardicamente irriverenti (i Muppets deviati di Meet the Feebles) o demenzialmente splatter (Braindead), accomunati da un’idea di cinema votata all’eccesso gore e alla comicità sguaiata, seguì il colpo di teatro della produzione seria e rispettabile (Heavenly Creatures) con tanto di Leone d’Argento veneziano. La storia si ripete, con leggeri slittamenti. A due produzioni ultraspettacolari (La Trilogia dell’Anello) e cinefile (King Kong) emblemi del mainstream intelligente e ben confezionato, segue un film che cambia radicalmente registro (The Lovely Bones) e che autolimita gli orizzonti commerciali. Due film di rottura, due film per certi versi simili. Come Creature del Cieloriproponeva l’effettistica naif dei suoi predecessori, cambiandole di segno e di contesto, così Amabili Resti costruisce fantasmagorici mondi digitali non più per fini epici e grandiosi ma poetici e intimi. Come se Jackson volesse rompere col passato rimanendo riconoscibile. O come se l’operazione abiura non fosse poi così sincera e il regista non riuscisse a emanciparsi da un trascorso forse più grossolano ma più sentito e naturale. Perché Amabili Resti, ancor più che Creature del Cielo, sa di artefatto e intenzionale. Somiglia troppo a un cartello con su scritto “so fare anche questo”.

Peter Jackson non ha la mano delicata. Il suo è un cinema ludico, dell’emozione basica pur nella varietà. Dalle piccole sguaiatezze splatter degli esordi alle recenti dimostrazioni di forza ultra-spettacolari, il regista ha sempre dimostrato di padroneggiare solo alcuni meccanismi dell’emotività cinematografica: il disgusto, la risata liberatoria, il bigger than life, la cavalcata action interminabile. Così come la creazione di atmosfere e la gestione tecnica di singole sequenze. Ed è sempre parso molto meno a suo agio con il vero dipanarsi della storia e l’approfondimento psicologico, limiti che la natura dei suoi ultimi quattro film riusciva a mistificare. Con Amabili Resti i nodi vengono al pettine. La prima parte, fino all’omicidio di Susie, è complessivamente molto riuscita: la presentazione dei personaggi in attesa di sviluppo è efficace (complice la voce over che fa il lavoro sporco), le basi della vicenda sono solide e, soprattutto, la sequenza dell’omicidio è un piccolo gioiellino di suspense visionaria (la tana dell’orco, immersa nel limbo tra realtà e incubo), nobilitata da un sapiente utilizzo del montaggio alternato. Tutta roba molto jacksoniana, nella quale il nostro si mostra perfettamente a fuoco. La banale corsa del fantasma nella nebbia, però, è un primo duro colpo a un meccanismo che comincia a incepparsi, per riprendersi parzialmente con la sequenza onirica della vasca – nulla di che, a ben vedere – dotata di una sua forza. Ma da lì iniziano i guai seri. L’ambientazione paradisiaca non lesina banalità e cliché e solo a tratti viene instaurato un vero dialogo con la materia narrat(iv)a (il naufragio dei galeoni imbottigliati), mentre il racconto perde improvvisamente di ritmo, coesione e, soprattutto, chiarezza. Jackson cerca di tenere il piede in molte staffe (perdita, elaborazione del lutto, sottotrama thriller) ma perde rapidamente il bandolo di un po’ tutte le matasse: il percorso formativo dell’anima(?) di Susie non è mai pienamente intelligibile, la crisi famigliare innescata dalla tragedia prosegue a singhiozzo, con episodi mal raccordati e personaggi inconcludenti (nonna Sarandon, la “sensitiva” dal ruolo indefinito) mentre la crime story è troppo accessoria e marginale per dotarsi di vera consistenza drammatica.

Amabili Resti va avanti tra sussulti e picchi emotivi, ma senza un vero collante che tenga unita la struttura. La baracca, a ben vedere, la reggono la grazia della brava Saoirse Ronan e la tecnica di Jackson che regala almeno un’altra sequenza memorabile: l’intrusione di Lindsay nella casa dell’assassino, concettualmente vecchia come il cucco, è rivitalizzata da un’originale costruzione su primissimi piani e dettagli fissi, con la suspense che lievita in modo “statico” e ineluttabile. Ma sono sprazzi. Altrove si crea tensione che implode nel nulla di fatto (il lento “rotolamento” della cassa nella discarica) e a film finito rimane comunque una generale, spiacevole sensazione di inconcludenza. Ronan a parte, comparto attoriale altalenante (benino Tucci, male, al solito, Wahlberg). Adeguate e non invasive le musiche di Brian Eno. Cameo di Peter Jackson con cinepresa in mano, hitchcockiano nella sostanza, kubrickiano nell’iconografia.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6
  
(15/02/2010)



Creatura nel cielo

Come un presagio, la piccola Susie guarda con apprensione la boule à neige che custodisce/imprigiona un piccolo pinguino. Il padre interviene per tranquillizzarla: il pinguino vive una vita felice, il suo mondo è perfetto. Nell’incipit dell’ultimo film di Peter Jackson da subito l’incanto si lega inestricabilmente all’inquietudine, i giocattoli sono oggetti dal fascino ambivalente, l’infanzia si proietta già in una dimensione scivolosa e sfuggente, quella della prima adolescenza. Salmon è il cognome della protagonista. Come gli omonimi pesci, Susie risalirà la corrente: dalla morte, annunciata da subito, atroce, fuori campo, alla vita, sia pure di un attimo, quell’attimo in cui si riapproprierà del corpo (di un corpo) che le è stato sottratto brutalmente.
Susie Salmon sta per trasformarsi in una giovane donna. Nel futuro che non avrà vorrebbe diventare “fotografa di natura selvaggia”: attraverso l’obiettivo della macchina che le è stata regalata scopre con avidità la fisicità del mondo circostante (la carnosità dei fiori del vicino e suo assassino, il goffo fisico della ragazzina di fronte che si esercita per tenerlo in forma) e autoritrae la sua fisionomia che cambia istante dopo istante. La Pennsylvania dei primi anni ’70 è ancora un luogo spensierato, pieno di radiose possibilità, “prima che i ragazzi scomparsi apparissero sui cartoni del latte o che occupassero le prime pagine dei giornali”. I genitori di Susie sono due giovani ex-intellettuali che a Camus e Hesse hanno sostituito senza rimpianti libri di cucina e giardinaggio, la stagione della liberazione sessuale ha lasciato spazio alla riflessione ponderata sulle identità sessuali e i ruoli sociali. Nella libreria del centro commerciale mentre Susie spia il ragazzo di cui si è invaghita sfogliando la rivista “Seventeen” (la sorella minore invece fissa ancora affascinata la vetrina del negozio di giocattoli) la nonna le consiglia di farsi avanti e prendere l’iniziativa tenendo in mano una copia dell’“Eunuco femmina” di Germaine Greer.
La violenza mortale subita da Susie assume così le forme atroci e grottesche dell’espropriazione di una casa di bambola (illuminante la sequenza in cui assassino e ispettore giocano involontariamente a gatto e topo tra le finestre e le aperture del modellino costruito dal killer stesso). La trappola dell’omicida è una stanza dei giocattoli claustrofobica e umida abitata dallo stupore infantile (che muta in paura) e dalla prevaricazione adulta: l’adolescenza è chiusa fuori (analogamente, più tardi, la furia del padre si abbatterà, sbagliando bersaglio, su una giovane coppia in cerca d’intimità in un campo di granturco). La raffigurazione del limbo-paradiso è costruita assemblando i frammenti dell’esplosione di una cameretta adolescenziale, rielaborazione onirica dell’immaginario di una ragazzina alle prese con i primi turbamenti sessuali e sentimentali (pubblicità di moda dai colori squillanti, magazine per teenagers, poster edulcorati di divi pop o di luoghi esotici, souvenir dell’infanzia non ancora abbandonata). Naturalmente kitsch, mai esondante e sapientemente aggrovigliata con luoghi e oggetti smarriti dell’al di qua. Un altrove ancorato alla terra: Dio è assente o, se c’è, imperturbabilmente silenzioso.
Dopo una prima mezz’ora straordinaria e compatta, il film si sfrangia. Ondivago e spiazzante, Amabili resti comincia a percorrere diverse strade precludendo la possibilità di una definizione netta, alla stessa stregua della sua protagonista viva/morta sospesa tra cielo e terra. La sua irregolarità diventa strada facendo la sua compiutezza. Gli amabili resti sono le spoglie straziate di Susie, ciò che rimane di una famiglia disintegrata dal dolore e in ricerca della perduta unità, i brandelli di una narrazione frantumata. Thriller soprannaturale, fantasy iniziatico, favola dark, dramma familiare, ritratto d’epoca, teen-movie, melodramma fantastico si susseguono, si incrociano, si sfiorano soltanto, si abbandonano. Jackson lacera i confini dei generi, in un caleidoscopio di salti di tono (la parentesi comica, o apparentemente comica, con la nonna Sarandon) e punti di vista (la voce narrante è quella di Susie ma la narrazione si focalizza alternativamente su altri personaggi, anche per brevissimi momenti: il killer, il padre, la sorella, il ragazzo amato). La storia principale, quella della protagonista, dei suoi amori, delle sue avventure, è stata estirpata sul nascere. Su questo vuoto s’innestano le altre, delineate o alluse, speranzose o oscure. A unificare questa costellazione è comunque il corpo fantasmatico di Susie (Saoirse Ronan conferma il suo valore), corpo negato, nascosto, bloccato nel suo fiorire, restituitole in tutta la sua adolescenza rubata, sia pure per brevi istanti, in una sequenza di struggente bellezza, intarsio di delicate incarnazioni, salvifiche trasparenze e insostenibili pesantezze (l’apparizione di Susie alla ragazza-medium, il parallelo rotolare della cassa che contiene il suo cadavere verso la discarica, il bacio).
Jackson percorre questo materiale febbrile con appassionato dinamismo, steadycam irrequiete, sinuosi movimenti di macchina, giochi di prospettive tra l’enormemente piccolo e l’enormemente grande, un uso magistrale del montaggio (capace di dare nuova energia a tópoi stravisti del cinema di suspense, come nella sequenza già citata da Pelleschi dell’irruzione della sorella nella casa dell’assassino). Magnificamente squilibrato, fascinosamente diseguale, Amabili resti cerca di catturare il fugace, delle storie che vanno da un’altra parte, dei volti che appena ritratti sono già scomparsi, come nell’istantanea di Susie che chiude il film. In questa strenua ricerca, riuscita o meno, sta la sua grandezza. Cinema slabbrato e potente, potente proprio perché slabbrato.

Michele Favara
Voto: 7.5
  
(06/03/2010)



COMMENTI

Peter Jackson ritorna dietro la macchina da presa suscitando, oltre che una discreta dose di aspettative, una notevole curiosità data da un film che si pone fin da subito in opposizione alle ultime prove, più o meno riuscite, che inquadravano l'autore come l'emblema di un cinema muscolare e spesso ben fatto, di un giocattolone sempre più pompato che, se in alcuni casi mostrava le reali capacità di un regista eclettico e megalomane, in altri ne portava a galla tutti i limiti.
La prima inquadratura diegetica – un pinguino giocattolo che dopo pochi secondi rivela il suo stato di custodia/costrizione in una sfera di cristallo (immediata quanto facile liaison con Quarto potere) – chiarisce subito l'intenzione del regista, specie se accostata a ciò che immediatamente completa la sequenza iniziale: il regista neozelandese fa capire che Amabili resti vuole essere una sorta di sintesi delle anime che hanno caratterizzato la sua filmografia, un'atmosfera visionaria, che gioca sul rapporto tra realtà e sogno, inserita in una dimensione familiare, domestica, a misura d'uomo.
La traduzione filmica di quest'atteggiamento sta nel gioco di focalizzazioni, tra quella più che mai interna della protagonista Susan e quelle esterne degli altri componenti della famiglia.
Attraverso questo meccanismo si assiste alla parte più riuscita del film che fa emergere alcune caratterizzazioni abbastanza azzeccate, tramite il filtro efficace e originale di una ragazzina adolescente, che narra la propria storia di vitalità e purezza in maniera retrospettiva postuma (Sunset Boulevard docet), con una voice over scollata dalla vita che genera una profonda discrepanza tra immagini e informazioni, creando un paradossale e spiazzante clima mortuario. Il tutto culmina nella sequenza, a lungo ritardata dell'omicidio, un piccolo gioiello di regia e tensione, amplificato dall'esposizione capillare del rituale preparatorio all'omicidio compiuto dal killer, interpretato in modo credibile ed inquietante da un bravo Stanley Tucci.
Da questo momento in poi il film vede il suo reale start e per Peter Jackson iniziano i problemi: quella che doveva essere una storia intima caratterizzata da un omicidio capace di generarne le dinamiche narrative diventa qualcosa di molto più ambizioso, le traiettorie narrative si moltiplicano, il centro nevralgico del film si scompone in tante cellule narrative potenzialmente esplosive, ma che si rivelano velleitarie, non risolte ed in alcuni casi molto deboli. Una di queste orbita attorno al rapporto tra adolescenza ed età adulta: l'altra teenager del film è la sorella di Susan, Lindsay, e nella sua differente reazione all'omicidio rispetto agli altri componenti della famiglia sta la volontà di Jackson di riproporci un ritorno ad un infantilismo positivo vagamente spielberghiano che porta però a delle soluzioni narrative decisamente stereotipate in cui non c'è traccia di sfumature o complessità caratteriali. I genitori sono adulti, la loro fantasia è incancrenita, Lindsay è giovane e quindi caparbia, audace, furba e scaltra. Teorema perfetto quanto banale.
In realtà ci sarebbe anche un'idea di fondo potenzialmente molto produttiva e cinematograficamente intrigante: non si passa mai completamente nell'aldilà se prima non si è definitivamente defunti nella mente dei vivi. Suggestione che sprofonda tra le tante altre sotto-trame e non è mai sviluppata in modo dignitoso, rimanendo, al vaglio critico, solo una virtuale qualità.
Amabili resti, proprio per la sua struttura e i suoi numerosi propositi mostra scopertamente tutti i meriti e i demeriti di un autore controverso e per certi versi affascinante. Il regista neozelandese si dimostra molto capace nel gestire i ritmi del film, in particolare nelle scene d'azione, alcune delle quali di pregevole fattura. Di alto livello è l'uso del montaggio alternato volto alla creazione della suspense che in almeno due scene offre un esempio delle capacità dell'autore. Di segno opposto invece il giudizio sulla gestione delle emozioni da parte del neozelandese e sulla sua abilità nell'analizzare in profondità un tema così delicato come l'elaborazione del lutto. Jackson si ferma ad una dignitosa caratterizzazione dei personaggi senza mai riuscire ad approfondire il dolore dei medesimi, non riuscendo ad evitare il ricorso a facili stereotipi. In questo non lo aiuta la pessima interpretazione di Mark Walberg.
Amabili resti è una coproduzione tra la casa indipendente Film4 e la DreamWorks di Steven Spielberg il quale figura anche come produttore esecutivo. Spesso la DreamWorks produce film di altri registi e se non c'è sempre la garanzia di qualità, il più delle volte si tratta di grandi ricavi economici, com'è accaduto per i due Transformers. Quasi mai però il regista di Incontri ravvicinati del terzo tipo figura nei credits del film. Probabilmente in questo caso Spielberg ha avuto un déjà vu, ha visto la possibilità di vivere un nuovo sogno, meglio, il miraggio di rivivere un suo sogno passato. Sono tante, infatti, le similitudini narrative tra Amabili resti e Always – Per sempre, dalla morte prematura al rapporto tra vivi e defunti, dalla redenzione al passaggio definitivo all'aldilà. Il film del 1989 è stato per Spielberg l'occasione di realizzare un desiderio covato per lunghi anni: fare il remake del film che aveva più amato da bambino, Joe il pilota di Victor Fleming del 1943. L'ipotesi di produrre un film così simile al suo lavoro di vent'anni fa può avere in qualche modo illuso Spielberg che, alla luce dei fatti, si è fidato forse eccessivamente di una mano che è ben lontana dalla sua.

Attilio Palmieri
Voto: 5
  
(21/02/2010)




BaronciniBellucciCompianiDi NicolaFavaraPacilioPalmieriPelleschi
6.5 6.5 6 5.5 7.5 5 5 6
Rangoni MachiavelliSaso
7 6

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