IN THE ELECTRIC MIST

(In the Electric Mist )

di Bertrand Tavernier
TRAMA

New Iberia, Louisiana. Il detective Dave Robicheaux sta indagando sul delitto di Cherry LeBlanc, una ragazza barbaramente uccisa dopo essere stata seviziata e mutilata. Le indagini si intrecciano ad altre due circostanze che si verificano nella contea di Parish: le riprese appena iniziate di un film sulla guerra di Secessione col divo alcolizzato Elrod Sykes (e prodotto dal boss locale Julie "Baby Feet" Balboni) e il ritrovamento, da parte dello stesso Sykes, di un cadavere incatenato nella palude del fiume Atchafalaya, delitto a cui Robicheaux ha casualmente assistito quarant�anni prima. I tre eventi, apparentemente irrelati, sono in realtà collegati tra di loro da un�invisibile rete di interessi e abitudini criminali. Su tutto aleggia il fantasma del generale John Bell Hood, leggendario condottiero confederato che appare misteriosamente al detective dispensandogli suggerimenti e aiutandolo ad attenuare i laceranti sensi di colpa.


RECENSIONI
In the Electric Mist Without Tavernier

Attenzione: di questo film esistono due versioni. La prima, americana, è quella voluta dal produttore Michael Fitgerald (patron della Ithaca Pictures), montata da Roberto Silvi, della durata di 102’ e uscita direttamente in dvd negli USA poiché nessun distributore ha voluto finanziare né acquistare la pellicola. La seconda, francese, è quella desiderata da Bertrand Tavernier, montata da Thierry Derocles, della durata di 117’, presentata in concorso alla Berlinale e uscita nelle sale francesi il 15 aprile. Sfortunatamente, dal momento che in Italia il film non è stato distribuito né è prevista uscita imminente, la seguente recensione si riferisce alla “versione Fitzgerald-Silvi”, di 15 minuti più breve del director’s cut.

Inutile dire che il quarto d’ora mancante si fa sentire eccome: la pellicola di Tavernier, tutta impostata sul tratteggio dei personaggi e sulla suggestione dei luoghi, risulta sensibilmente snaturata da un ritmo che tenta di restituire all’intreccio quella preminenza che il cineasta francese ha deliberatamente subordinato alle sfumature psicologiche e alle notazioni d’ambiente, intendendo trascrivere il più possibile le atmosfere del libro di James Lee Burke In the Electric Mist with Confederate Dead da cui il film è tratto. Grande ammiratore di Burke e profondo conoscitore della cultura americana (suo l’imprescindibile documentario, co-diretto insieme a Robert Parrish, Mississippi Blues del 1983), Tavernier, nel progetto di un adattamento intimamente rispettoso della visione del romanziere e della realtà della Louisiana, ha voluto girare a New Iberia e consultare direttamente lo scrittore ivi residente per ritrovare i luoghi del libro e l’esattezza dei toni su cui costruire il film. L’immersione nella realtà della Louisiana si è completata con l’assorbimento delle musicalità Zydeco e Cajun, assorbimento culminato nell’inserimento di brani di Clifton Chenier, Nathan & the Zydeco Cha Chas e Michel Doucet nel tessuto sonoro del film, nonché nella composizione di una traccia sonora ad opera di Marco Beltrami impregnata di sonorità cajun.

Questo amore per le pagine di Burke (che ha dato calibrati contributi alla sceneggiatura) e per la cultura della Louisiana si percepisce chiaramente in ogni inquadratura, anche grazie alla fotografia satura di Bruno de Keyzer, capace di catturare la soffocante densità della vegetazione e la vibrante luminosità dell’aria in un cinemascope lussureggiante e decadente al tempo stesso. Purtroppo il respiro atmosferico della pellicola, che si indovina nonostante i tagli, risente delle improvvise accelerazioni di velocità narrativa, responsabili di un ritmo lacunoso in aperta contraddizione con l’andatura avvolgente della progressione drammatica (scandita flemmaticamente dalla voce narrante di Tommy Lee Jones, che ha addirittura scritto qualche dialogo, come quello sul pontile tra Dave e sua moglie Bootsie a proposito dell’idea di comprensione). Scrupolosamente fedele al testo letterario, Tavernier ha apportato una sola grande modifica al romanzo di Burke, spostando la collocazione cronologica degli eventi dal 1992 ai giorni nostri, per evocare le ingerenze mafiose nella gestione degli aiuti federali della ricostruzione post-Katrina. Le allusioni ai malavitosi che hanno speculato (e continuano a speculare) sulle devastazioni dell’uragano si innestano sulla componente politica già presente nel romanzo, aggiornandola senza didascalismi o stridenti sottolineature (tant’è che lo stesso Burke si è espresso favorevolmente a proposito di questa variazione).

Ovviamente l’idea di restituire integralmente la straordinaria complessità del sesto dei diciassette romanzi dedicati da Burke al detective Dave Robicheaux era di per sé impraticabile. Eppure Tavernier, forte della consulenza del romanziere, ha individuato le aggregazioni tematiche centrali del libro (la continuità tra passato e presente, la giustizia come imperativo morale, il misticismo velatamente visionario, la violenza come retaggio indelebile) e le ha oggettivate cinematograficamente con mirabile precisione, potendo fare affidamento su un protagonista ideale quale Tommy Lee Jones e su un cast pressoché perfetto. Non soltanto Lee Jones nei panni del Robicheaux definitivo (interpretazione all’insegna della più alta padronanza di gesti ed espressioni) ma anche un Peter Sarsgaard al riparo da ogni gigionismo nel ruolo del divo alcolizzato Elrod Sykes (è il solo a condividere le visioni del generale John Bell Hood con Robicheaux), un John Goodman cinicamente gradasso nella parte del boss Julie "Baby Feet" Balboni, una Mary Steenburgen misuratissima in quella di Bootsie (la moglie di Robicheaux) e Kelly MacDonald a impersonare Kelly, la sfortunata compagna di Elrod. Impreziosicono il cast, infine, personaggi secondari di imponente presenza scenica quali l’ex batterista dello storico gruppo “The Band” Levon Helm (il generale John Bell Hood), il grande bluesman Buddy Guy (Sam 'Hogman' Patin) e il cineasta indipendente John Sayles nel ruolo di Michael Goldman, il regista del film sulla guerra di Secessione che si sta girando nei dintorni di New Iberia.

Stile classicheggiante e robusto (numerosi i carrelli e i dolly a salire, con movimenti di steadycam per le sequenze più fisiche), Tavernier privilegia una messa in scena basata su riprese lunghe quando si tratta di rappresentare gli improvvisi scoppi di violenza di Robicheaux (la scazzottata nel ristorante, il pestaggio nella stazione dei bus) e su inquadrature larghe quando l’essenziale della situazione va colto nell’insieme (il dialogo scritto da Tommy Lee Jones tra Robicheaux e Bootsie sul molo). Scelte di regia che si sono rivelate tra i principali motivi di disaccordo col montatore Roberto Silvi, il quale avrebbe preferito una maggiore frammentazione visiva e una maggiore sottolineatura drammatica (con più primi piani in funzione esplicativa). E scelte che, unite alla tensione crescente tra regista e produzione, hanno portato alla rottura: Tavernier è tornato in Francia e, aggiungendo 400000 euro di tasca propria, ha finito il “suo” film col montatore Thierry Derocles. Risultato: due film diversi ottenuti dal medesimo tournage. Il primo, In the Electric Mist, è quello che ho visto e recensito; il secondo, Dans la brume électrique, è quello che in Italia non è stato distribuito (lo sarà mai?) e che, verosimilmente, dovrebbe essere un film più profondamente burkiano ed esteticamente omogeneo di questo. Al netto di 15 minuti.

Alessandro Baratti
Voto: 7
  
(07/02/2010)




Baratti
7

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