CLEAN

(Clean )

di Olivier Assayas
TRAMA

Dopo il suicidio del compagno, rockstar in declino, Emily deve ripulire la sua vita da droga e disperazione se vuole rivedere il figlio, in affidamento ai nonni paterni.


RECENSIONI
Cantami, o Musa

Olivier Assayas nella vita è stato marito di Maggie Cheung ed ora, conclusa la loro relazione, dedica questo film alla sua divina persona, il corpo sinuoso e lo sguardo interiore (possiamo azzardare una presenza invisibile dello stesso regista nell’overdose iniziale di Lee, la morte dell’amore): così la genesi di CLEAN, che incastra un garbuglio tramico piuttosto classico (lacerante vicenda di amore materno) allo stile squisitamente rock, barcollante e concitato, con il fuoco nelle vene (rimando a LA SPOSA TURCA di Akin). Si affida quindi ad una coppia attoriale di rara intensità: l’orchidea di Hong Kong, già con l’autore in IRMA VEP, che si spoglia dal totem quasi metafisico di Wong Kar-Wai per affrontare trionfalmente il puro drammatico, ed un Nolte straordinario per sofferenza e dosata misura. La sua figura dolente e rugosa, il madore sulla pelle di lei impregnano una pellicola sostanzialmente compatta, un apologo sulla rinascita bagnato di lacrime ma incrinato da qualche scivolone, soprattutto nella scrittura talvolta esplicita (le esternazioni di Emily) o in equilibrio sul banale (la prova di rapporto madre/figlio, la parlantina incalzante del bimbo); ma anche così il regista declina una solare esibizione di maestria nell’inchinare la cinepresa al motivo del racconto (le sequenze drogate al ristorante) e posa uno sguardo fugace su solitudine e menefreghismo (il divismo di Trickie, le schermaglie lesbo della produttrice – grazioso cameo della Balibar) sino ad evocare allusioni di dolce eleganza (il cucciolo di giraffa come il piccolo Jay). Non c’è mai univocità di visione sull’orlo dell’abisso: le storie di Emily e Albrecht scorrono parallele, entrambe segnate da morte (la nonna, uno spettro in dissolvimento) e fatiscenza (il tunnel degli stupefacenti). Sarà il luogo simbolico dello studio di registrazione (una canzone, un pugno di singhiozzi, uno sguardo infine all’esterno di sé) a covare la donna nel bozzolo verso una nuova nascita. Nel 2004 il Festival di Cannes si è inchinato a Maggie Cheung premiandola inevitabilmente come miglior attrice protagonista.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6



COMMENTI
Junkie cinema. Clean movie

Clean", pulito, è il contrario di "junkie", tossico. Non è soltanto questione di droga, ma, soprattutto, di immagini. Come è possibile ripulire il corpo (filmico) dai veleni sintetici, dai fumi industriali, dalle reti imprigionanti di una dipendenza fisica ed economica? Come è possibile riconsegnare il cinema alla sua purezza visiva, alla sua libertà narrativa, alla sua indipendenza? Questi i quesiti che interessano davvero Olivier Assayas. Sotto, e dentro, la storia di Emily (una Maggie Cheung frastornante), vedova eroinomane che cerca di disintossicarsi per recuperare il piccolo Jay, spinge un’altra urgenza: quella di liberare il cinema dalle regole ammorbanti dell’industria dello spettacolo e restituirlo allo scavo limpido, cristallino dei sentimenti. Il cineasta francese ci riesce. Alla perfezione. Gira con un’eleganza figurativa ed una padronanza dei tempi drammatici da stordimento. Riduce le riprese in continuità ed i piani sequenza, sue cifre stilistiche, frammentando l’azione e concentrandosi sui dettagli marginali, particolari leggermente decentrati che illuminano il senso della situazione con chiarezza folgorante. Spalleggiato dal direttore della fotografia Eric Gautier, dà vita ad un universo visivo straordinariamente mobile, pulsante, capace di aderire simbioticamente all’orizzonte esistenziale dei personaggi come di allontanarsi improvvisamente dai loro corpi, dipingendo squarci di disperante estraneità. Filma i dialoghi declinando lo schema del campo/controcampo con una sensibilità stupefacente, riuscendo ad entrare immancabilmente nelle pieghe emotive del momento e a scavare con sofferta lucidità nelle cicatrici interiori dei caratteri. E riceve da Nick Nolte, nei panni di Albrecht, una tra le più intense, profonde e toccanti interpretazioni attoriali che abbiano mai impressionato una pellicola. Il cinema è di nuovo puro. Clean.

N.B. - Ho visto la versione originale, nella quale si parlano tre lingue: inglese, francese e cantonese. La voce di Nolte in questo film è tra le manifestazioni sonore più sublimi che abbia mai sentito. Rabbrividisco al solo pensiero dello scempio omologante/appiattente. Trattasi di film non doppiabile. Per nessuna ragione al mondo. Magnifica la performance dei Metric in "Dead Disco": doppieranno anche quella?

Alessandro Baratti
Voto: 8




BarattiBellucciDi NicolaGarellaPacilioRanalliSelleri
8 5 6 7.5 9 6.5 7

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