COCO AVANT CHANEL – L’AMORE PRIMA DEL MITO

(Coco avant Chanel )

di Anne Fontaine
TRAMA

Francia 1895. Gabrielle Bonheur Chanel, 12 anni, dopo la morte della madre viene abbandonata dal padre nell’orfanotrofio cattolico di Aubazine. Compiuta la maggiore età, comincia a esibirsi con la sorella in uno squallido cabaret di Moulins: qui incontra il barone Etienne Balsan, che la invita a vivere con lui nel castello di Royallieu. Lei dimostra un’inclinazione particolare per la costruzione di cappellini, poi incontra l’affarista inglese Arthur Capel detto Boy: malgrado la disillusione sentimentale della ragazza, è subito amore.


RECENSIONI
Vestire la nobiltà

Una povera che veste i ricchi, un’artista che si libera dal suo mecenate. Coco avant Chanel adotta la storia della stilista come voce per parlare di politica: nell’omettere il successo della donna, concentrandosi sul sofferto percorso di crescita (anche sociale), è già chiara la sostanza di questa scelta . Coco usa i nobili come campo di applicazione per le proprie passioni – la costruzione di cappelli miracolosamente semplici -, viene mantenuta e insieme sfruttata, cioè incatenata al ruolo predestinato di “oggetto di intrattenimento” (i ricchi ridono/i poveri fanno ridere): vedi la parodica, terribile esibizione di Qui qu'a vu Coco al ricevimento del barone. La donna costruisce la fortuna sull’esteriorità, osserva l’aspetto degli altri per migliorarlo (è in questo senso un voyeur, metonimia del cinema stesso: guardare per giudicare), ma sempre con un’autonomia che disorienta: e dunque un cappello pregiato verrà privato di piume, reso meno prezioso, i segni del rango sono estromessi e si risponde solo a canoni stilistici. Coco spacca la logica di classe in nome dell’estetica.
Anne Fontaine, regista misconosciuta da noi, dopo una prova di singolare eleganza come Nathalie... torna a scandagliare l’ambiente dei moti interiori: oltre alla lettura eversiva, allora, è anche un film sulla mente di Chanel, che si compone per squarci di percezione parziale (la lunga ripresa iniziale) e coraggiosi accostamenti di senso: le suore del collegio e i nobili all’ippodromo, abbinati dalla medesima inquadratura, sono intesi dalla protagonista come una fila di teste senza volto. Non manca peraltro la qualità sottolineata nell’opera precedente, ovvero un occhio indiscutibile per la costruzione del quadro visivo, quindi la capacità dell’autrice di disegnare figure con esaustive scene di sintesi: vedi la magistrale sequenza di letto tra sorelle, con la cinepresa che si avvicina e gradualmente le “accerchia” per dare un senso inquieto e sospeso al loro dialogo. Proprio in virtù della maestria nell’animare gli scenari (un altro esempio: la superba tranche della festa in maschera) il film non è etichettabile, anzi passa un genere all’altro, come imposto dalle tappe di una vita sofferta, scivolando dal drammatico al timbro sentimentale; in questo senso suona avvincente anche la forte virata sul melodramma, che si innesca dall’incontro con Boy e non esclude una sottile aspirazione filologica: Coco vive un melò nel primo Novecento, la regista lo gira nel rispetto di quei codici – la fuga d’amore in auto – e anche gli attori si comportano sostanzialmente come un casting dell’epoca (i tormenti, i sospiri, il dovere di etichetta…). Davanti a un piatto tematico tanto ricco, quindi, è automatico accettare la tendenza all’aforisma contenuta nella sceneggiatura; una scrittura a molte mani (tra queste Christopher Hampton) che, se talvolta afferma apertamente i contenuti del pensiero (“La sola cosa interessante dell’amore è fare l’amore, il guaio è che ci vuole un uomo”), diventa però logica nel contesto della ricostruzione intima e romanzata che abbiamo davanti. E se la cronologia della protagonista resta sempre “normale” (un solo evento la segna, la morte dell’amato), il colpo di scena non è affidato agli eventi ma allo stato d’animo e alla definizione del tessuto visivo: Coco si reca sul luogo dell’incidente e guarda la macchina distrutta di Boy – ancora la necessità di vedere: verificare per realizzare -, nello spaccato del film più cinereo ma anche plausibile e ordinario. In questo emerge perfino una traccia naturalistica: la consegna di non spettacolarizzare Chanel, ma darle una lettura personale, sempre nel rispetto dei fatti. Pellicola con due chiavi principali (politica e mentale), Coco avant Chanel non sbaglia neanche lo sguardo ambientale attraverso i lussuosi comprimari: per tutti Emmanuelle Devos “nobile illuminata” (l’unica) che ricambia lo sguardo di Chanel e inizia a riconoscerne il talento. Magnifica l'interpretazione di Audrey Tautou.

Emanuele Di Nicola
Voto: 7.5




BellucciDi Nicola
6.5 7.5

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