CHIMERA


di Pappi Corsicato
TRAMA

Emma e Sal, sposati da anni e ormai in crisi, cercano di ravvivare il loro rapporto simulando un nuovo primo incontro casuale.


RECENSIONI
Proiezioni in figura d'amore

Non si può che amare se stessi, l'altro è solo una proiezione, il terminale pretestuoso del proprio intimo desiderio; si recita ignari la superba commedia dell'amore e appena si prende coscienza di ciò, si è fuori dalla recita, ci si sente inadeguati al ruolo, si prova un tono di voce appropriato, si cerca di dare credibilità al copione posticcio di un sentimento inesistente. Non si ama l'altro, dunque. Si ama un concetto, una dolce illusione, l'idea di se stessi innamorati. L'amore come una performance inconsapevole che finisce non appena se ne acquista coscienza.
Conoscere l'esistenza degli ingranaggi ludici sancisce l'uscita dalla gara perché se ne viola la regola principe: non sapere di fingere, non sapere di essere in gioco. Il tentativo di illudersi fatto a tavolino non può che fallire, è il prodromo della frustrazione. Non esiste dunque l'oggetto amoroso, esistono riflessi del proprio io cui si dà il nome di amore. Anche la scaramuccia tra amanti non è altro che questo: lo spettacolino di due attori sul palco di un locale, un pubblico che osserva. Come automi, poi, ballare la meccanica danza dell'approccio: perché per il sesso non differisce la meccanica: la ricerca del proprio piacere attraverso un corpo estraneo e interscambiabile, il desiderio carnale come voglia di sbranare se stessi.
Tra tanto stucchevole e imperante romanticismo, tanta falsa sociologia amorosa, Corsicato sceglie la via più impervia, afferma la sua verità con l'ausilio di un registro straniante, di ellissi narrative puntuali e mai gratuite. Iaia Forte, sfingica e perforante presenza, diventa vessillo palpabile del trattato. Chimera non è un film facile, per il tema che pone sul piatto, infrangendo un un tabù vero (l'amore non esiste), e per uno stile che si forgia attraverso immagini sempre fascinose che trasudano una modalità espressiva personalissima, essenza assai rara dalle nostre parti. Il regista sa cosa vuol dire e sa come dirlo, firma un'opera intransigente, mai concessiva, ha occhio, intelligenza e finezza.
Film come questi ti crescono dentro, non ti lasciano e il giorno dopo li realizzi indispensabili. Non si offenda Corsicato se lo diciamo un autore vero.

Luca Pacilio
Voto: 8



La vita è sogno, e i sogni, (forse) sogni sono

Partiamo dal titolo, sarà più semplice.
Nel linguaggio quotidiano, "chimera" è sinonimo di utopia, fantasma, con in aggiunta una connotazione fiabesca, "poetica". Ma la Chimera, scrive Robert Graves, è "un mostro dall'alito infuocato, la testa di leone, il corpo di capra e la coda di serpente". Corsicato ha il merito di restituire al termine quel tanto di orrendo - e attraente - che aveva in origine: la commedia umana allestita dal regista napoletano è costantemente sospesa tra il sorriso e la smorfia di terrore (quale storia, specie se d'amore, non lo è?).
Ma più ancora dell'aspetto inquietante del "mostro" partorito dal buon Pappi, di questa "Chimera" colpisce il carattere ibrido e tuttavia perfettamente coerente. Come l'animale mitologico, il film nasce dall'incontro di intenti diversi, perfettamente saldati: è una storia di uomini e donne, prigionieri (non troppo insoddisfatti) delle proprie ossessioni, ma anche una riflessione (quasi) sociologica sui rapporti amorosi nella società contemporanea, di cui sono analizzati puntigliosamente quei riti sessuali e non (lo scambio di coppia, il tradimento "per amore", la punizione, la festa, la magia) nati con intento provocatorio ma che, sera dopo sera, attraverso la reiterazione, si sono svuotati, hanno perso ogni residuo di provocazione per trasformarsi in una routine ancora più soffocante proprio perché conquistata (?) con tanto impegno. 
E c'è, in più, il gioco sul cinema, e non solo perché il principale responsabile del complesso intrigo (a proposito, non tentate di venirne a capo, è inutile e persino controproducente) è un mellifluo illusionista esperto in tecniche ipnotiche: i personaggi non solo vivono, ma si vedono vivere, si interrompono per trovare il giusto tono di voce, ripetono le battute, i gesti, alternano al dialogo la riflessione a voce alta, con un effetto antinaturalistico che ben si accompagna alla recitazione straniata e all'enigmatica eleganza delle immagini.
Ma "Chimera" non è solo un film sull'amore, o su quanto siano importanti le bugie in una relazione: anzi, se questo fosse il tema centrale del film, sarebbe una delusione e quasi uno spreco, perché Corsicato non è il primo (e probabilmente neppure l'ultimo) a teorizzare la centralità dell'aporia o della menzogna tout court nei rapporti di coppia (ci ha provato persino Tinto Brass…). Secondo il regista, tutti, ne siano consapevoli o meno, lo vogliano o no, recitano in continuazione, anche quando credono di sospendere la finzione per essere "se stessi". 
L'autenticità è solo una chimera (come l'amore), perché l'unica garanzia di esistenza, l'essere riconosciuti dagli altri, implica un certo di grado di approssimazione, ed inoltre un costante rischio di eccessiva semplificazione. Come si fa a racchiudere l'essenza di una persona nelle poche lettere che formano un nome? Emma, Silvia, Sal, Tore sono esseri equivoci e intercambiabili perché frammenti di personalità, spettri nel magma esistenziale della condizione umana: illusorio credere nell'identità personale, chimerico ricercarla. 
Corsicato trasferisce questa idea a livello narrativo come di rado i registi osano fare. Spesso, nei film incentrati sulla menzogna come stile di vita (vedi l'ultimo Ozpetek o, meglio ancora, un Almodóvar qualunque), prima o poi la finzione finisce per cedere il posto alla "realtà", o almeno è presente, nell'intreccio, un personaggio di cui conosciamo la "vera" natura e che quindi possiamo seguire nei labirinti dell'illusione senza porci troppe domande. 
In "Chimera" non ci sono alibi, vie di fuga, facili scorciatoie: il gioco è lì, si svolge limpido e colorato davanti ai nostri occhi, ma si sottrae ad ogni tentativo di razionalizzazione. Meglio accantonare queste assurde pretese per apprezzare invece il gioco teatrale, sommamente barocco, delle sovrapposizioni e delle contraddizioni, abbandonandosi senza riserve alla ieraticità delle coreografie.
La menzogna come nuova religione, dunque. Ma quale religione non è una bugia?

Stefano Selleri
Voto: 8




BellucciDi NicolaPacilioSelleri
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