CHIEDI ALLA POLVERE

(Ask the Dust )

di Robert Towne
TRAMA

Los Angeles, anni Trenta. Arturo Bandini sogna una carriera come scrittore e una fidanzata wasp. S'innamora della messicana Camilla, ma le sventure sono dietro l'angolo.


RECENSIONI
L'amore che non brucia

Non avendolo letto, non so quanto del romanzo di John Fante sia finito in questo film, ma forse è meglio così. E' improbabile che Chiedi alla Polvere, con i suoi dialoghi goffi e la voce over a far da evitabile collante fra le sequenze, possa rendere un buon servizio al libro. Towne ha, per fortuna, qualche freccia al proprio arco: non si limita a ricostruire (in Sudafrica, per inciso) la Los Angeles dell'epoca, ma gioca con gli stilemi del cinema anni Trenta, memore in questo della lezione - incomparabilmente più struggente - dell'Haynes di Lontano dal Paradiso. Il racconto prende le mosse da un libro (le cui pagine, sfogliate dalla brezza notturna, ospitano i titoli di testa) e con un libro/stele si conclude, ma l'opera si allontana in più punti dal canone del film biografico-letterario, preferendo inseguire suggestioni noir (il piano sequenza zoomante che guida alla stanza del protagonista; il personaggio di Vera, agonizzante dark lady) e un sospetto di melodramma alla Sirk (il pregiudizio razziale che finisce per uccidere l'amore di Arturo e Camilla). Modesto sotto il profilo della scrittura, il film si riscatta (parzialmente) dal punto di vista visivo, esibendo lampi di discreta suggestione (il bagno di mezzanotte, un incubo nero e blu che sfiora l'astrattismo; il gioco dei liquidi - il latticello degli stenti, il caffè macchiato della discordia, il latte dell'amore immaginato -), trovando nell'uso sapiente della luce un modo di alleviare il tedio delle scene più trite (le baruffe amorose), schierando nei ruoli secondari (a stento abbozzati, purtroppo) un manipolo d'infallibili caratteristi. La prova svogliata di Farrell e Hayek (a entrambi potrebbe dare lezioni - se solo servisse a qualcosa - l'impetuosa Idina Menzel nei panni di Vera) asseconda la piattezza complessiva dell'opera, meno oleografica della media dei fumettoni odierni ma irrimediabilmente distante dalla rovente crudeltà dei modelli evocati.

Stefano Selleri
Voto: 5.5




BellucciSelleri
5 5.5

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