PRIDE AND GLORY - IL PREZZO DELL'ONORE

(Pride and Glory )

di Gavin O'Connor
TRAMA

C'è del marcio nella polizia di New York.


RECENSIONI

Pride and Glory è un poliziesco old fashion, con tutti i clichè al posto giusto, i dilemmi morali a fare da contorno nobilitante e una piccola ambizione di affresco: poliziotti retti e corrotti, cattivi cattivi e meno cattivi, drammi famigliari ed epica/etica della Giustizia. Come a dire Sidney Lumet con un po’ di Scorsese e Gray, certo Ridley Scott, tracce di Mann, Ferrara intravisto col teleobiettivo. O’Connor forse esagera col binomio inquadratura-ravvicinata + mdp-mobile-tremolante ma specie in apertura azzecca una paio di piani sequenza ben fatti, non esagera né minimizza con la violenza, maneggia con cura una cascata di prevedibilità (la coppia separata, la moglie malata, il patriarca orgoglioso e, a modo suo, “giusto”) e porta dunque avanti con dignità e convinzione un intreccio tanto risaputo quanto disseminato, consapevolmente, di tutti i codici di genere (l’unico modo per renderlo digeribile). Questo fino al quarto d’ora finale, quando la sceneggiatura si mostra sostanzialmente incapace di tirare le fila del discorso e le ambizioni del progetto si scontrano con una serie di incastri e di snodi drammaturgici troppo forzati e frettolosi per dare degno epilogo a un impianto narrativo, fino a quel momento, “solido”. Comparto recitativo tra medio-alti e medio-bassi: benino Voight ed Emmerich, Farrell è il solito volenteroso di dubbio talento mentre Norton mostra i primi chiari sintomi del morbo della sottrazione che ha colpito De Niro e che conduce, temiamo, alla mimica minerale.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6.5



La terza via

L’esplorazione cinematografica di un ambiente sovrarappresentato come quello della polizia americana col suo bagaglio di tradizioni e degenerazioni più o meno grandi può avvenire sostanzialmente attraverso due macromodalità: sposando il punto di vista individuale con il conseguente sviluppo di un’elaborazione morale interiore (Serpico) o abbracciando una visione d’insieme che traccia una sorta di affresco ricco di contrasti e chiaroscuri etici (L.A. Confidential). Ebbene, Pride and Glory appartiene sostanzialmente alla seconda tipologia, assorbendo però elementi della prima: se il disegno narrativo osserva un andamento corale (quattro i personaggi principali: Ray Tierney, Jimmy Egan, Francis Tierney Jr. e Francis Tierney Sr., ineccepibilmente interpretati da Edward Norton, Colin Farrell, Noah Emmerich e Jon Voight), il fulcro drammatico del film consiste nella scoperta della corruzione di buona parte del 31° distretto del NYPD e nella messa in crisi della polizia come istituzione da difendere ad ogni costo, anche se questo coincide con l’omertà. Si tratta insomma di riflettere sullo spirito di corpo ancora praticabile al tempo dei padri (Tierney Sr., a cui Voight regala momenti di granitica commozione), ma che nell’età del crack e del meticciato (emblematico il personaggio di Sandy, l’agente che fa la soffiata) è irrimediabilmente e intollerabilmente slittato in connivenza. Composizione moderna e sviluppo classico, insomma, donde l’impressione di oggetto filmico fuori dal tempo, difficilmente classificabile o riconducibile al filone del poliziesco contemporaneo. Già questo basterebbe a fare di Pride and Glory un film orgogliosamente isolato e coraggiosamente antimodaiolo, ma a renderlo davvero donchisciottesco sono il piglio antispettacolare (a partire dalla durata smisurata), la rappresentazione immersiva (sguardo integralmente incassato negli eventi) e la narrazione sgretolata (il racconto procede per segmenti in rigorosa focalizzazione interna). Ne scaturisce un poliziesco paludoso come sabbie mobili (la verità è terreno fangoso e friabile), faticoso come un corpo a corpo (contano più gli scontri fisici delle sparatorie) e sofferto come un’ammissione di responsabilità (la condiscendenza, realizza Tierney Jr., è una forma autoindulgente di colpa). Messa in scena poderosamente contratta e interiorizzata: direzione degli attori prosciugata da ogni patetismo, inquadrature intralciate da reti, schermi e sagome ostruenti, fotografia (Declan Quinn) metallizzata con luminosità sorde e commento musicale (Mark Isham) di trattenuta amarezza. Totalmente assente, vivaddio!, qualsivoglia connotazione politica che vada al di là di un implicito (e scorrettissimo) purismo WASP e un finale che, da girevole distanza, si astiene da facili e rassicuranti soluzioni consolatorie. Insieme al superbo We Own the Night di James Gray, il più bel poliziesco americano del biennio 2007/2008.

Alessandro Baratti
Voto: 8




BarattiBellucciDi LellaDi NicolaPelleschiRangoni MachiavelliSangiorgio
8 6.5 5 5.5 6.5 7.5 6.5

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