IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

(The Boy in the Striped Pajamas )

di Charles Herman-Wurmfeld
TRAMA

Germania 1940. Bruno, figlio di un ufficiale nazista, lascia Berlino e si trasferisce in una casa di campagna.


RECENSIONI
L’amico deportato

Il bambino con il pigiama a righe è un film sull’Olocausto e basterebbe questo a chiudere il discorso. Al solito, è questione di segnali: alcuni diegetici, che vivono spontanei nel testo e indicano la presenza del sottinteso (i bimbi che giocano alla guerra, la figura del padre rielaborata dal figlio - il “nazista buono” -, il saluto romano che irrompe nella festa – evocazioni dello spirito del tempo); altri espliciti, che puntano alla costruzione istantanea di senso attraverso il dato della fanciullezza (le domande di Bruno, le risposte dei genitori): su tutti il rovesciamento percettivo, Bruno che non realizza il genocidio ma ne afferra l’assurdità, quindi i bambini che sovrastano gli adulti. La sesta prova per il cinema di Mark Herman sceglie l’opzione “Shoah popolare” (La vita è bella, Train de vie etc.) e va in automatico: presentazione di una data realtà, esteticamente ordinata e appena sfiorata da presagi nazisteggianti, cenni di banale quotidiano dove “nulla sta per accadere”, costruzione della parete formale, sua progressiva erosione in vista degli sviluppi successivi. Adattamento del romanzo di John Boyne, eseguito con l’accetta dal regista di Grazie, signora Thatcher, attraverso suddivisioni nette di ruoli: l’ufficiale è ripudiato dalle donne di casa, prima la madre poi la moglie, la figlia iniziata al Reich, il figlio come occhio che osserva la Storia. In questa scelta è l’ambizione di inquadrare l’Orrore con normali parametri di giudizio etico/morali; è proprio nello sguardo che l’autore tenta l’uscita dai codici, con riproposizione di una nitida “poetica della serratura” (personaggi voyeur di loro stessi: si intravedono da porte, anfratti, spioncini) per lo svelamento graduale del sostrato oltre la superficie. Nella parte finale del libro/film, ennesima applicazione del topos – lo scambio di persona –, trova il suo lato più vibrante, sottilmente concettuale, laddove l’Innocenza incontra la Colpa e ne risulta travolta. Peccato che poi si chiuda in quadro fisso, la fila dei pigiama a righe, un’altra immagine definitiva e lapidaria: “Per non dimenticare”. Ma rileva soprattutto la qualità della memoria, e con scrittura minuscola o caratteri meno calcati si poteva dunque “ricordare meglio”. Resta un’opera a tesi, servita da attori corretti – anche troppo -, che mette la vera ispirazione tutta in una scena, quella iniziale, un ampio movimento di macchina sull’infanzia in pericolo – l’operatore è Benoît Delhomme in ottima forma.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5




Di NicolaRangoni Machiavelli
5 7

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