BABYLON A.D.

(Babylon A.D. )

di Matthieu Kassowitz
TRAMA

Europa dell’Est, fine XXI secolo. Toorop, mercenario solitario sopravvissuto a mille battaglie, viene contattato con una certa irruenza da Gorsky, boss mafioso che controlla i traffici clandestini, per tradurre Aurora, una giovane donna custodita in un monastero della Mongolia, a New York. Tempo previsto: 6 giorni. Ad accompagnarli una terza incomoda: Suor Rebecca, la tutrice che ha accudito ed allevato Aurora fin dalla nascita.


RECENSIONI
Babylon by Kas

Alcune osservazioni preliminari indispensabili ad inquadrare l’oggetto Babylon A.D. distribuito in sala. Progetto sul quale il cineasta e attore francese ha speso cinque anni di lavoro, la versione finale del film voluta dalla Fox ha letteralmente gettato Mathieu Kassovitz nello sconforto. In un’intervista alla Cable TV americana AMC, l’inferocito regista ha dichiarato: “Non ho mai avuto l’opportunità di realizzare una scena nel modo in cui era stata scritta o nel modo in cui volevo che fosse. La sceneggiatura non è stata rispettata. Cattivi produttori, cattivi partner, è stata un’esperienza terribile”. Adattando il thriller futuristico “Babylon Babies” di Maurice Georges Dantec (pubblicato nel 1999 da Gallimard), Kassovitz intendeva rispettarne lo spirito profondamente pedagogico (“l’educazione dei nostri bambini significherà il futuro del nostro pianeta”), ma a suo dire è stato sabotato sistematicamente dalla produzione, che ha ridotto il film a “pura violenza e stupidità”. Tecnicamente, sostiene il quarantunenne cineasta parigino, “Tutte le sequenze d’azione avevano un obiettivo preciso: erano pensate per essere condotte sia da un punto di vista metafisico che dal quello dell’esperienza dei personaggi… invece parti del film sono come un brutto episodio di 24”. Oltre a queste difficoltà, la lavorazione ha dovuto affrontare ritardi dovuti alle condizioni atmosferiche (carenza di neve nelle location di Praga) e preoccupazioni di ordine finanziario (con gli avvocati della Fox che complicavano terribilmente le cose). Dulcis in fundo il montaggio: l’assetto finale del film è il risultato di uno stravolgimento sia dal punto di vista della durata (pare che i tagli ammontino a 15’) sia da quello del dinamismo cinematografico (il doppio obiettivo di cui parla Kassovitz a proposito delle sequenze action è andato in fumo). Esaurita la premessa, resta da interrogarsi sull’oggetto filmico che ci troviamo davanti. A dire il vero la duplice articolazione dello sguardo (riducibile alle coordinate ottico-spaziali “sguardo sopraelevato/sguardo calato negli eventi”) qua e là si indovina ancora (ad esempio nella sequenza dell’esplosione nel mercato all’aperto), ma effettivamente, per come si presenta nel film, non produce alcuna diffrazione “metafisica”, limitandosi ad un’alternanza visivamente illustrativa (le riprese dall’alto fungono da semplici totali, insomma). La vicenda del corpulento Toorop (un Vin Diesel ingenerosamente imbolsito), evidente crasi di “tour operator”, incaricato di trasportare l’angelica Aurora (l’ex modella e attrice teatrale Melanie Thierry) e la pugnace Suor Rebecca (la spaesata Michelle Yeoh) da uno sperduto convento della Mongolia al cuore di Manhattan si dispiega con soporifera schematicità (scena casinista-dialoghetto-scena casinista), inanellando sequenze di ordinario confusionismo action e imbarazzanti siparietti fantafamiliari (con Aurora che a un certo punto ambisce ad essere la figlia di chiunque, anche dell’operatore alle luci). Inutile dire che il sostrato mistico del libro di Dantec che Kassovitz intendeva salvaguardare semplicemente non sussiste (qualcuno ha forse capito che cosa diavolo professano i Neoliti, oltre alla riduzione delle rughe della Sacerdotessa Charlotte Rampling?) e quello pedagogico è relegato ad un epilogo di posticcio filantropismo (con tanto di Vin Diesel “robobabbo”). Per non sprofondare del tutto ci si aggrappa alla plumbea fotografia curata da Thierry Arbogast, ma il martellante accompagnamento musicale di Atli  Örvarsson, con apporti di RZA e Shavo Odadjian, ci fa mollare spietatamente la presa, precipitandoci nella delusione. Irrecuperabilmente.

Alessandro Baratti
Voto: 3



COMMENTI

Da un romanzo philip-k-dickiano di Maurice G. Dantec (quello di Red Siren), Kassovitz, in trasferta hollywoodiana, produce, sceneggia e dirige, salvo poi lamentare, a giochi fatti, di non aver potuto girare una singola scena come avrebbe voluto (le sue dichiarazioni hanno autoaffondato anche la promozione dell’opera). In effetti, i (gli altri) produttori hanno preso la situazione in mano di fronte a un regista che non rispettava il budget preventivato e litigava sul set con la star Vin Diesel. In sé, è un buon thriller d’azione fantascientifica con venature gialle, con la scelta in un primo momento oculata di posizionare i personaggi in fuga senza introdurli o spiegare chi li insegue e perché: il mistero tiene viva l’attenzione. Ma la scelta di ridurre il director’s cut di 160’ a 90’ (con una versione francese di 101’) lascia lacune esplicative, passaggi importanti tirati via, una traccia messianica irrisolta, dinamiche psicologiche dal fiato corto (fra il trio di fuggitivi, nella classica contrapposizione diavolo/acquasanta), non aiutate da una chiusura aperta, ellittica all’europea. Peccato, è fantascienza adulta, più interessata alla descrizione d’ambiente che allo spettacolo, che non s’affida agli effetti speciali e preferisce la fisicità delle scenografie, fatiscenti o industriali in Russia, esplose nella multimedialità a New York (alla Dick, appunto), con Kassovitz che pare tornare agli esordi quando mostra la sua Babilonia di affamati e profughi (potente la scena del sommergibile che lascia morire questi ultimi). Vin Diesel ha il solito personaggio di duro solitario che si piega all’innocenza, Mélanie Thierry è un incanto di bellezza, Michelle Yeoh fa la suora kung-fu, Charlotte Rampling la gran sacerdotessa bastarda e Gérard Depardieu, sotto trucco pesante, ha l’unica macchietta del film.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6.5




BarattiGarellaRangoni Machiavelli
3 2 6.5

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