CHE ORA E' LAGGIU'?

(Ni neibian jidian )

di Ming-Liang Tsai
TRAMA

Hisao-Kang, vendendo orologi per la strada, incontra una ragazza alla quale, dopo qualche titubanza, vende l'orologio del padre, da poco morto. Colpito dalla giovane, Hisao viene a sapere che questa sta per partire per Parigi...


RECENSIONI
Taipei - Parigi: il filo della solitudine

Tsai Ming Liang continua il suo viaggio nell'alienazione contemporanea ma stavolta, nel consueto quadro di solitudine e angoscia, lascia passare una vena melanconica, che stempera la cupa disperazione di REBELS OF THE NEON GOD o de IL FIUME (il suo capolavoro, a mio avviso) e l'apocalittico incubo di THE HOLE, e dà spazio a un umorismo meno sarcastico del solito, più tenero e leggero: l'infatuazione di Hisao-Kang, per una donna che incontra casualmente, accende un'ossessione resa con toni molto delicati e a tratti demenziali e il pianto della giovane a Parigi è quasi dolce e non ha la catastrofica lunghezza di quello che segnò il finale di VIVE L'AMOUR, il film che valse al regista il Leone d'oro a Venezia. L'autore continua a ritrarre un'umanità qualunque e sempre vagante, persone dominate dai propri fantasmi e dalle propri follie, individui inevitabilmente soli che incrociano l'Altro occasionalmente e distrattamente in circostanze in cui anche gli scambi di effusioni sono schegge, episodi, momenti rubati quando non clandestini, che si impongono in lunghe sequenze, silenziose e pesanti come il Dolore che dovrebbero allontanare; una solitudine che, se scoppia improvvisa, si trasforma in insania: la madre del protagonista, sconvolta dalla morte del marito, si affida a rituali supertiziosi prima di esorcizzarne l'assenza, dopo una macabra cena col suo fantasma, con un'avvilente masturbazione di lancinante desolazione (non può non venire alla mente il vibratore della madre de IL FIUME, triste surrogato volto a scongiurare la lontananza di un marito che praticava ambienti gay). Eppure, stavolta, anche in virtù di un finale di toccante poesia visiva, il tono appare meno pessimista e ben più conciliato: mentre il ragazzo regola tutti gli orologi di Taipei sull'orario della capitale francese, creando un filo fantasioso con la donna che gli ha dimostrato attenzione e gentilezza, la giovane vive a Parigi avventure che sembrano avere un curioso legame con quanto vissuto da Hisao a Taipei (se lui vede I QUATTROCENTO COLPI di Truffaut, lei incontra Jean Pierre Léaud; se lei ha un incontro amoroso con una ragazza di Hong Kong, lui ha un rapporto con una prostituta e, ancora, sarà il padre di lui, defunto, a recuperare dall'acqua la valigia di lei).
Il regista continua a prediligere lo sguardo trasversale sulle cose, rappresentando momenti che normalmente si tengono fuori dalla portata della macchina da presa, con quel suo gusto, quasi antonioniano, per una fredda geometria della composizione visiva e per riprese di una quotidianità vera, quella dei piccoli gesti che significano solo nella realtà e non in una logica tramica da rispettare a tutti i costi; in Tsai le cose non vengono mai proposte e neanche suggerite, semplicemente ci sono. Mentre l'ossessione liquida domina come sempre (l'incontinenza urinaria del protagonista, il continuo rumore di acqua che scorre, un acquario illuminato in cui si muove il pesce enorme che avevamo già visto ne IL FIUME), e i dialoghi sono studiatamente rarefatti (il sentire dei personaggi, interpretati dai soliti attori feticcio, non si manifesta con le parole ma con lacrime silenziose, sguardi attoniti, piccoli gesti ordinari) gli ambienti sono mirabilmente fotografati da Benoit Delhomme che alterna le tonalità calde e ambrate degli interni della casa, ai bianchi acceccanti degli esterni, ai lividi blu dei non luoghi della metropoli. E' meno facile della maggior parte dei film che si trovano in circolazione ma questo di Tsai è l'ulteriore conferma di un talento vero, di una poetica autentica e matura, di un cinema magistrale al quale sarebbe un delitto non renderebbe omaggio con una visita.

Luca Pacilio
Voto: 8.5




BellucciBilliPacilio
8 8 8.5

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