BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA

(Burn After Reading )

di Joel Coen
TRAMA

Due impiegati della palestra HardBodies trovano dei files che hanno tutta l’aria di essere materiale top secret e cercano di ricattare l’analista della CIA che li ha smarriti. La cui moglie, nel frattempo, sta meditando di divorziare e chiede di fare lo stesso al suo amante, un agente del Dipartimento del Tesoro. Il quale, nel frattempo, tra le tante scappatelle scovate via internet, finisce a letto con la donna che cerca di ricattare il marito della sua amante. Eccetera.


RECENSIONI

La nenia critica intorno a Joel ed Ethan Coen lamenta puntualmente freddezza, artificiosità e routine. Mi sento di poter dismettere le prime due doglianze con vaga superficialità: l’arte dei Coen è essenzialmente fatta di disgiunzioni – oggetti trovati da qualche parte (il cinema, soprattutto) e privati dei loro naturali contesti e delle loro abituali associazioni. L’empatia, intesa nel modo tradizionale, è semplicemente esclusa dalle premesse stesse del cinema dei Nostri[1]. La routine, invece, è concetto sdrucciolevole. Bisognerebbe scovare qualche criterio solido che favorisca il ragionevole discernimento. Per capire, cioè, quando l’applicazione di schemi corroborati smette di commuovere (la mente, nel nostro caso, assai più che il cuore) e si trascina in pigro automatismo. Prendiamo, ad esempio, questo Burn After Reading. L’incipit[2] identifica subito il sottoinsieme dell’immaginario (il film di spionaggio) a cui è toccata la sorte di subire il trattamento coeniano (citazioni, isolamento di tipi e stilemi, decontestualizzazioni, giustapposizioni stranianti, messa in ridicolo). Il rigore dello script e dello sguardo ribadisce che la tensione tra gli elementi del quadro non è mai casuale. La trama cuce con misura e mestiere gli elementi della composizione ai motivi tipici del tragicomico coeniano (il caso, l’eroe improbabile, l’irresistibile intreccio degli eventi, la reazione dell’uomo comune al crimine, l’autorità, il fato). Le interpretazioni sono, a un tempo, radicalmente immanenti al congegno e (più o meno) sottilmente staccate da esso. Tutto torna, insomma: i clichè della spy story sono scavati con precisione clinica, amore e sardonico distacco; moventi umanissimi (denaro, sesso, orgoglio, rabbia, vanità) muovono bizzarri personaggi lungo rotte impreviste e catastrofiche; la ragione è impotente; il divertimento sottilmente disperato. I Coen omaggiano le sottigliezze e l’esattezza dei meccanismi della spy story curando, con attenzione minuta, tempi e modi degli inneschi narrativi, delle deviazioni e delle complicazioni. Poi, però, snodi essenziali sono beffardamente elisi e la loro narrazione è lasciata a un improbabile coro (i due funzionari CIA) che prova invano ad afferrare la logica degli eventi e a ipotizzare un’impossibile soluzione. Le iperboli (i nodi tipici del genere soffrono di ipertrofia esilarante) divertono e poi implodono in cortocircuiti surreali; le ellissi temperano il ritmo e poi frustrano ogni catarsi. Burn After Reading non consente divagazioni o tregue: ogni battuta e inquadratura obbedisce strettamente alla stessa matematica distruttiva. Solo Pitt[3] (tra una McDormand simbiotica, un Malkovich perfetto, una Swinton gelida come il retrogusto lungo del film e un Clooney macchietta) sbalza dal quadro con un assolo spassosissimo e concettualmente autistico (il suo Chad, personal trainer gay la cui sessualità è taciuta con la reticenza classica della Hollywood della Golden Age, è portatore insano della filosofia di ogni spy story mai scritta: appearances can be deceptive). Burn After Reading è il modello esemplare per distinguere la prassi seriale e metodica (sempre e comunque notevole, pur tra occasionali, piccole incertezze) dalla routine stanca.

[1] Il cinema dei Coen nega l’aspirazione enunciata da una delle menti più lucide degli ultimi venti anni: “We all suffer alone in the real world; true empathy's impossible. But if a piece of fiction can allow us imaginatively to identify with a character's pain, we might then also more easily conceive of others identifying with our own. This is nourishing, redemptive; we become less alone inside”.
[2] Lo sguardo olimpico che piomba da distanze siderali sin dentro la sede della CIA a Langley, Virginia. I corridoi fatti di segreti e burocrazia asettica. L’inquadratura stretta sulle gambe di Cox che procedono verso una qualche importante riunione. Il rumore secco dei passi che rimbomba. I titoli ovvi (CIA Hedquarters, Langley, Virginia) che appaiono e scompaiono, una lettera alla volta, con ovvi rumorini pseudo-computerizzati. 
[3] “Osborne Cox?”

Roberto Tallarita
Voto: 7.5
  
(22/09/2008)



COMMENTI
Sono stato un agente C.I.A. (What a fuckin’ Mess!) – Il divertissement del demiurgo

Ecco che i Coen dopo la straordinaria parentesi mccarthyana di No Country for Old Men tornano a rialleggerire i toni nella maniera a loro più congeniale, quella della black o crime comedy, in cui la goniometrica sicurezza dell’impianto narrativo assume le forme di un calibratissimo meccanismo burlesque nella disposizione di figure variamente eccedenti all’interno del canovaccio di uno scherzo sublime nel quale entrano in azione forze – per così dire – cosmiche come caso e caos.
È la volontà di divertissement ragionato a farsi strada ancora una volta nell’ambito di una filmografia che ha saputo costantemente rendersi riconoscibile per la sua sapida coniugazione tra argomenti di portata filosofica e pratiche basse, un cinema che in definitiva ha sempre congiunto gli opposti (concettuali) in virtù di spericolati e divertentissimi (e riflessivi) salti acrobatici. Questo Burn after Reading (il cui titolo dell’italica distribuzione azzarda meno elegantemente l’aggancio semantico con l’universo dello spy-movie, o spionistico tout court) si annuncia come opera di raffinatissima couture da parte del duo registico oramai più famoso di Hollywood, dal momento che la sgangheratezza prestabilita del plot è affiancata e cesellata da figure attoriali perfettamente calate nei ruoli, nella loro totale aderenza al personaggio. La collaudatissima coppia Clooney-Pitt viene servita da due talenti di conclamata bizzarria come Malkovich e la McDormand, Tilda Swinton è la scelta sorprendentemente indovinata per tenere in equilibrio dinamiche “caratteriali” sempre sul limine imponderabilmente oltrepassabile tra noir e commedia. Il meccanismo a orologeria non sembra cedere neppure per un istante ai colpi di una scrittura che riesce a tenere uniti due movimenti uguali e contrari che si fronteggiano dall’inizio alla fine in un contesto che fa di tutto per non disperdere nulla (al contrario, ad. es., della dispersione programmatica di un Wes Anderson): a un apparente principio di caos diegetico (il rischio di deriva tramica) fa fronte un movimento centripeto “destinale” in funzione del quale ogni personaggio si lega all’altro divenendo contemporaneamente centro e margine dell’azione, fulcro e sua ultima propaggine, sia che la situazione descriva tradimenti coniugali sia che si soffermi sul topos dell’equivoco spionistico, ponendo così parallelamente (e ovviamente) in ridicolo usi e costumi dell’americano medio nell’epoca della rinnovata paranoia. Se l’asse su cui si sviluppava No Country for Old Men era quello impiantato su una linea dialettica dei grandi spazi aperti dell’ovest in contrapposizione agli interni bui delle abitazioni/uffici/camere d’albergo squarciati dal passaggio dell’ombroso Chigurh, in Burn after Reading si ritorna al brulichio di personaggi osservati da un’alt(r)ezza demiurgica all’interno di uno o più perimetri invariabilmente chiusi (Mr. Hula Hop, Barton Fink), un’esplorazione dell’umano che sa tanto di divertita entomologia di stampo watersiano (si ricordi l’identica plongée iniziale adottata da Waters in Polyester, e un po’ tutto il film trashendenze incluse..lo sguardo della m.d.p si calava dall’alt(r)o nell’antro di un’abitazione della provincia americana). Non è tanto questa strampalata storia di vere/false spie che conta, quanto il suo essere strutturata alla perfezione, e ancor di più il divertimento nel metterla in scena, nello strutturarla. Dunque questa volta, letterariamente, Lansdale vs. McCarthy. Forse. E cinematograficamente La Cava, Hawks, Wilder. Ottima e spassosamente irriverente la riemersione sonora dei The Fugs.

Mauro F. Giorgio
Voto: 7
  
(24/09/2008)




BarattiBellucciBilliCompianiDi NicolaGarellaGiorgioPacilio
7 7 7 7 6.5 4.5 7 6
Rangoni MachiavelliSangiorgioSasoTallarita
7.5 7 7.5 7.5

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