IL CAVALIERE OSCURO

(The Dark Knight )

di Christopher Nolan
TRAMA

Batman trova un'ottima spalla "legale" nel nuovo procuratore distrettuale di Gotham City Harvey Dent, ma un criminale di maggior classe del solito si fa vivo in città...


RECENSIONI
Super Nolan Bros. 3

I Nolan Bros., in soli due film, ci hanno abituati a perfetti congegni narrativi: Memento, con la sua suspense dipanata e accumulata a ritroso, e The Prestige, con le sue false false epifanie drammaturgie, palesano la necessità di uno sguardo sinottico, d’insieme, l’unico capace di cogliere l’originalità e la coesione di mosaici meticolosamente studiati tessera per tessera. Il cavaliere oscuro no. Quello che manca è proprio la coesione, la solidità strutturale; il film funziona, sostanzialmente, a compartimenti stagni, a volte “ottimi” compartimenti stagni (la sequenza iniziale della rapina a eliminazione, sorta di piccolo e ingegnoso cortometraggio dei fratelli Nolan) ma altre volte la volontà di esibire un virtuosismo narrativo che sia anche marchio di fabbrica/famiglia si fa troppo scoperta (il griffithiano, doppio salvataggio all’ultimo minuto di Rachel e Dent) quando non decisamente forzata (la morte e resurrezione di Gordon). Ne risulta un film a metà del guado, con cellule autoriali linkate da un filo rosso troppo sottile e (probabilmente) sabotate da una produzione comikolossal con le sue esigenze, i suoi codici, i suoi diktat. 

Ma fin qui ha parlato il nolaniano (nel senso di Fan dei Fratelli Nolan, per gli assolo di Christopher il discorso cambia). Ad una visione più oggettiva (indistinto brusio, risatine), Il cavaliere oscuro risulta comunque un blockbuster estivo assai più profondo della media, che non nasconde le sue ambizioni (a partire dai 152 minuti di durata): il cattivo è un cattivo vero, “sporco”, ben poco (tradizionalmente parlando) fumettistico e a tutti i personaggi principali si cerca di regalare una psicologia non priva di modulazioni; lo scontro Bene/Male è tutto giocato sulle compenetrazioni e le complementarietà, con annesse (ugualmente) risaputissime ma non banalissime riflessioni su Ordine, Giustizia e Autorità; anche registicamente il film regge, C. Nolan si conferma ottimo tecnico, refrattario alla lusinga dell’effetto facile (speciale e non) e programmatico nel destituire di eccessivo pathos gli inevitabili showdown (Batman vs. Joker, Batman vs. Due Facce), capace nondimeno di dare il giusto, imploso respiro eroico a molte sequenze (si vedano i mobili campi lunghi sugli svolazzi notturni di Batman tra i grattacieli di Gotham City) ma non ancora a suo agio quando l’azione propriamente detta prende il sopravvento e servirebbe un polso più fisico e plastico del suo; molto belle, infine, le musiche, con la coppia Zimmer/Newton Howard che conferma l’approccio minimalista di Batman Begins fatto di addizioni e iterazioni quasi glassiane. Il doppiaggio di Christian Bale è criminoso.

Gianluca Pelleschi
Voto: 7



Batman a pezzi

“Vuoi sapere come me le sotto fatte queste cicatrici?”. La risposta di Joker non è univoca, ma mutevole, instabile, sempre diversa: la moltiplicazione esteriore, la solidità dell’apparenza, il nodo della doppia identità sono i nervi che invadono il secondo Batman di Christopher Nolan, il primo di Jonathan Nolan, e lo portano in stato di cortocircuito concettuale. Niente e nessuno è qualcosa, tutti si affermano come più di uno, in maniera traversale e a ogni livello: sono doppi Batman e Joker, l’autorità alla stregua del crimine. Wayne è un griffato milionario dedito alla forma della buona educazione, Batman può togliersi la maschera di Bruce per combattere (che cosa: il Male o il male?) e inseguire l’amore; Rachel è la donna del procuratore distrettuale, ma non esclude di tornare accanto al pipistrello; per Harvey Dent vale il suo epiteto, “due facce”, nomen omen; la polizia contrasta il germe dell’illegalità, ma lo cova in seno attraverso la delazione; la mafia compra l’eliminazione di Batman, ma giunti al parossismo di violenza recita il mea culpa (Maroni: “Forse abbiamo sbagliato”); perfino Joker, angelo del caos contro le rigide norme del malaffare, al fallire del suo social experiment libera un ghigno stizzito e tradisce le motivazioni reali, l’ambizione alla pura follia. Dunque caratteri divisi, ancora prima delle vicende nel film che ne illustrano le conseguenze materiali, e il doppio si sdoppia: solo figure parziali in The Dark Knight, tanti io scissi in frammenti, personaggi senza unità interiore e per questo in confusione, che si riflettono l’uno nell’altro in un complesso tunnel di specchi. A cominciare dal prologo mascherato: da una parte il colpo nella banca della mala, catena di svelamenti che suona da presagio diegetico alle due grandi stratificazioni del film (l’identità contro sé stessa – il singolo psicotico contro la cupola) – a proposito di strati: sotto la maschera Joker è ancora truccato – e si chiude, non a caso, con uno scherzo; dall’altra la sequenza con Spaventapasseri, di nuovo all’insegna della molteplicità, che anticipa una condizione intima per mezzo della parodia esteriore, ovvero i “tanti Batman”: graffi profondi all’identità appena in 15 minuti. Poi il gioco allo smascheramento confluisce impietosamente sul protagonista/feticcio: un “non-eroe” fragilissimo (né “super” né “anti”, semplicemente indefinito, vago, sfuggente), un single allo sbando, un crogiuolo di timori e manie, non ultima quella di grandezza, incontrollata, che lo porta a eccedere in dotazioni ipertecnologiche – dilemmi atavici al seguito: l’uomo può volare? lecito violare la privacy? -, sotto la scure di un fatalismo pronto a colpire (Gordon: “Un giorno pagherà per leggi che ha violato”). Batman è segato in sezioni, mescolate in sé alla rinfusa, che lo rendono incerto e contraddittorio. Joker entra in Batman: affermata nettamente la funzione disvelatrice (“Nei loro ultimi istanti vedi le persone come sono”), lo perlustra nell’intimo – il momento chiave, la morte di Rachel: il drammatico scambio d’indirizzo lo mette in scacco, definitivamente, lo costringe al rovesciamento delle intenzioni e ne sottolinea la natura strumentale (Gordon: “Chi vai a salvare?”, Batman: “Vado a salvare Rachel”). Batman è sbucciato da Joker: fino al penultimo strato, perchè l’ultimo, Bruce Wayne – anche lui – tiene sempre la maschera.
I Nolan hanno compreso pienamente l’animo del fumetto di Kane e Finger: lo sceneggiatore nello scrivere un quadro disperato, un mondo intirizzito che ha sovvertito i parametri di valutazione, pronto ad accogliere un giustiziere mascherato come sua ambigua sentinella – non a caso, proliferano sospetti e tradimenti incrociati, per tutti la figura departed del detective Ramirez; il regista nel coltivare la sua peculiare tecnica di manipolazione, ora apertamente referenziale (Joker che annuncia un gioco di prestigio…), ora nelle vesti di inganno semantico ¹. E nelle legittime libertà che si prendono è racchiuso il cimento di incollare al blockbuster i propri marchi autoriali: il senso profondo della Paura, che investe Gotham come una nube tossica (Nolan è il primo vero cineasta americano che certi dettati contemporanei non li incrocia per contratto, li contiene nel suo DNA artistico: il Terrorismo, naturalmente), l’altalena temporale tra sequenze – l’evasione di Joker – fieramente gratuita, per il solo gusto di mescolare le carte. Al contrario dello stiloso Batman Begins, che si fermava allo schema di formazione dell’eroe, stavolta il mainstream è personalizzato. Fino in fondo: la chiusura didattica, in cui Gordon esplicita alla prole la vera natura di Batman, insinua una volgare arringa metalinguistica alla platea; dentro il film, però, è un dialogo padre/figlio con interazione adulto/bambino, logicamente rozzo e dimostrativo, quindi inattaccabile: ecco l’estro di Nolan. L’ultimo rovesciamento, stavolta interpretativo, riguarda l’esito dell’attentato finale: il no dei soggetti coinvolti, il rifiuto degli uomini di uccidersi a vicenda, può sembrare un’oncia di proiezione ottimista e una tremante riposizione di fiducia universale; ma è vero il contrario perché, a conti fatti, suona più qualificante la presenza stessa dei requisiti per la costruzione dello scenario: un’umanità costretta a fare questa scelta è ormai compromessa, per il solo fatto di prenderla in considerazione già rotola verso l’abisso.

¹ Si badi alla memorabile sequenza al Gotham City Hospital: Joker prova ad azionare il marchingegno dinamitardo, non vi riesce, pausa di attesa, poi risolve il “problema” e fa scoppiare l’intero edificio. Ancora un trucco scoperto, un’idea calcolata dagli effetti miracolosamente semplici, ma nondimeno geniale, che ha il valore essenziale di ravvivare l’incertezza ontologica: quella di tutto il film.
Emanuele Di Nicola
Voto: 8




BaronciniBellucciBilliCompianiDi NicolaGarellaPelleschiRangoni Machiavelli
7 7.5 7.5 7 8 7 7 8
SangiorgioTallarita
6 7

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