IL PATTO DEI LUPI

(Le Pacte des Loups )

di Christophe Gans
TRAMA

1764. Nella regione francese del Gévaudan un numero abnorme di donne e bambini sarebbe stato sbranato da un'orripilante bestia sovrannaturaleů


RECENSIONI
WHY must the show go on?
Sarebbe ipocrita andare a vedere un blockbuster dichiarato come “Il Patto dei Lupi” per poi lamentarsi della totale mancanza di rigore filologico e profondità intellettuale che marca ogni inquadratura del suddetto: il vero problema è che questa sottospecie di film non costituisce neppure un intrattenimento passabile, se non come generoso dispensatore di umorismo involontario.
La trama, inverosimile al punto da far sperare in un valido mélange di horror gotico e avventura di cappa e spada, sulla carta funzionava; poi, inspiegabilmente, a qualcuno è venuta l’idea di scrivere sulla suddetta carta anche una (per così dire) sceneggiatura, e sono iniziati i guai. Non è la banalità ad infastidire, piuttosto la piattezza: i caratteri siano pure stereotipati, sono le regole del gioco e le accettiamo di buon grado, ma non c’è giustificazione per l’assoluta mancanza di verve, passione, umori magari brutali e facili, ma pieni di vita.
Complice la malsana abitudine di appiattire, col pretesto di “modernizzarli”, costumi e conflitti settecenteschi, si assiste al trionfo del tiepidamente televisivo: il nobiluomo botanico è un ridicolo dongiovanni che va con le prostitute ma, siccome ha un cuore grande così, sogna l’amore virginale di una fanciulla che desidera i pantaloni e infatti cavalca “da uomo” (evitate le battute, prego, c’è poco da ridere), contrastata nelle sue smanie d’indipendenza da un fratello torvo e livido come è ovvio che sia un marcio rappresentante dell’Ancien Régime (ma aspettate di vedere l’ecclesiastico untuoso e smielato). A questo triangolo, reso con la vivacità tipica di una soap di quart’ordine, si aggiungono personaggi secondari di rara idiozia (l’indiano irochese che si fa strada a colpi di kung fu è semplicemente trash e per questo risulta quasi sopportabile) e un intrigo spionistico alla Bond che fa acqua da ogni parte. Il messaggio “filosofico” (“il sonno della Ragione genera mostri”) non solo è ovvio, ma stride violentemente con l’anima reazionaria, imbevuta di luoghi comuni e demagogiche facilonerie (la doppia “resurrezione” che impesta il finale), del filmetto. La vita imita la cattiva televisione, ma perché anche la Storia deve finire così in basso? Nessuno chiede di ricostruire al millimetro il secolo dei lumi: basterebbe ritrovare almeno una parte di quello spirito geometrico, affilato, crudo e insieme affascinante che emerge così chiaramente dalle pagine d’epoca. Un Settecento fantascientifico è scherzo, od è follia (disorganizzata).
Questo il contenuto: e la forma? Il regista s’inchina alla grande tradizione americana che pretende di soppiantare e infatti gira il trailer lungo di “Tomb Raider”: movimenti di macchina da Playstation, tanto che si sente la mancanza del joystick, dissolvenze incrociate ed al nero immotivate, ripetitive e perciò doppiamente tedianti, musiche rimbombanti, fotografia da rivista di moda, direzione degli attori – almeno – latitante. Già, gli attori: parliamone. Il cinema d’avventura, in costume o meno, richiede agli interpreti, sopra ogni altra dote, quella di abbandonarsi ad un’irrefrenabile autoironia, che sola può catturare la simpatia – nel senso letterale del termine – dello spettatore: il fatto che l’eroe, oltre che immortale, sia pure musone, è cosa che non si può proprio tollerare. Sotto questo (ed ogni altro) punto di vista la prova del cast è sconfortante: Samuel LeBihan, patatone dal fascino (?) irresistibile, bamboleggia peggio di Emilie Dequenne, che da parte sua passa l’intera durata del film a sfoggiare un impermeabile broncio da bimba cattiva, mentre Cassel, pur con momenti intensi, sbraca spesso nel comico involontario e Monica Bellucci si conferma all’altezza delle divine del muto (in altre parole, deve tacere). In tutto questo, come si spiega la presenza di Jérémie Renier e Jacques Perrin? Money Money Money
In conclusione, si rimpiange non soltanto il Settecento rapinoso e crudele di Kubrick, Losey e Frears (tanto per non fare nomi), ma quello nero, buffo e incantato di Burton ed il fascino ornato di ragnatele dei classici di genere.

Stefano Selleri
Voto: 1



Il sonno della ragione genera mostri

Confezione di lusso per l'ennesimo tentativo francese (e' di quest'anno anche il pessimo "Belfagor") di imitare i blockbuster d'oltreoceano. Peccato che oltre ad una grande produzione, a sostenere il progetto non ci sia nulla. La storia avrebbe anche un fascino oscuro, ma il regista Christophe Gans sembra preoccuparsi unicamente di mettere la macchina da presa nelle posizioni piu' estreme. All'inizio la cura visiva colpisce, ma l'eccesso di virtuosismo diventa presto gratuito: non solo non aggiunge nulla, ma rovina disastrosamente l'atmosfera. Ecco quindi i soliti combattimenti (nella Francia del 1764 erano di gran moda le arti marziali?) coreografati come balletti, attraverso la successione di dettagli che non permettono allo spettatore di capire granche' di cio' che sta succedendo. La sceneggiatura, poi, fa acqua da tutte le parti e alla storia principale, collega in malo modo tutta una serie di episodi inutili e ridondanti, che anziche' infittire il mistero, lo sviliscono. Appiccica pure al protagonista una storia d'amore senza nerbo, tanto improbabile quanto priva di passione. La tanto attesa belva, che per buona parte del film viene soltanto nominata, quando compare non regala alcun brivido: sono ancora evidenti i movimenti a scatti dovuti a una computer grafica non aggiornata ai tempi ("Jurassic Park" docet). Anche gli attori, abbinati a personaggi senza spessore, non convincono. Il protagonista Samuel LeBihan ha "le phisique", ma sempre pettinato e sbarbato e, soprattutto, senza un briciolo di ironia, non ha credibilita' ne' mordente. Il marmoreo Mark Dacascos, invece, con una filosofia zen d'accatto ad ispirarlo, regala piu' di un momento di umorismo involontario. Vincent Cassel, con la faccia che si ritrova, e' ormai abbonato al ruolo di cortigiano malsano, ma il suo personaggio e' forse il piu' ridicolo del film. Irriconoscibile Emilie Duquenne, dalla dura "Rosetta" all'insipida bambolina Marianne. Quanto a Monica Bellucci, si conferma bella senz'anima. Evocativa e inaccessibile nei flash patinati delle riviste di moda, perde gran parte del suo fascino davanti alla macchina da presa. Tra l'altro insiste a non farsi doppiare, mangiandosi spesso le parole e "stonando" quasi tutte le battute. 
Eppure il pubblico sembra gradire e accorre numeroso: in Francia soprattutto (si parla di cinque milioni di spettatori), ma anche nel resto d'Europa. Che dire, speriamo che la "grandeur" francese trovi modo di equilibrare il talento visivo con il senso del racconto, cercando una strada personale che non saccheggi dal peggio delle produzioni hollywoodiane.
Un'ultima nota: e' possibile che, ancora una volta, un uomo da solo davanti a cento nemici, si trovi a fronteggiarli uno alla volta? Intanto gli altri che fanno, giocano a carte?

Luca Baroncini
Voto: 3



L'angelo della vendetta del fantastico europeo

Gans ha stretto un patto con il cinema di Hong Kong per rilanciare il "fantasy" di stampo europeo, offuscato dai prodotti hollywoodiani. Dopo il manga di CRYING FREEMAN resuscita la leggenda della "bestia di Gévaudan", chiamando a raccolta tecnici cinesi (al montaggio il David Wu di John Woo, alle coreografie Philip Kwok), campioni di kung fu (Dacascos), euro-bellezze, fastose scenografie e costumi settecenteschi, ed invidiabili doti tecniche di metteur-en-scène al passo con i tempi, vale a dire con il montaggio digitale, i gigantismi della steady-cam e dei dolly. Cosa fa la differenza? I modelli cinefili, che vanno dal cappa-e-spada di Riccardo Freda agli horror gotici di Mario Bava, dal "wu xia pan" ai fumetti "adulti" francesi, dalle icone cinematografiche femminili (Barbara Steele su tutte) alla contaminazione che non disdegna di battere la Mecca del Cinema sul suo stesso terreno: lo sforzo produttivo, i ralenti alla Peckinpah e l'animatronic del "Jim Henson Shop". Non basta: ci vuole una visione poetica, la passione dell'autore che si traduca in atmosfere avvolgenti e passo magnetico. Da questo punto di vista IL PATTO DEI LUPI sta a SLEEPY HOLLOW come Gans a Tim Burton. Cavalieri misteriosi, figure femminili che Hollywood nemmeno sogna (la strega epilettica, le combattenti, la sadica Bellucci), personaggi enigmatici, letali ed affascinanti quanto il generoso racconto pennellato da Stéphane Cabel, che gioca sulle superstizioni, l'esoterismo, la bizzarria (un indiano irochese da kung-fu?), gli aforismi ("Le certezze rendono folli"; "L'orrore è sempre figlio dell'uomo"), la violenza e il sentimento, la Storia (la Rivoluzione è alle porte) ed i costumi (il bordello!). Gans, probabilmente, esagera con i ralenti epici e l'elaborazione dei punti d'inquadratura, ma riesce a dare corpo ai fantasmi della paura, gettando in un'altra dimensione dove meraviglia e potenti emozioni vanno a braccetto. L'angelo della vendetta del fantastico europeo può, così, scendere sull'altare dei settari d'oltreoceano, combatterli con armi simili, vincendo in virtù di uno sguardo che s'allarga a comprendere l'ambiente (la vendetta dei lupi), le altre culture, la natura intrinseca dell'uomo. La versione italiana è stata ridotta, dallo stesso regista, di una ventina di minuti.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




BaronciniCatoniRangoni MachiavelliSelleri
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