L'ULTIMO RE DI SCOZIA

(The Last King of Scotland )

di Kevin Macdonald
TRAMA

Nicholas Garrigan, giovane scozzese appena laureatosi in medicina, fugge dal piatto grigiore della propria dimensione familiare, per approdare in Uganda, dove diventa il medico personale di Idi Amin Dada. Attratto dalla figura del dittatore ugandese, faticherà a percepirne la delirante crudeltà, fino a quando non ne sconterà gli effetti sulla propria pelle.


RECENSIONI

La storia, quella con la rigorosa esse minuscola, quella del piccolo giocatore che muove i piccoli pezzi nella piccola scacchiera della sua piccola casa, attraversa, si incrocia, si fonde, con la Storia, la esse violentemente maiuscola, i piccoli giocatori di cui sopra come sacrificabili pedine, microscopici tratti di un abnorme disegno.
Nicholas Garrigan, personaggio di finzione ispirato a fatti realmente accaduti, incontra Idi Amin Dada, folle e sanguinario dittatore africano. La fiction incontra la realtà, e lo fa nel proprio territorio: L'ultimo re di Scozia narra soprattutto le vicende di Nicholas, viziato medico ammaliato dal potere, reo innanzitutto di essere incapace di contestualizzare se stesso e soprattutto Amin nei territori della Storia, rimanendo rilegato alla propria, seppur drammatica, storia. La gestione di sapere e punto di vista sono il nodo centrale: la focalizzazione interna al protagonista macchia il meccanismo narrativo della medesima colpa, privilegiando la dimensione intima dei personaggi, il rapporto psicologico tra Amin e Nicholas, preferendo il particolare al quadro generale, il romanzesco allo spaccato storico, riducendo il tragico scorrere della realtà a vagamente percepibile sfondo. Anche quando, agli occhi di Nicholas, la figura di Amin inizia a delinearsi nella sua inquietante complessità, la tensione drammatica rimane ben aderente alla situazione del personaggio principale, aprendo sl squarci sulla realtà, ma subordinati al sentire del protagonista. L'ultimo re di Scozia è infatti, per quasi la totalità della sua durata, questo: un film di impianto smaccatamente finzionale, lo sguardo mediato da Nicholas, portatore dell'ottusa ingenuità cognitiva dell'occidente, l'occhio corrotto di un cinema che non riesce a percepire il significato ultimo della realtà, ma si perde inesorabilmente nella sua superficie. E' lo stile di MacDonald (documentarista, autore dell'interessante La morte sospesa), vicino a certo cinema datato anni '70, con quegli scarti e quegli zoom propensi ad indagare dettagli non convenzionali, a procedere apparentemente in direzione opposta: ma non lo fa in maniera radicale, contratta soventemente con la drammatizzazione, le cede il passo. Così, a vicende concluse, a pochi istanti dai titoli di coda, ci appare il film, come una parzialmente riuscita negoziazione tra istanze commerciali e meramente spettacolari e un certo interesse stilistico a contraddirle.
Poi appare un volto.
Il volto è quello, reale, tratto da filmati originali, di Idi Amin Dada.
E i brividi, ora, hanno una consistenza inevitabilmente diversa:
come se, oggi, solamente davanti al confronto tra finzione e realtà fossimo davvero in grado di acquisire una vaga consapevolezza sulla seconda; come se per immaginare l'esistenza di Amin dovessimo prima passare per il suo simulacro filmico (e che Forrest Whitaker abbia vinto l'Oscar come Miglior Attore sembra enfatizzare l'idea); come se per ripensare ai 300.000 ugandesi morti dovessimo per forza sederci di fronte a L'ultimo re di Scozia; come se per percepire la Storia sia necessario ricorrere alla mediazione dellastoria.
Il film è forse tutto in quei brevi stralci finali: il volto di un uomo, la follia criminale nella sua dimensione quotidiana, perfino ludica, la disarmante banalità del male.
Eppure, per comprendere veramente abbiamo dovuto assistere prima ad una evidente messa in scena, distinguendola poi, per differenza, dalla realtà.
Un film che agisce là dove siamo più sensibili, nei pressi di quell'esperienza estetica da tempo alla base della nostra esperienza, ponendone in rilievo la contraddizione primaria, agendo sul nostro sguardo e i suoi filtri. Consapevolemente o meno, poco importa.
S.V. perchi impossibile da ridurre, per il sottoscritto, al giudizio di gusto incarnato dal voto: la rilevanza del processo supera di gran lunga ogni possibile constatazione sul risultato finale.

Giulio Sangiorgio
Voto: s.v.




BellucciRangoni MachiavelliSangiorgio
4 7 s.v.

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