LA CASA DELLA GIOIA

(The House of Mirth )

di Terence Davies
TRAMA

New York, inizio secolo. La giovane Lily Bart contrae ingenti debiti di gioco e, nel tentativo di pagarli, si fa involontariamente "compromettere" da un losco individuo…


RECENSIONI
Sinfonia in grigio

Metropoli americana tra Otto e Novecento, ambienti alto borghesi, giovane donna sola che sfida le convenzioni (e perde): ricorda nulla? L'omaggio a "L'età dell'innocenza" è dichiarato dal regista stesso, ma rischia di trarre in inganno. Alla perfezione levigata, minuziosa, "luccicante" di Ivory e seguaci (tra i quali è possibile annoverare, almeno a livello formale, Scorsese), Davies oppone una messinscena relativamente sobria (forse anche per ragioni di budget), poco glamour, cupa e monotona, illuminata da rari tocchi di colore e di luce. Questa scelta risponde a due esigenze di base, l'una a livello narrativo, l'altra di tipo formale. L'allestimento "quaresimale" induce lo spettatore a concentrarsi sulla protagonista, alle prese non solo con i limiti imposti ad una donna dalla conservatrice "high society" newyorchese, ma con se stessa, con le sue ambizioni frustrate, le ingenuità fuori luogo e l'aggressività più o meno repressa: evitando di raffigurare Lily come una martire o una vittima indifesa, l'autore ci risparmia l'abituale edulcorazione di matrice femminista e dà vita ad un personaggio infinitamente più interessante, che, attraverso le disavventure finanziarie e sentimentali, trova in sé la forza di non scendere sullo stesso piano dei suoi avversari e, da vera eroina tragica, di impadronirsi del proprio destino. Davies si mette dalla parte del singolo contro la società, come di solito avviene nei romanzi e nei film di questo tipo, ma rinuncia alla facile via di fuga offerta dall'amore (l'unica dichiarazione significativa arriva nell'inquadratura finale) o da qualsiasi altro tipo di gratificazione personale: come per un meccanismo infernale, le conseguenze di ogni singolo gesto, anche il più insignificante, si succedono, precise, rigorose, implacabili, e si sommano, costruendo una "trappola per topi" dalla quale non esiste via di fuga. A tanta esattezza, costantemente a rischio di eccessiva semplificazione, si contrappone con efficacia l'attenzione alla componente immateriale, "invisibile" dell'opera cinematografica, vale a dire il rapporto tra immagini e suoni, da sempre un tema molto caro all'autore. Anziché proporre i soliti Beethoven e Mahler (i prediletti di Ivory e Visconti), Davies sceglie una musica "fuori posto", quella di Alessandro Marcello e di Wolfgang Mozart, e fa di una delle opere del secondo ("Così fan tutte") l'asse portante di due scene fondamentali, la serata a teatro e la partenza di Lily per l'Europa. Mentre lo struggente motivo per oboe e archi, associato alla protagonista, avvia e conclude la vicenda, il titolo mozartiano, che a livello di "senso comune" è l'espressione dell'incostanza e della frivolezza femminile, esprime l'etichetta che la società conferisce alla giovane Bart: il drammatico scontro pubblico/privato si costruisce anche così. Molto parlato, forse bisognoso di tagli qua e là (anche se l'ultima ora è dotata di un'efficace concisione narrativa), "La casa della gioia" è un tentativo più che interessante di rinnovare un genere ormai intrappolato, come Lily, dai luoghi comuni e dai pregiudizi: peccato che non sempre gli attori siano all'altezza. Gli elementi migliori del cast sono i caratteristi: la vecchia bigotta Eleanor Bron, il viscido Dan Aykroyd e il trucido Anthony LaPaglia. La protagonista Gillian Anderson (l'agente Scully di "X-Files"), evidentemente molto desiderosa di uscire dal suo cliché, è capace di momenti intensi ma nel complesso è ancora troppo acerba e manierata; insopportabile Laura Linney, tutta smorfie, e semplicemente ridicolo Eric Stoltz.

Stefano Selleri
Voto: 8




BellucciRangoni MachiavelliSelleri
6 6.5 8

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