LA CASA DEI MATTI

(Dom Durakov - La Maison de Fous )

di Andrej Konchalovsky
TRAMA

In un ospedale psichiatrico al confine di Cecenia e Russia la guerra turba la quotidianità. Abbandonati dai medici i malati sono in balia d'una follia fratricida in cui le manie individuali si fondono con una disperazione più profondamente umana. Metaforicamente.


RECENSIONI

Ispirandosi alla storia vera di un ospedale psichiatrico in Inguscezia, coinvolto dalla prima guerra cecena nel 1996, Konchalovsky ritrae le reazioni di una gruppo di pazienti a contatto coi militari di ambo le parti: ad un caos se ne aggiunge un altro, tra Kusturica e Fellini un circo di umano delirio.
La giovane protagonista Janna (Julia Visotsky, compagna del regista) è il punto di condensazione e d'osservazione empatica attraverso cui lo spettacolo mostruoso di un evento bellico - di cui non si citano cause né motivazioni - si spalanca: attraverso i suoi occhi il mondo di ferocia si trasforma in un deliquio di colori pastello e calde luci in cui il suo fidanzato Bryan Adams canta solo per lei. Folgorante a tal proposito la prima sequenza in cui i pazienti attendono ad una finestra il passaggio di un convoglio ferroviario tutto illuminato in cui Janna immagina trovarsi il suo amato Bryan: improvvisa inserzione grottesca, quella del cantante canadese, che stordisce per essere un'ineffabile mistura di genio e kitsch spropositata.
Pochi giorni in un limbo d'incertezza, bombardati, conquistati prima dai ribelli ceceni, poi dai russi, senza la guida di infermieri e medici, sono il luogo prescelto dal regista per orchestrare elementi da fiaba e di cruda realtà nella più classica delle formulazioni metaforiche: la reazione dell'innocenza folle di fronte all'orrore che si rapprende nel monologo del vecchio -immobile per tutto il film- che di fronte ad una mela impolverata dalle esplosioni propone la morale degli uomini piccoli come granelli in un mondo che sentono-ma-non-dovrebbe-essere estraneo.
Gran Premio delle giuria al 59º festival di Venezia, l'ultimo lavoro del (tremendamente) discontinuo Andrei Konchalovsky pur riuscendo ad evitare le facili cadute nel moralismo che pur ci si attenderebbe, non riesce a strutturare coesivamente un materiale difficile e prevedibile che quindi si rapprende in brevi scene e quadri fascinosi soverchiati da un "bisogno di dire" che rimane striminzito. Interessante di certo il lavoro con gli attori, molti dei quali veri degenti di manicomio, e tecnicamente ineccepibile - si ricordano i primi minuti con la ripresa raso terra delle rotaie del treno - Dom Durakov è sì rispettabile ma nulla più. Ancora una volta inutili gli inserti in digitale.

Luigi Garella
Voto: 5



Elogio della Follia

Cosa c'è di più assurdo della guerra?
Il cinema prova a sottolinearlo con regolarità, tutti si commuovono, ricordano, promettono e si resta in attesa di un nuovo film che rievochi un passato sempre più recente da commiserare. Proprio quest'anno "No man's land" ha gridato con forza un messaggio pacifista ed ora lo urla anche Andrej Koncalovskij, che dirige un film bizzarro che procede per accumulo, di immagini, sensazioni, voci. Visivamente "La maison de fous" è bellissimo, con una fotografia che amplifica la cupezza delle location ed una direzione degli interpreti davvero strepitosa. Si tratta infatti di attori professionisti affiancati a veri portatori di handicap che non vengono sfruttati, come qualcuno ha sostenuto, ma hanno modo di esprimere la loro vitalità. Sono quindi limitati al minimo i classici "tic" che fanno tanto demenza "made in Hollywood". Come in tutti i casi in cui la pazzia viene accostata alla normalità, si corre il rischio di mostrare più saggezza proprio dove sono l'irrazionalità e la malattia ad avere il sopravvento. Rischio che il regista fugge per tre quarti della pellicola, cadendo nella evitabile trappola della "didascalia" nella parte finale. Ed è un peccato, perché non c'era bisogno di nessuna spiegazione o dialogo chiarificatore per esplicitare ciò che i personaggi avevano già dimostrato con pienezza vivendolo, e conseguentemente trasmettendolo, sulla propria pelle. Invece Koncalovskij azzarda metafore, mette in bocca ai matti parole o significati poco credibili e svilisce l'intensità di un film complesso, visionario e per il resto riuscito.
Il personaggio di Jeanne è uno dei più dolci e commoventi visti ultimamente al cinema e Julija Vysotskij è davvero bravissima nel tirare fuori e rendere vitale la sua parte bambina. Anche Bryan Adams aderisce al progetto con simpatia, interpretando i sogni della protagonista che immagina ogni sera l'arrivo di un treno con il cantante e tutti i pazienti del manicomio abbracciati per ballare in totale armonia. Il contrasto tra questi grotteschi siparietti e il grigiore della realtà in cui si avvicendano malattia, ceceni e russi è molto più eloquente di tanta verbosità che finisce con il temperare l'impatto emotivo del film.

Luca Baroncini
Voto: 7.5



“Hai mai amato veramente una donna?”, canta Bryan Adams, passeggero di un treno illuminato a festa, feticcio occidentale del sogno ad occhi aperti di una sana insana: il personaggio della Vysotskaya (la bravissima compagna del regista) è l’incarnazione del cuore puro, ingenuo e delicato preservato dalla follia e dalla campana di vetro dell’ospedale psichiatrico. Innato altruismo, slancio ottimista e contagiosa fede nell’amore: se le tonalità di colore che la circondano si fanno troppo livide, la sua mente accende una luce più calda, materializza il principe azzurro e suona la musica che trasforma in ballo la discordia degli antagonisti (medici/pazienti, russi/ceceni). Konchalovskij s’adopera per metterci in affettuoso contatto con gli ospiti della Casa, secondo stilemi del cinema statunitense che ben conosce ma con una partitura musicale ricercata e lirica, lievemente sospesa fra il melodramma realistico (storia che parte da un fatto di cronaca, veri malati di mente) e la caricatura fiabesca, lontana anni luce, per risultati espressivi, dalla carriera hollywoodiana che stava logorando la sua credibilità di artista (vedere, sui minorati mentali, il pessimo Homer & Eddie). Poi passa il treno della guerra: quella che i folli credono libertà si rivela un paradossale caos fratricida (il mercato nero di munizioni, corpi e droga). Nella Casa dell’Uomo s’avvicendano i soldati sull’orlo di una crisi di nervi: la Storia, come in altre prove dell’autore, si riflette in un microcosmo paradigmatico dove il metro della follia e dell’incoerenza dell’uomo non è tanto la crudeltà quanto l’assenza d’amore. A differenza del circense e felliniano Underground, dei caustici e feroci La Polveriera e No Man's Land, la voce solista per dire “No” alla guerra è affidata al sentimento di una Dancer in the Dark cieca alla rovina di un elicottero alle sue spalle (che immagine!) ma sensibile al cuore spezzato, al sangue che lorda il bianco vestito da sposa, al dolore che trasforma l’amore in odio, alla sordità di fuoco e fango (“Vi amo, non uccidetemi!). Se ogni uomo sopravvive perché qualcuno lo ama e prega per lui, il rancore (quello che trasforma l’individuo in soldato) porta solo la morte. Il finale oltremodo aperto (il significato del ritorno del soldato: un dono per lei, una punizione per lui?) è la punta dell’iceberg di altre sbavature: tracce allegoriche che restano incompiute (che fine fa l’amore del poeta? Cosa rappresenta la figura della donna soldato?), l’uso esteriore dei principi estetici (gli inserti video quasi del tutto gratuiti), le forzature (il vecchio catatonico che dispensa saggezza parlando di una mela; la citazione da “Guerra e Pace” di Tolstoj).

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6.5




BaronciniBellucciGarellaRangoni Machiavelli
7.5 7 5 6.5

Back