CARNERA - THE WALKING MOUNTAIN


di Renzo Martinelli
TRAMA

Vita di Carnera Primo, pugile.


RECENSIONI

Non c’è carne da analisi, regna il vuoto pneumatico nell’esilarante e pernicioso biopic dedicato da Renzo “Il cinema italiano va affossato” Martinelli a Primo Carnera: programmaticamente (e orgogliosamente) allergico a cerebralismi di sorta, il regista lascia che il suo pesante tocco si occupi dell’eutanasia dell’intelletto e che al pensiero si sostituisca eventualmente- per fare i fini- una logica binaria. Lo spessore è chimera: affrontando la vita di Carnera, Martinelli rifonda il concetto di luogo comune, costruendo situazioni non tanto logore, quanto così basiche da risultare goffamente caricaturali [1], accumulando inoltre dialoghi di incredibile vertigine didascalica, poggiati su apparati metaforici prossimi alla putrefazione [2]. Ma il cancro non sta nella deriva esplicativa così marcata da farsi autoparodia: Carnera- The walking moutain soffre spesso anzi di afasia comunicativa, incapace di tracciare traiettorie verosimili non solo nel cuore dei personaggi (che non scalfisce mai, nemmeno per sbaglio), ma anche a livello narrativo (un esempio, su tutti: Carnera chiede a Pina di sposarlo dopo 3 incontri fugaci e al massimo 20 minuti effettivi di conversazione). La piattezza dell’encefalogramma dei personaggi non è ovviamente imputabile alla sola sceneggiatura, ma anche ad una recitazione spesso sconfortante [3] e a una regia pregna di sterili, ostentati e ridicoli effettismi (un po’ di polpa digitale a farcire le inquadrature e moltiplicare le comparse, ralenti e accelerazioni a dar piglio drammatico). Rea della spiccata tendenza all’incongruenza e incostanza narrativa potrebbe essere la matrice del progetto, che fa della versione cinematografica la riduzione di quella dedicata al piccolo schermo (il film è targato, tra il resto, Mediaset), ma ciò sarebbe comunque lungi dall’essere un alibi convincente, risultando anzi ulteriore indizio non solo della sciattezza compositiva (si scorge addirittura, in forma di non desiderato jump-cut, la cicatrice di un taglio), ma anche della pressoché nulla considerazione delle capacità intellettuali dello spettatore, costretto ad assistere a buchi di sceneggiatura e inspiegabili sviluppi (per non dire del frustrante e ingiustificato apparire e sparire di personaggi secondari). L’epos delle vicende va ovviamente a saldare sul petto di Martinelli il sistema valoriale già riconosciutogli, denso di amor patrio, di qualunquismo storico, legato all’istituzione famiglia [4], machista [5], fautore del successo come discrimine etico [6] e del “al limite mi spezzo, ma non mi piego”; non interessato ad una critica ideologica mi limito al di per sé significativo elenco. Citando quantomeno la tentazione svanita di recensirlo come film comico, concludo prendendomi la personale soddisfazione di stilare l’elenco di 3 tra le scene o soluzioni registiche che più hanno saziato il mio appetito trash:

1) Il titolo del film, Carnera, che campeggia su sfondo nero scolpito in roccia digitale, memore dei film mitologici, mentre al sottotitolo “The walking mountain” segue la traduzione in italiano tra parentesi.

2) Il montaggio che associa, durante una partita di caccia, il muso di un animale al volto dell’avversario che Carnera ha ucciso fortuitamente durante un incontro.

3) Carnera che scende dal ring dopo aver vinto il titolo mondiale, scorge Pina (che ha visto per 20 minuti effettivi, lo ripeto) e le chiede di rispondere alla domanda postale 4 mesi prima (“Mi vuoi sposare?”), lei che risponde affermativamente e lui che esplode trionfante di gioia insieme alla totalità del pubblico.
Più che senza voto: senza vergogna.

[1] il flashback sull’infanzia del personaggio parla da sé: situazioni incapaci di dissimulare il fine informativo (la maestra che informa i bambini del fatto che non potranno passare il Natale con i padri, in guerra, come se i bambini non ne fossero a conoscenza), scene di enfasi simbolica involontariamente grottesca (il piccolo Primo incontra Pina, sua futura sposa, che gli regala, indovinate un po’, un libro sulla boxe), vette patemiche immerse nello scult (la voce di Carnera adulto che recita ossessivamente: “Fame, fame, fame”, mentre il Carnera piccolo divora una pagnotta)

[2] si pensi al pistolotto dal titolo “La vita non è un ring, è vivere insieme” recitato da Pina a Primo mentre costui ha in bocca un fucile da caccia o al discorso concepito dal nano del circo riguardo la diversità e la missione affidataci da nostro signore, nella falsissima cornice di un cielo stellato.

[3] Andrea Iaia incarna un Carnera più vicino alla parodia grottesca che al genuino ritratto dell’ ingenuità: lo suggella la tonalità vocale, lo confermano i comici e insostenibili primi piani, per tacere ovviamente delle parole e degli atteggiamenti affibbiatigli dalla sceneggiatura. Ne risulta il ritratto di un primitivo schizofrenico (esagitato o calmo sino all’atarassia intellettiva, sena soluzione di continuità), probabilmente lontano dal Carnera originale, sicuramente ad anni luce da un personaggio dignitoso. Altra menzione va a Paolo Seganti, che nell’interpretare un personaggio francese (si capisce che siamo in Francia, perché i personaggi si rivolgono l’un l’altro con l’epiteto Monsieur) sfoggia un impeccabile accento milanese.

[4] Si pensi soltanto al tormentone “Ho preso tanti pugni nella mia vita. Veramente tanti… Ma lo rifarei. Perché tutti i pugni che ho preso sono serviti a far studiare i miei figli…”, posto addirittura a didascalia iniziale.

[5] Lo si vede anche nei dettagli: Anna Valle nei titoli di testa non interpreta Pina Kovacic, ma, più semplicemente, La Moglie.

[6] D’altronde le didascalie conclusive ci informano sul futuro da dottori dei figli del boxeur (vedi nota 4), d’altronde sul finale Carnera- ridotto sul lastrico- abbandona la terza classe per la prima (“I miti non viaggiano in 3^ classe”), d’altronde Martinelli mette in bocca a Leon See (F.Murray Abrahms) un gratuito e delirante paragone tra i giornalisti e gli eunuchi, poiché come questi ultimi i primi non sono in grado di accettare che altri godano. Che ogni riferimento al rapporto tra Martinelli e la critica paia decisamente voluto è superfluo ribadirlo.

Giulio Sangiorgio
Voto: sv
  
(15/05/2008)




GiorgioSangiorgio
3 sv

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