CAPTIVITY

(Captivity )

di Roland Joffe
TRAMA

La modella Jennifer Tree viene rapita da un folle sulle cui reali intenzioni neanche la sceneggiatura sembra avere le idee chiarissime...


RECENSIONI
Il collezionista di svolte

La tentazione di liquidare Captivity come l’ennesimo thrillerucolo precotto è forte ma bisogna cercare di resisterle. Perché questo di Joffé, figlio (pare) di rimaneggiamenti, intromissioni, tagli e aggiunte postume, finisce per essere un film sfuggente e difficilmente catalogabile. Inizialmente si configura come thriller concettualmente “estremo”, dove l’assenza di elementi classici quali le fasi introduttive, i personaggi secondari e l’indagine poliziesca è ben coadiuvata da una regia decisa sulla strada da percorrere. La pletora di primissimi piani e dettagli, con latitanza cronica di totali, sembra infatti rispecchiare la scelta “assolutizzante” di fondo: il solo dettaglio di genere che vedremo sarà il rapporto tra la prigioniera, la sua gabbia e il suo carnefice. Macché. Dopo un didascalico trompe l’oeil che pare metterci in guardia (il paesaggio tropicale fuori dalla falsa finestra), e un altro poco comprensibile “doppio inganno” (l’acido-nonacido con tanto di falsa cicatrice) che ribadisce l’ambiguità, Captivity scimmiotta provvisoriamente Hostel e Saw aggiungendo un pizzico di Fear Factor (il frullato di frattaglie) per poi perdere decisamente il filo. Alla storiella del bel dirimpettaio compagno di sequestro non crede nessuno, e il (seppur vago) ricordo de Il collezionista preannuncia la “svolta” che risulta tale solo sulla carta. Rincorsa finale piuttosto goffa, con parentesi chiuse frettolosamente (il rapporto tra i due fratelli), tappe narrative obbligate (l’arrivo dei poliziotti) e incoerenze clamorose che umiliano qualunque tentativo di sospendere l’incredulità (chi ha girato il filmino in super8 del matricidio?). Joffé, insomma, dai trascorsi “impegnati” (Mission, Urla del silenzio) torna con un film che è sì un pasticcio ma che nondimeno lascia intravedere un tentativo iniziale di costruirsi una sua personalità e che anche nel prosieguo, funestato com’è da presunte svolte, virate di registro e irruzioni di clichè, diventa così eterogeneo e “sbagliato” che rischia di guadagnarsi un suo fascino.

Gianluca Pelleschi
Voto: 5
  
(06/09/2007)




Pelleschi
5

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