UNA CANZONE PER BOBBY LONG

(A Love Song for Bobby Long )

di Shainee Gabel
TRAMA

Un ex docente universitario di letteratura inglese, cacciato perché dedito all’alcol, riscopre la vita (e una figlia dimenticata) giusto prima di…


RECENSIONI
Travolta dal solito destino nella sperduta provincia americana

Opera prima della Gabel, questo drammone stiracchiato e risaputo sembra la classica partitura messa a disposizione del procacciatore di Oscar di turno: in questo caso John Travolta, mai così sfatto, alcolizzato, anti-eroe “decadente”, malato di tumore, poi sepolto previa riconciliazione con figlia (gli ingredienti per una candidatura ci sono tutti). La storia del risveglio del sentimento paterno, ben lontana da quella straziante delle chiavi di casa, viene risolta con una sciatteria ed una superficialità sconcertanti, condita di tante citazioni da far invidia ad una Garzantina (siccome Travolta interpreta un ex docente universitario, è colto, ergo non può esimersi dal recitare a menadito passi di Faulkner, Steinbeck, Dickinson e pontificare ex cathedra) e con la solita staffilata di canzoncine ruffiane (alcune tarantineggianti, altre più mielose) a colmare i buchi di sceneggiatura e a “raccordare” sequenze slegate che uno sceneggiatore incapace non è stato in grado di connettere secondo un rapporto di causa-effetto (in questo senso, il film potrebbe gareggiare con il tremendo A Home at the End of the World). Cosa dire, inoltre, del vetusto meta-discorso, oramai evitato anche dai più ingenui drammaturghi, del racconto nel racconto, del film che è genesi di un romanzo che non è altro che il film che abbiamo visto? E del risveglio dell’artista (il bel tenebroso di cui sotto) che avviene a contatto con la “madonna” tramutata in Musa?
Per quanto riguarda il cast, la Johannson è sempre un bel vedere ed ha una voce che farebbe resuscitare i morti; Travolta deve gigioneggiare come prevede il copione e lo fa con una buona dose di autoironia ed un (in)sano autolesionismo; a Gabriel Macht spetta il compito di incarnare il bel tenebroso ma riesce ad essere solo bel. Di tenebre nemmeno l’ombra.

Manuel Billi
Voto: 4.5



Tiepide emozioni

C'è una ragazza che non ha mai conosciuto il padre ed è stata abbandonata dalla madre; c'è un talentuoso professore universitario che ha scelto di seguire le pulsioni e il mito abbandonandosi a una vita ai margini, vicino agli invisibili che popolano l'umanità senza brama di lasciare tracce indelebili; e c'è uno studente ormai uomo che tenta di scrivere un libro e di trovare un centro di gravità. Finiscono quindi per esserci anche amori sopiti, rancori, passioni, paure, separazioni, carramba che sorprese, e poi ancora malattie, genio e sregolatezza, insomma, tutte le possibili variazioni del melodramma. Sullo sfondo le nuvole di cartone che sovrastano le note jazz di una New Orleans poco folcloristica, fatta di angoli di strade e bar come ce ne potrebbero essere mille. Le star prestate al "low budget" si concedono con generosità: John Travolta ha carisma, ma gigioneggia che è un piacere; la burrosa Scarlett Johansson è espressiva e miracolosamente vera nella sua femminilità lontana dai canoni di perfezione di tante aspiranti dive in plastica; Gabriel Macht ha una presenza scenica che buca lo schermo. Siccome siamo in una produzione indipendente americana, però, tutte le emozioni passano attraverso il setaccio della forma contratta, in una ricerca di mezze tinte che è ormai diventato un marchio di fabbrica. Come conseguenza diretta, anche le emozioni sonnecchiano, depistate da una sceneggiatura letteraria che alterna con calcolata fluidità scene madri, tocchi di umorismo e lacrime. Tutto troppo perfettamente imperfetto e al momento giusto per risultare davvero appassionante.

Luca Baroncini
Voto: 5.5




BaronciniBilli
5.5 4.5

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