I CENTO PASSI

(I cento passi )

di Marco Tullio Giordana
TRAMA

Storia (vera) della vita e della morte di Peppino Impastato, ragazzo siciliano che combattendo la mafia con la forza della gioventu' e della fantasia entra in rotta di collisione con il padre e un terribile Tano Badalamenti.


RECENSIONI

Robusto e piuttosto tipico (poco ci viene risparmiato) film "mafiologico", l'ultimo lavoro di Giordana ha il grosso merito di raccontare una storia vera, drammatica e poco nota in modo cosi' coinvolgente, tanto da permetterci di perdonare artifici retorici che debordano spesso nel kitsch. 
La vicenda e' raccontata in maniera assolutamente avvincente, nonostante la prevedibilita' di certi snodi e la presenza di qualche stereotipo: trattandosi di una storia vera e' pero' opinabile considerarli difetti, grazie anche ad un ottimo lavoro di indagine e scrittura di personaggi e reciproche relazioni.
Restano imperdonabili l'uso di una colonna sonora pacchianamente scontata (davvero centrata, a mio avviso, nello sola scena dell'omicidio del protagonista, con "summertime" jopliniana che enfatizza senza stridore) e il devastante finale, con il vile colpo basso del fratello che (seguendo il feretro in bianco nero sgranato) alza un pugno melodrammatico e che risulta, nonostante la prossimita' al ridicolo, una imboscata alle coronarie e ai dotti lacrimali di chi ha o ha avuto una militanza di sinistra.

Angelo Taglietti
Voto: 6



Sfidare la Mafia

Cinema per non dimenticare. Per scuotere dal torpore di una visione passiva degli eventi cui la rapida successione di informazioni in tempo reale ci ha ormai abituato. Detto questo, e riconosciuto quindi il valore sociale e politico di un film che racconta una drammatica storia vera, bisogna superare qualche empasse per lasciarsi coinvolgere. Dalle prime immagini sorge spontanea la conferma di un ennesimo film sulla mafia che, un po' per pigrizia, un po' per overdose di stereotipi cinematografici, non si ha poi troppa voglia di affrontare. Ma il film ha il pregio di creare presto un rapporto complice con lo spettatore, grazie al forte contrasto tra il personaggio di Giuseppe Impastato e il contesto mafioso del nucleo familiare a cui appartiene. Un contrasto che si sviluppa per contrapposizione drammatica di momenti intensi, ma che non sempre spiega in modo approfondito le scelte del protagonista: ribellione alla volonta' paterna per emancipazione adolescenziale o presa di coscienza grazie al contatto con un comunista, neanche troppo carismatico, dopo la morte dello zio? In effetti il passaggio di Giuseppe da bambino a ragazzo e' molto brusco e un po' disorienta.
Poco sviluppata anche l'eco che la protesta di Impastato ha sugli abitanti di Cinisi, il piccolo paese in cui vive, per cui risulta poco motivata la solidarieta' finale. Sarebbe interessante capire se, oltre al gruppetto di fedelissimi, c'e' stata una qualche forma di solidarieta'. Per ultimo, la caratterizzazione degli anni '70 e' diventata esageratamente di maniera: le radiolibere, i frichettoni, le chiome ribelli, i pantaloni a zampa d'elefante, Janis Joplin e i Procol Harum. Probabilmente era davvero cosi', ma dopo i recenti "Radio Freccia" e "Tutto l'amore che c'e'", si e' creata una sorta di inflazione visivo-auditiva del periodo.
Detto questo, bisogna riconoscere il valore del film. Il coraggio di affrontare un tema scomodo e la necessita' di un cinema in grado di colpire non tralasciando la forma. Bello, ad esempio, nella sua connotazione visiva oltre che drammatica, il confronto tra padre e figlio ritagliato tra le gambe delle sedie rovesciate sui tavoli nel ristorante di famiglia.

Luca Baroncini
Voto: 6.5



COMMENTI

Milanese di origini siciliane (suo nonno diresse “L’ora a Palermo” dal 1908 al 1910), Giordana, con quest’opera, riporta in auge il film di impegno civile e di denuncia politica alla Francesco Rosi (di cui cita apertamente Le Mani sulla Città), impastato di Il Giorno della Civetta (i balconi vicini…), Sciascia, e del modo hollywoodiano di trattare le biografie, cioè con un sapiente uso di meccanismi drammaturgici e non (“A wither shade of pale” usata al funerale) che, fra elegie in premessa e discorso dopo-tragedia (il compagno di Peppino, alla radio), ti commuovono per forza. Ha esordito con due film sul terrorismo e poi, dopo la parentesi di Liverpool, ha trattato un altro delitto italiano che, come questo, è stato oggetto a vario titolo di insabbiamenti (Pasolini: un Delitto Italiano): la coerenza del suo cinema non si discute (ama da sempre anche le figure ribelli), quello che insospettisce è l’intento senz’altro sincero veicolato da un linguaggio che cerca la partecipazione anche in modo ruffiano: facendo partire canzoni memoriali e accorate ad appena trenta minuti dall’inizio, utilizzando le immagini di un Peppino martoriato prima che muoia, costruendogli addosso un personaggio da uomo superiore, trascinante, senza dubbi. Più Tornatore che Coppola, insomma.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7




BaronciniDi NicolaRangoni MachiavelliTaglietti
6.5 6.5 7 6

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