CAF╔ LUMI╚RE

(Kohi Jikou )

di Hsiao-Hsien Hou
TRAMA

La scrittrice Yoko è appena rientrata da Taiwan, ma prima di tornare a casa, visita la libreria di Hajime. Hajime e Yoko sono amici da quando lei è andata in negozio per delle ricerche. In visita dal padre, annuncia di essere incinta. A Hajime, un fanatico delle ferrovie, Yoko ha portato in regalo un orologio da taschino appartenuto a un macchinista delle ferrovie di Taiwan 50 anni prima. Yoko sa di poter confidare qualsiasi cosa al calmo e silenzioso Hajime e che quando è con lui si trova in un insolito stato di calma e di pace. Ma Hajime, che si è affezionato a Yoko, è scosso dalla notizia della sua gravidanza. I genitori di Yoko vengono a Tokyo e le chiedono insistentemente del padre del bambino: si tratta di uno degli studenti a cui insegnava giapponese a Taiwan. Yoko si è addormentata sul treno e al risveglio vede Hajime osservarla e se ne sente rassicurata. Nella luce di un normale pomeriggio, Yoko fa i conti della propria vita e riflette sulla famiglia e sulla nuova vita che le cresce dentro.


RECENSIONI
I treni di Tokyo

La città/grande utero, nel quale il rumore dei treni copre i sospiri, i vagiti di passanti: questo lo sfondo visivo ed il tappeto sonoro dal quale emergono piccole figure di padri e mariti spodestati, di donne sempre più indipendenti che non chiedono più il permesso all’uomo per ottenere ciò che vogliono, di ragazzi che cercano di captare ed eternizzare il suono, i suoni della sur-modernità, di anziane signore cui non resta che aggrapparsi al fragile filo dei ricordi immortalati in qualche fotografia ingiallita.
Le trappole nelle quali sarebbe probabilmente caduto un regista sprovveduto vengono mirabilmente aggirate dal regista cinese, autore,  tra l’altro, di un misconosciuto capolavoro già, nella sostanza, ozuiano (Tong nien wang Shi). Così, un’opera su commissione concepita come un omaggio al grande maestro giapponese per il centenario dalla nascita, diventa un’amara, triste e tenera al tempo stesso, riflessione sulla contemporaneità, sul nascere e sopravvivere in una grande metropoli, sul progressivo sgretolarsi dei legami affettivi istituzionali e sull’incapacità di forgiarne di nuovi, con esistenze che, ancorché potenziali, si sentono già prigioniere delle lamine di metallo e degli architravi di cemento.
A Ozu, Hou Hsiao-Hsien guarda come al grande cantore dei sentimenti domestici del passato, ma anche come a colui che è riuscito fare del cinema il veicolo attraverso il quale trasmettere alcune verità transtoriche (la caducità della vita che si rispecchia nel trascorrere delle stagioni, l’ineluttabilità della solitudine e dell’emarginazione, il valore delle piccole cose). Evitando di riprodurre le marche stilistiche del regista di Tokyo monogatari (Hou si limita ad omaggiare il maestro in qualche ripresa in esterno, specie nell’inquadratura iniziale dei panni distesi colti dal basso, oltre che nelle “inevitabili” riprese rasoterra per gli interni), tenendosi giustamente alla larga da quella che rendeva immediatamente “riconoscibile” un suo film (i campi/controcampi frontali sulla linea immaginaria dei 180 gradi), il regista riflette (su) forme e visioni altrui non abdicando alle proprie visioni, alla propria forte e coerente idea di cinema, intessendo così un fruttuoso dialogo con un cinema irriproducibile ed un Giappone ipertecnologico: lunghi piani sequenza, campi medi o lunghi, valorizzazione dei tempi morti, contemplazione del gesto quotidiano, banale, iterato, narrazione ellittica.
Il regista dice di aver voluto narrare la storia che Ozu avrebbe narrato oggi e sintesi di quello che è molto di più di un semplice aggiornamento sono il groviglio di arterie ferroviarie al centro del quale emerge un feto disegnato dall’amico della protagonista e il lungo piano-sequenza nel quale la ragazza annuncia ai genitori raccolti attorno al tavolo di aspettare un bambino e di volerlo allevare da sola (il padre continua a mangiare ma il suo sguardo si perde nel vuoto, la madre maneggia gli oggetti sul tavolo e si alza, la figlia si allontana; il silenzio del primo equivale al mesto sorriso del vecchio padre interpretato dal grande Chishu Ryu, che perde la/le figlia/e nelle “variazioni sul tema” Tarda primavera, Il gusto del saké, Tardo autunno).

Manuel Billi
Voto: 9.5
  
(05/10/2004)




BellucciBilliDi NicolaPacilio
8 9.5 7 8

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