THE BIG WHITE

(The Big White )

di Mark Mylod
TRAMA

L'agente turistico Paul Barnell, ridotto sul lastrico, escogita una tragicomica truffa assicurativa: trovato nell'immondizia un cadavere congelato, cerca di spacciarlo per quello del fratello scomparso così da riscuotere un milione di dollari di assicurazione sulla vita.


RECENSIONI
Soldi Sporchi

Prima di The Big White Mark Mylod aveva diretto solo Ali G, che era sì una “scemenza passabilmente divertente” (Stefano Selleri) ma che nondimeno lasciava intravedere inattesi sprazzi di gusto registico, penso soprattutto alla rappresentazione dei sogni erotici del protagonista. Alla seconda prova dietro la mdp il regista inglese alza decisamente il tiro ma riparte dal suo pony di battaglia: la Hunter in pigiama e babbucce che corre sgraziata sulla neve è immagine non scevra di una sua forza onirico/comico/poetica. S’inizia benone, direi. Segue un film poco coeso e poco deciso sulla strada da seguire che però, in qualche modo, “riesce”. Riesce soprattutto perché Mylod si dimostra scopiazzatore avveduto e dotato di senso della misura: prende il meglio di Weekend con il morto e si ferma in tempo (cioè quasi subito) per lasciare spazio ai Coen di Fargo (siamo ai limiti del plagio), senza dimenticare però altre tragedie innevate come il sopravvalutato Affliction di Schrader (i drammi familiari) e sopratutto lo splendido A Simple Plan (Soldi Sporchi) di Raimi, dal quale attinge a piene mani nell’accumulo di errori fatali pronti a sfociare in dramma. Sorge casomai il dubbio che si sia un po’ esagerato con le cose da dire, visto che in questa graziosa black comedy si trova davvero di tutto: l’amore, la famiglia, la banalità del male, l’handicap, la provincia, la cupidigia… c’è questo e anche qualcos’altro in The Big White, che comunque ha il merito di prendersi il tempo necessario (il ritmo è adeguatamente lento ma ben poco “accattivante”) e di dare così spazio e modo agli attori di dar vita a una non originalissima ma riuscita galleria di personaggi. Finale poco black ma comunque gradito, che sdrammatizza il tutto con un tocco di leggerezza e forse contribuisce a scongiurare il pericolo pretenziosità, sempre in agguato. Tra le musiche, dosi massicce di Eels; è cosa buona e giusta.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6.5




Pelleschi
6.5

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