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Terrence Malick

Autore: a cura di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo
Anno: 2009
Casa editrice: Gemma Lanzo Editore
Prezzo: 10,00
Formato: cm 21 x 29,7
Pagine: 80
Collana: Moviement
ISBN:

Secondo volume della collana Moviement, pubblicazione a metà strada tra rivista specializzata e collezione di monografie/studi, il numero dedicato a Terrence Malick propone una raccolta di saggi e analisi filmiche che accerchiano l’opera dello schivo e idolatrato cineasta di Waco. Muovendo da prospettive e aree disciplinari diverse, gli interventi presentati avvolgono il cinema di Malick con incisiva efficacia, delineando la complessità estetica e le suggestioni culturali che lo attraversano a ogni livello. Anziché riassumere complessivamente i contenuti del volume, conviene passare in rassegna i singoli contributi per non svilirne la ricchezza di implicazioni. Introdotto dall’Editoriale di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo, il volume è articolato in tre sezioni: Insight, Film Analysis e Conversazioni.

Insight

Adrian Martin, Cose viste dall’interno. Il cinema di Terrence Malick
Già apparso sulla rivista australiana Rouge, il saggio di Adrian Martin pone l’accento sul peculiare trattamento del tempo e dello spazio nel cinema di Malick, mettendo in relazione il senso di espansione che investe il prima e il dopo degli eventi (“A Malick piace saltare il ‘mezzo’ di tutte le storie, di tutte le azioni, di tutti gli stati d’animo”) con riflessioni di filosofi (Giorgio Agamben), studiosi di cinema (Michel Chion, Jean Douchet, Stanley Cavell), poeti (Octavio Paz) e collaboratori dello stesso cineasta (Emmanuel Lubezki). Ne deriva il ritratto di un cinema animato da un afflato panico ma nel quale, in virtù della marcata paratassi filmica, tutto risulta irrelato e disgiunto (“Da qui l’amore di Malick nel filmare l’orizzonte e piazzarlo alla metà precisa dello schermo: l’orizzonte (…) divide il mondo in due vasi non comunicanti, il cielo dalla terra o dal mare”).

Alberto Spadafora, La sospensione narrativa in Malick
Prendendo in esame due sequenze rivelatrici (l’epilogo della Rabbia giovane e il confronto tra il sergente Welsh e il soldato Witt della Sottile linea rossa), il saggio di Alberto Spadafora mette in evidenza le “dinamiche della “sospensione” di cui è intessuta tutta l’opera di Malick”, confortando l’analisi filmica con fotogrammi esplicativi. Corroborata dalle immagini, la puntuale disamina di Spadafora illustra l’intimo legame tra costruzione filmica (associazione immagini/voice over, gestione dei campi/controcampi) e dilatazione narrativa (la creazione di un’atmosfera che eccede la mera esposizione dei fatti), mostrando come lo stile personale di Malick faccia della sospensione “il suo paradigma privilegiato”.

Robert Sinnerbrink, Un cinema heideggeriano? La sottile linea rossa
Già pubblicato sulla rivista Film-Philosophy, il contributo di Sinnerbrink (docente presso l’Università di Macquarie di Sidney) intende considerare La sottile linea rossa in un’ottica cautamente heideggeriana “non tanto perché sia necessario leggere Heidegger per comprenderlo”, ma in virtù della poiesis cinematografica che mette in atto. Dopo aver descritto i due principali tentativi di lettura filosofica della terza pellicola di Malick (quello rigorosamente heideggeriano di Furstenau e MacAvoy e quello più liberamente ermeneutico di Critchley), Sinnerbrink prende le distanze dall’uno e dall’altro, osservando che “il contesto heideggeriano è necessariamente compreso nel film, sia che lo abbracciamo sia che lo evitiamo, fornendo un orizzonte di significati che è impossibile mettere del tutto tra parentesi”. La sua conclusione è che La sottile linea rossa tratta questioni di matrice heideggeriana grazie alla sua peculiare poiesis cinematica: “Questo processo si attiva non solo a livello narrativo o di stile visivo, ma coinvolge la capacità stessa del cinema di risvegliare tipi di acordamenti o stati d’animo attraverso l’uso di suono o immagine, rivelando degli aspetti, altrimenti nascosti, visivi, uditivi, emotivi e temporali del nostro essere “finito” nel mondo”.

Giorgio Piumatti, Polifonia di voci, poema di suoni. La musica e la voce nel cinema di Terrence Malick
Il preludio wagneriano dell’Oro del Reno all’inizio di The New World, il proliferare di voci over nella Sottile linea rossa, i Trois morceaux en forme de poire di Satie e la Musica poetica di Carl Orff nella Rabbia giovane, The Aquarium di Saint-Saens e il motivo Cajun Swamp Dance suonato con un violino da Doug Kershaw nei Giorni del cielo: un intreccio sonoro ora maestoso e aurorale, ora interrogativo e spensierato, “scelte mai banalmente anticipatrici o d’accompagnamento, ma dentro la sostanza dell’immagine (…)”. Giorgio Piumatti ci accompagna in un circostanziato viaggio nell’universo sonoro del cinema di Malick, mostrando la straordinaria ricchezza di partiture musicali che se talvolta si fanno carico dei sentimenti dei personaggi (come nell’uso del Requiem di Fauré della Sottile linea rossa) altre volte interrompono il crescendo musicale per lasciare spazio al deflagrare del fuoco e alle grida degli uomini (come avviene nella sequenza dell’incendio del campo di grano di Days of Heaven in cui la composizione morriconiana tace all’improvviso).

Ian Rijsdijk, Il cinema di Terrence Malick: visioni poetiche dell’America
Recensione della seconda edizione del volume The Cinema of Terrence Malick: Poetic Visions of America (a cura di Hannah Patterson, 2007), l’intervento di Rijsdijk offre una visione prospettica di una raccolta di saggi per natura frammentaria, sottolineando come il libro curato da Hannah Patterson sia importante per un paio di motivi: in primo luogo perché presenta delle versioni aggiornate dei precedenti studi alla luce di The New World e in seconda istanza “poiché fornisce una gamma di analisi critiche aperte sia a chi è interessato a Malick come regista, sia a chi è interessato a vedere i suoi lavori secondo altri aspetti dello studio del film (quali ad esempio suono, musica e fotografia)”.

Film Analysis

Jean-Michel Durafour, Sguardo decentrato, inquadrature disconnesse. The New World
Già apparso sulla rivista universitaria francese Cadrage, il saggio di Durafour è l’autentico fiore all’occhiello del volume. Esaminando acutamente le tattiche di decentramento dello sguardo impiegate da Malick in The New World, lo studioso francese indica come la rottura della coerenza visiva del film riesca a creare un regime percettivo inedito nello spettatore: “Il processo di taglio del montaggio non presuppone più l’unione, la giunzione, il ricentramento permanente del flusso filmico, ma diviene una disunione, la perdita di un’esperienza ‘centrica’ dello sguardo”. Evitando sia la trasparenza e la linearità della regia classica sia l’esibizione clamorosa dell’istanza narrante tipica della modernità, Malick concepisce, secondo Durafour, un montaggio “costituito da un decentramento differenziale incessante verso un’esperienza sempre più oggettiva e disseminata dello sguardo”. È la riformulazione dell’esperienza percettiva più che lo sconvolgimento della narrazione a interessare il cineasta americano (“Terrence Malick si interessa poco al racconto e alla narrazione. La sua materia è la percezione”): il superamento dei parametri ottici tradizionalmente connessi tanto all’occhio quanto alla cinepresa crea uno sguardo privo dei riferimenti che di solito organizzano la narrazione attorno al soggetto umano (“Bisogna perdere, dissolvere lo sguardo, vedere con lo sguardo, senza occhi, del mondo”). Grazie all’abolizione dell’antropomorfismo ottico (centralità del soggetto guardante/guardato), delle gerarchie visive tra campo e fuoricampo (sguardo selettivo) e della struttura simmetrica del campo/controcampo (il colloquio di sguardi nei dialoghi), l’ultimo film di Malick rappresenterebbe in definitiva un’esortazione a sbarazzarsi dello sguardo umano: “The New World, per via del suo duplice superamento (…) dell’occhio umano e dell’obiettivo della cinepresa, si regge, in qualche modo, solo mediante la sua presenza ‘tattile’ (…) che gli occhi ci rivelano affinché essa ci chieda di abbandonarli definitivamente”.

Conversazioni

Costanzo Antermite e Gemma Lanzo (a cura di), Intervista a Citrullo International
L’intervista rappresenta l’occasione per parlare di Rosy-Fingered Dawn, film documentario su Malick realizzato nel 2002 dalla giovane casa di produzione cinematografica Citrullo International (Luciano Barcaroli, Carlo Hintermann, Gerardo Panichi e Daniele Villa). Oltre a fornire preziose indicazioni sul metodo di lavoro seguito, l’interessante conversazione lascia trapelare tutta la passione e l’impegno che hanno contraddistinto sia la realizzazione del documentario sia la preparazione degli extra per la versione dvd di Badlands (distribuito dalla Warner Bros ma non in Italia).

Essenziale nella grafica (di raffinata sobrietà la copertina monocroma) e preziosamente impaginato (di equilibrata eleganza l’apparato iconografico a corredo dei saggi), il volume dedicato a Malick si inserisce in un progetto editoriale di più ampia portata (il primo volume della collana è consacrato a David Lynch, il terzo a Kira Muratova e il quarto all’Horror Made in Italy). Fondata e diretta da Costanzo Antermite e Gemma Lanzo, la pubblicazione Moviement si presenta come una notevole sorpresa nel campo dell’editoria cinematografica: una proposta di approfondimento eccellente nei contenuti e convincente nell’approccio multidisciplinare.

Alessandro   Baratti