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CARTOLINA CON PALMA (29/05/2017)




a cura di: Marco Grosoli

Questo verdetto, che non è peggiore di tanti altri, rischia di venire invalidato in anticipo da un pesante fraintendimento. Premiare Sofia Coppola per la regia significa infatti o non sapere minimamente cosa sia la regia, o fare finta di non saperlo. Il suo The Beguiled sbalordisce per l'assoluta incapacità di creare e sostenere un ritmo, di dare spessore a un personaggio, di dirigere un dialogo – insomma: di modellare la propria materia sulla scia del tempo in modo tale da invischiare lo sguardo dello spettatore in qualche maniera. La regia, insomma, non è baloccarsi con la “bella fotografia”, con la nebbia e con gli alberi e con i mobili del diciannovesimo secolo, come crede la Coppola. La virtuosistica oscillazione siegeliana tra mille punti di vista intrecciati tra loro nel primo The Beguiled diventa qui una poltiglia informe e imbevibile: il classico caso in cui il montaggio accelera per poter soprassedere sul pusillanime rifiuto, da parte della regista, di sostanziare anche solo uno dei molti possibili punti di vista di questo racconto corale.
Da questo fraintendimento, in linea di principio, ne discende un altro (minore): il premio alla sceneggiatura a Lanthimos. Intendiamoci: The Killing of a Sacred Deer è divinamente scritto, ma è un (eccellente) film di regia, incalcolabilmente più di The Beguiled. Quindi il premio è meritato, ma siccome riconoscimenti del genere Lanthimos se li è già presi in passato, si rischia di facilitare il malinteso per cui la forza del suo cinema starebbe nella sceneggiatura – e non è così.
Per il resto, il palmares nel complesso ci può stare. Ciò vale per le Palme agli attori protagonisti, e in fin dei conti anche per i due premi principali: nulla che faccia gridare al miracolo, ma visto che il concorso è stato tra i più deboli degli ultimi vent'anni sarebbe stato fuori luogo sperare in qualcosa di meglio.
Volendo, ci si potrebbe felicitare del fatto che sia Ostlund (Palma d'Oro) che Campillo (Grand Prix) non erano mai stati in concorso prima, e che quindi Cannes abbia voluto dare un segnale di rinnovamento, di occhi aperti verso nuovi autori e verso gli sviluppi del cinema prossimi venturi. Peccato che questa scelta, invece, sappia tanto di foglia di fico apposta a nascondere un'evidente verità contraria: anche con questa selezione 2017, Frémaux ha confermato di volere innanzitutto percorrere i sentieri già battuti, di dare visibilità a autori già noti e magari coltivati dal festival già da molto tempo in qua. Cannes insomma sembra molto più interessato alle conferme, e alla continuità con percorsi autoriali già consolidati, che alle rivelazioni: anche perché le scoperte palesemente preziose, come Tesnota di Kantemir Balagov, vengono sistematicamente snobbate dalle giurie.


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