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V|M_04/2013
Wareheim, Focus Creep, Nabil, Megaforce, Sigismondi, Daniels, Demuth

Eric Wareheim

Si rifà vivo nel videoclip (erano tre anni che mancava all’appello) il regista, scrittore, musicista, attore (e chi più ne ha...) Eric Wareheim che, per i Beach House, mette su una geniale bizzarria delle sue e, giocando con le atmosfere sospese e melanconiche del brano (che ricordano quelle di Julee Cruse), chiama Ray Wise (Leland, il padre di Laura Palmer di twinpeaksiana memoria) a fungere da citazione lynchana vivente, guru celebrante e cantante (il pensiero è al neomessianismo demenziale di Sébastien Tellier) in uno stadio ricolmo di persone (breve apparizione, tra la folla, per lo stesso regista). Spiazzante ed enigmatico, Wishes, con un occhio alla grandeur di Matthew Barney, ci coinvolge perché riesce a evocare un mondo che, più che surreale, sembra solo una versione un po’ più esasperata di quello reale contemporaneo nel quale viviamo, così legato alla rappresentazione, all’immagine, ai simboli, al travestimento: non sappiamo a cosa preluda lo show cui assistiamo, forse a una manifestazione sportiva, ma il fatto che nulla ce lo indichi, insinua il dubbio che tale rito sia gratuito, una celebrazione spettacolare fine a se stessa, con un’implicita critica all’estremizzata pervasività dello show business che ha finito con l’operare nella società un vero e proprio stravolgimento culturale.
Questa possibile interpretazione disinnescherebbe l’ironia che sembra dominare le immagini e ci porterebbe a leggerle in una chiave quasi tragica, ma ovviamente, proprio per i toni volutamente criptici del lavoro, nessuna chiave di lettura viene privilegiata a priori, il video affermandosi come un terreno da esplorare e leggere senza seguire binari pretracciati e rinvenendo, ciascuno spettatore, il proprio percorso ermeneutico.
Voto: 8

Focus Creep

Riprese on the road, fotografia acida, Super 8 e falso found footage (con tutto il corredo annesso di striature, salti di fotogramma e ghosting): Focus Creep ci ha abituato a questo registro, ma mai come stavolta gli espedienti tecnici costituiscono la base di un discorso di stile assai pregnante. Tutto fa brodo, insomma, ma niente è gratuito, perché il dispiego di soluzioni si attaglia perfettamente al tono rètro del brano: la performance di Willy Moon in My Girl diventa il campo di applicazione di tali ritrovati; gli effetti la vivacizzano, gli danno spessore e senso.
Voto: 7.5

Nabil

Fa indubbiamente piacere che quello che è uno dei migliori talenti di questi anni sia anche così felicemente prolifico: al secondo video consecutivo girato in Romania, Nabil opta per una narrazione con performance contestualizzata. In un locale/albergo il gruppo sta suonando e un uomo, al tavolino, è visibilmente ubriaco: la mdp si muove, attraversa le pareti e va a scoprire cosa accade nelle camere attigue. Al piano superiore una coppia sta facendo sesso, in un’altra una donna sta per partorire, in un’altra ancora un uomo ha cominciato un pericoloso gioco autoerotico con la cintura. Tutte le situazioni culmineranno nella loro più attendibile conclusione, mentre il cantante del gruppo, comincerà a sanguinare vistosamente.

Megaforce

Il collettivo parigino, dopo aver imprigionato la sua creatività nel video-gabbiadorata di Madonna, torna libero, creativo e al suo massimo con Sacrilege degli Yeah Yeah Yeahs: una ragazza (l’attrice Lily Cole), che ha sedotto un'intera comunità, viene bruciata viva (il capello rosso della protagonista e la caccia all'uomo fanno pensare al Gavras più controverso di sempre, quello di Born free  - c'è piena consapevolezza -).

Floria Sigismondi

Secondo singolo tratto dall’ultimo album e seconda collaborazione “di nome” (il primo era David Fincher) per Justin Timberlake. Mirrors è un video di otto minuti con alcune caratteristiche evidenti e altri aspetti meno palesi (e, per questo, meritevoli di approfondimento) che si pongono come volutamente ambigui e polivalenti. L’evidenza ci dice che è di fatto un cortometraggio, che è sostanzialmente diviso in due parti, che JT vi appare solo a partire dal sesto minuto (che è già elemento non da poco). La dedica iniziale (si tratta dei nonni del cantante) ci informa che la storia è reale o comunque ispirata a persone reali.
La prima parte rappresenta una coppia anziana (l’uomo è morto da poco: è chiaramente un fantasma; lei ripone i vestiti di lui e altri oggetti legati al suo amore in una scatola) e, “di riflesso” (gli specchi fungono da vie di fuga nel passato), alcune vicende di un altro tempo: l’incontro in un locale (siamo negli anni 50); un dramma legato a una gravidanza (la mano sul ventre) che getta una prima ombra sulla relazione; la visita a una funhouse (sequenza onirica che alimenta il piano di lettura emotiva degli avvenimenti e che vale anche come inversione del punto di vista: sono i due protagonisti giovani che, attraverso l’esperienza magica della funhouse, pervengono alla visione del loro futuro di persone anziane); una circostanza da stravizio (lui disteso sul pavimento e lei, vestita da sera, su un letto: la camera devastata); le nozze dei due (ma la sposa-manichino è una nuova immagine inquietante che scansa ancora una volta ogni rassicurazione idilliaca), con l’anello che, cadendo dalle mani di lei, perviene, in un altro livello, nelle mani di Timberlake e dà avvio alla seconda parte.

Questa sezione, semplicemente strepitosa, è completamente differente dalla prima (che era narrativa e, per alcuni aspetti molto esplicita) e si presenta astratta e simbolica: in un labirinto di specchi (che è probabile parte della funhouse di cui sopra) JT balla e si confronta con una figura femminile irraggiungibile che scorgiamo al di là di un vetro.
In un’epoca di video leggibili, ammiccanti, che sfuggono la complessità, la scelta di una narrazione contorta (nel livello del tempo passato le coppie potrebbero essere anche tre...) e multistratificata fatta da Sigismondi e accettata da Timberlake (che da artista mainstream, avallandola, si dimostra radicalmente fuori dagli schemi) non può che essere salutata con entusiasmo. Ho detto ripetutamente di come Sigismondi da tempo abbia virato sulla narrazione a tutto tondo: è molto interessante come in questo caso riesca ad aprirla a spiragli del tutto nuovi (la sequenza di danza finale) e che, pur mantenendola visivamente semplice (il gioco dei riflessi e delle luci), le faccia raggiungere altissimi livelli di intensità.
Fotografia di Matthew Libatique.
Voto: 8.5

Daniels

Il duo americano conferma la sua abilità: la realizzazione di questo Cry Like a Ghost dei Passion Pit come al solito lascia a bocca aperta; le storie amorose della protagonista vengono rese attraverso una danza che avanza e arretra nel tempo e in un mutare contestuale degli ambienti, risultato di una postproduzione prodigiosa. Il nume di Gondry (cui tutti i videoautori di questi anni devono qualcosa) è lì ad aleggiare. Quello che manca è tutto il resto: posta l’idea, posto il modo di renderla per immagini non c’è altro. La protagonista danza, passa da una situazione all’altra e da un tizio all’altro, e poi? E poi si cincischia: la narrazione abortisce, l’attraversamento spazio-temporale della protagonista non assume mai senso (questo Gondry non l’avrebbe mai permesso: che l’idea rimanesse un espediente visivo e basta). I Daniels, dopo il capolavoro Simple Math (che a ogni visione rinnova i brividi, tanto è perfetto) non hanno più saputo trovare il punto di misurata convergenza tra una creatività tecnica fuori dall’ordinario e gli altri aspetti del videoclip. Alternando, come fanno, esiti più riusciti ad altri meno esaltanti, ci riserveranno ancora delle sorprese: sappiamo che hanno tutti i numeri perché questo accada.
Voto: 6.5

Jim Demuth

Se il docuvideo abbia un presente o un futuro non possiamo dirlo, certo Jim Demuth con WOR per i Django Django segue quella strada: usare gli stessi presupposti della fiction (montaggio che segue il ritmo del brano, immagini che catturano, senso della narrazione) e piegarli alla rappresentazione di un fenomeno reale (in questo caso l’attrazione indiana il Muro della Morte ad Allahabad, dove motociclisti e piloti rischiano la vita facendo girare i loro veicoli in bilico su un’enorme ruota di legno). Il regista moltiplica i punti di vista (anche con un uso calibratissimo di soggettive), iberna i protagonisti in piani fissi fotografici, li osserva poi nei momenti culminanti della loro esibizione. La musica diviene veramente funzionale alle immagini, ne costituisce la letterale colonna sonora, pronta com’è a servire le ragioni di quanto viene documentato (e allora si dà voce ai protagonisti, si attenua il volume della canzone, si fa uso di sottotitoli): suono e visione si sintetizzano magicamente.
In fondo, anche se virato sulla spettacolarità di un video performance e rispondendo ad una logica differente, lo stesso Bad Girls di Gavras partiva da un presupposto simile: dare conto di un fenomeno tratto dalla realtà, utilizzando la grammatica tipica del video musicale.
Voto: 8


L'intervista al regista.

Altre amenità

- Sempre stimolante il collettivo spagnolo NYSU Film che ama rielaborare, rileggere, dissacrare (fosse pure il nume di Hitch o gli esorcismi-culto di Friedkin) mettendo a punto operazioni ironiche, citazioniste, surreali, bizzarre; in Wanderlust di Polly Scattergood [foto] si addiziona Rybczynski a Gondry con un effetto déjà vu al solito gradevolissimo. Peccato che l’invasiva performance spezzi il ritmo della sequenza ciclica e ne attenti l’armonicità.

- Beggars dei Mallory Knox: tornano i drughi a far danni, regia di Love Vis-Art. Dello stesso collettivo anche il destabilizzante Paddington Frisk di Enter Shikari.

- Una doppietta di Gareth Phillips: Venezuela per Is Tropical e Chocolate per The 1975.

- Butters Theme di DIPLO: una delle mille lezioni di Gondry (trasforma i suoni in immagini) vale anche per Reuben Dangoor.

- Work di Iggy Azalea si segnala solo per il ritorno (in tono decisamente minore) di Jonas & François. Lussuosa confezione e niente più.

- Ammiri il sontuoso lavoro di messa in scena di Andrew Thomas Huang per Brennistein dei Sigur Rós, mentre avverti anche il noto prurito, quell’inequivocabile voglia di avanti-veloce.

- Strampalato, demenziale, un Russ Meyer in salsa asiatica: Nick Walker gira Family per Hanni El Khatib.

- Torna Emily Kai Bock con una bella narrazione e un lavoro sull’immagine di gran classe. Childhood’s End dei Majical Cloudz è prova di maturità piena. Splendido finale.

- In Promises di The Preset, il collettivo Special Problems ricicla, con intelligenza, un sacco di roba trendy.

- Back to me di Joel Compass [foto] per la regia di Ian & Cooper (Ian Schwartz e Cooper Roberts) vanta una bellissima realizzazione: narrazione per freezing frame parziali (nel senso che una parte dell’immagine non è fissa) in un pregnante bianco e nero (anche qui una storia, probabilmente ciclica, da ricostruire e che si presta a diverse interpretazioni). AG Rojas lo ha amato molto, ma va ricordato che, prima di questo, un altro video (italiano!) presentava la stessa soluzione tecnica: Il tempo più importante degli Amari (bellissimo pezzo, sia detto) per la regia di Uolli.

- David Wilson gira un videoclip per la lotta contro il cancro: una macchina-tumore da distruggere mentre un gruppo di ragazze ballano una coreografia in odor di Grease. Proponete una roba del genere in Italia...

- A proposito di docuvideo, ecco il quasi-diario di viaggio di A$ap Rocky Wild for the Night, diretto da Chris Robinson e lo stesso A$ap.

- Avete voglia di un terzo Papa? Papa Emeritus è il frontman dei Ghost e Year Zero è il video iconoclasta che cercavate. E poi il brano non vi abbandonerà più, sarete posseduti per tutto il giorno: satanismo rulez.

- Sequenza di ritratti con dettagli freaky: il video di Metz, significativamente intitolato Wasted, diretto da Scott Cudmore. è un trionfo del datamoshing, soluzione oramai entrata nella grammatica video a pieno titolo e sempre più ricorrente, a volte senza un vero perché. Non vorrei sbagliarmi, ma il primo a utilizzarla come motivo centrale di un video fu Nabil in Welcome to Heartbrake, con la classe che lo contraddistingue. Era il 2009: tempi, come si suol dire, non sospetti (l’idea, all’epoca, mi apparve folgorante). Seguì a ruota, solo pochi mesi dopo, questo video di Ray Tintori. Non conto, ma cito, l’antecedente Youthless diretto da Kris Moyes, che usava il datamoshing solo per le dissolvenze, puntando, il video, in altre direzioni. Da allora l’elenco diventa troppo lungo.

Gran Finale

Non perdetevi Charge, il commercial della Samsung diretto da Romain Gavras.

Luca   Pacilio
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