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V|M_02/13
Focus Creep, Oursler, Arnell,Salier, Raz, Wilson, Shynola, Lemoine, LAMAR+NIK (Q&A)

Il 2013 parte in quarta

Una nuova stagione video ha dunque inizio...

Focus Creep

Focus Creeps firma due video per i (misteriosi) Child of Lov: in Heal (feat. Damon Albarn, che è una delle menti del progetto) si dà testimonianza delle scorribande di alcuni ragazzini, piccole canaglie in versione moderna, nei sobborghi di Atlanta; in Give me  (ambientato ancora in Georgia), più marcatamente documentaristico, si dà conto di una notte in un dance club a Plains.

Tony Oursler

Irrompe a sorpresa e senza annunci il nuovo disco di David Bowie anticipato da una clip diretta dal videoartista Tony Oursler. Molto in linea col suo lavoro multimediale, esposto nei più prestigiosi musei del mondo, in Where Are We Now? (titolo già significativo) Oursler propone un enigma che gioca evidentemente con l’assenza prolungata dalle scene del Duca Bianco, restituito in forma di malinconica installazione che fa mostra di sé in un garage-atelier (il primo impietoso primo piano sul suo volto è una sorta di update sconvolgente), mentre schermi propongono immagini in bianco e nero di Berlino (riferimento all’immarcescibile trilogia degli anni Settanta), città evocata nello stesso testo riportato in sovrascritte. L’approccio visivo ricorda l’art direction degli spettacoli del tour di Earthling (che era appunto curata da Oursler) immortalata da Floria Sigismondi in Little Wonder. La donna che appare accanto a Bowie, a mò di gemella siamese, è Jacqueline Humphries, moglie di Oursler.

Vaughan Arnell

Vaughan Arnell, firma storica (esordì con questo, non so se mi spiego), è un regista che ha sempre mantenuto un taglio anni Ottanta (predilezione per la performance - contestualizzata in ambiti precisi e coreografata -) che è, ancora oggi, quello che meglio si confà a certe popstar che puntano molto sull’immagine (il video come mezzo di propugnazione dell’immagine nasce, appunto, in quel decennio, è un fine che ne plasma la politica). Questo spiega perché dopo un episodio con i Take That (alla loro fine, Back for good) sia poi divenuto il regista prediletto da Robbie Williams (una dozzina di titoli). Questa premessa per spiegare perché Arnell sia oramai al terzo lavoro per gli One Direction, che sono l’esatta emanazione attualizzata di quel discorso e che non potrebbero trovare autore che meglio si attagli alla loro proposta. Kiss You è allora un fresco iconic-video con i membri della band che apparentemente cantano in contesti diversi, ma puntualmente svelati come ricostruiti su un set, attraverso l’uso della back-projection. L’idea è semplice, ma la clip, facendosi forte anche del sottotesto cinematografico, la sfrutta a dovere riuscendo a essere divertente e mai ripetitiva.
Voto: 6.5

Jun Tamukai

Torna Jun Tamukai che aveva colto nel segno con Ponponpon, video che si era posto all’attenzione anche degli spettatori occidentali per l’esuberanza colorata delle immagini e i suoi formidabili eccessi scenografici. Furisodeshon, ancora per Kyary Pamyu Pamyu, è un nuovo video performance, ma virato su due tinte (rosso e bianco), con giochi coroegrafici e geometrici combinati a partizioni di schermo (vere e false). Colpisce ancora l’inventiva continua che tracima dallo schermo, il ballo efficacissimo - corredato da inserti animati e accelerazioni mirate -, l’estrema freschezza dell’impianto, per un risultato in completa aderenza al brano. Tamukai prima o poi verrà intercettato da qualche star americana e chiamato a rinnovare gli stilemi consunti del “video mainstream con l’artista che canta”.
Voto: 7

Edouard Salier

In Waiting for a Sign di Scratch Massive ft. Koudlam, Edouard Salier torna con una bellissima narrazione sospesa: nella foresta un gruppo di bambini, dopo una lotta che stabilisce i rapporti di potere, si avvia verso una misteriosa destinazione. Durante il percorso la loro relazione si cementa su basi di reciproca cooperazione e solidarietà. Giunti nei pressi di un tempio, dopo aver attraversato paesaggi che evocano morte e violenza, uccidono brutalmente il vecchio che lo sorveglia e gli strappano il cuore.

Girato in Thailandia (come Vinyan di Du Welz, cui è legittimo pensare), il video si affida alla costruzione di un’atmosfera di attesa e sottile minaccia ed è aperto da una sequenza (i bambini, con le mani insanguinate, sono presso un falò in cui brucia il cadavere di un uomo) che ha una collocazione cronologica ambigua potendo tanto essere un’anticipazione del finale, quanto un vero e proprio inizio che farebbe pensare che questi ragazzi passino da un omicidio rituale all’altro. Splendido uso della macchina a mano, sguardo immersivo (e malickiano) in una natura ostile e avvolgente a un tempo, montaggio in meravigliosa coesione con le pulsioni ritmiche del brano.
Il primo grande video del 2013.
Voto: 8.5

Roy Raz

Roy Raz, meno criptico del solito, ma sempre riconoscibile per Disintegration dei Monarchy (feat. Dita Van Teese) apparecchia una classica, eppur originalissima nei toni, rappresentazione di una fantasia erotica: la casalinga anni 50, frustrata da una vita familiare codificata e rigida, si sogna pin up dirompente alle prese con amanti mascherati (due) in una camera d’albergo.

Il set di Raz è geometrico ed inquietante (il quadretto familiare è ibernato, mentre i muri crollano), giocato su immagini evocative (il cervello di lei come ammasso orgiastico di corpi nudi che si attiva con il crescere del desiderio; le coreografie à la Busby Berkeley anch’esse in sincrono erotismo) e in costante evoluzione (la protagonista che stira - e l’asse prende fuoco -; che cucina - e le pietanze si carbonizzano in time lapse -).
Non manca il tocco ironico: la zanzara che punge la protagonista in estasi è simbolo ovvio quanto ironico della penetrazione, tema ripreso ancora felicemente dal finale (il marito spiaccica l’insetto sulla tavola e mortifica il desiderio).

Raz non smentisce insomma la sua ricercatezza e anche quando gioca su immaginari abusati (Dita Von Teese - come Betty Grable - ripresa in upskirt) riesce a lasciare sempre in bella evidenza la sua firma, non rinunciando alle sue derive surreali e all’ormai testatissimo decor iperstilizzato.
Lo amiamo sempre molto.
Voto: 8

Justin Kruse & Maximilian Wiedenhofer

Si potrebbe inaugurare una rubrica dal titolo Il Canada-video del mese, tanto puntuale è la proposta di clip che si ispirano ai primi lavori neosurrealisti del collettivo catalano. Il 2013 ce ne propone subito un altro, particolarmente spudorato, che mescola alle reiterate icastiche immagini tipiche del combo (alcune sono vere e proprie repliche), anche un’altra suggestione di questi ultimi anni, quella del falso footage. Il risultato, un video performance, I couldn’t care less di Leslie Clio (brano irresistibile, sia detto tra queste parentesi), per la regia di Justin Kruse e Maximilian Wiedenhofer, per quanto ripiegato sul modello, ha comunque il merito, rispetto ad altre emulazioni, di puntare al disincanto, collezionando trovate riuscite e risolvendosi in collage ironico più che vuotamente intellettuale.
Però ora basta.
Voto: 6

Ryan Hope

Ryan Hope (sciolto il duo con Ego Audikana) si presenta con un video narrativo per Alpines. Lights si muove su due linee di racconto: una ragazza, in una fabbrica, percorre sconvolta gli spazi del capannone. Nella seconda un soldato si fa saltare in aria e in pochi attimi vede scorrere le immagini di una vita. Il collegamento tra le due tracce - tra i giovani in guerra e coloro che lasciano a casa - è delicatamente sottinteso. Un lavoro che punta proprio sulla semplicità dell’assunto, sulla doppia rappresentazione di solitudine, lasciando allo spettatore un ampio spazio di riflessione e interpretazione. I protagonisti sono Emily Berrington (presto nel nuovo film di Michael Winterbottom) e Ben Lloyd-Hughes (visto di recente in Grandi Speranze di Newell).
Voto: 7

David Wilson

David Wilson, regista sempre molto inventivo (da ultimo l’exploit di Take a Walk), propone un nuovo lavoro consacrato al doppio (cfr. Pelican). Mind Mischief dei Tame Impala è dunque da un lato la storia di uno studente attratto dall’avvenente professoressa, dall’altro un lavoro che a metà abbandona la real action per perdersi nelle spirali di un’animazione visionaria. E allora, sempre giocando di sponda tra due fronti (lui e lei, il desiderio e la sua soddisfazione) la fantasia sessuale del ragazzo sembra diventare realtà nell’abitacolo dell’automobile mentre l’amplesso si traduce visivamente in una fantasia psichedelica. Mantenendo i confini tra i due ambiti molto sfumati e ambigui, Wilson impone una doppia possibile interpretazione dei fatti.

L’ispirazione del video proviene direttamente dalla linea di basso. Ascoltando quella bassline ho immaginato questo sedere che attraversa il corridoio. (...)
Seguiamo il ragazzo in questa fantasia che riguarda la sua insegnante e il video stesso è la sua fantasia (DW).
Voto: 7

Shynola

A un anno esatto dallo splendido Paradise torna Shynola con How Long? per gli How To Destroy Angels, il progetto di Reznor & Ross. Cupissimo lavoro, ambientato in un distopico futuro post-apocalittico, racconta di un ragazzo che si muove come un selvaggio in una landa grigia e deserta, e che, dipintosi il corpo, quasi preparandosi a una caccia o a un combattimento, diventa feroce assassino avendo individuato un sopravvissuto al quale rubare cibo ed oggetti utili. Il brano si chiude prima del finale, il silenzio sottolineando il momento in cui il protagonista, raggiunta nel suo covo la madre morente, le dà il sollievo di un sorso d'acqua.
Quando il collettivo inglese si muove, lo fa sempre con piena cognizione di causa e anche se i riferimenti sono piuttosto evidenti (tutto il filone cinematografico post-atomico, da Mad Max fino a The Road), il lavoro si rivela fortemente caratterizzato nella sua compattezza narrativa, nella felice condensazione delle tappe salienti, nelle sue istanze visive - la violenta fotografia di Robbie Ryan virata in un asfissiante indaco, gli occhi dei protagonisti unico elemento lucente, marchio della catastrofe subita -.
I registi hanno comunque dichiarato che una forte ispirazione proviene da La fontana della vergine di Bergman di cui amano la luce oppressiva e la semplicità biblica della storia (Of course compared to Bergman, Shynola are shit, but, y’know, you keep trying, hanno ironicamente concluso).
Voto: 8

Yoann Lemoine

Continua la saga di Yoann Lemoine/Woodkid, ma al terzo episodio il ciclo comincia a mostrare un po' la corda. Nulla da eccepire sul dato formale, sempre di assoluto livello: la contrastata fotografia di Arnaud Potier è un bianco e nero al solito prodigiosamente ricco di toni, non mancano le suggestioni e qualche sparsa sontuosità, ma si comincia ad avvertire uno strano puzzo di esercizio: il video, narrativamente debole, gira a vuoto, la scena subacquea, con tanto di coreografia cetacea, sembra più una trovatina che una soluzione pregna di senso. I Love You avvalora il sospetto che Lemoine lavori meglio per gli altri, che il regista, per i video del suo progetto musicale, conti un po' troppo sull'atmosfera, ma che non abbia una solida struttura alla quale rifarsi, fidando solo su qualche elemento ricorrente e su un registro visivo che, per quanto riconoscibile e di alta fattura, non basta sempre a garantire il risultato.
Voto: 5

Due domande a LAMAR+NIK

LAMAR+NIK, proseguono sulla strada dell’orgogliosa indipendenza, con le loro operine tutta inventiva e poco budget. Una filosofia e un modo di interpretare l’arte applicata della videomusica che è anche alto esempio: quando ci sono idee e talento, i limiti diventano una risorsa. Così dopo Reds e Magnolia eccoci a Never going back.
L’assunto è semplice quanto efficace e la sua realizzazione documentata in questo fulmineo making of: circa quattromila fotogrammi di Samantha Crain, ripresa mentre canta su uno sfondo bianco, vengono stampati e ritagliati a mano. Disposti in un circuito, vengono ripresi con un piano sequenza, sincronizzato con il brano. La fotografia è del fido Spenser Sakurai.
Ai due registi (nelle immagini di seguito, dopo il tournage del video) ho rivolto un paio di domande.

Cos'è per voi il low budget? Un vincolo? Una sfida? Una poetica?

Nei primi tempi abbiamo lavorato su video non ricavandone nulla, progetti in cui acquistavamo tutto di tasca nostra. All’epoca stavamo cercando di costruirci un'immagine e un nome. Il budget può essere visto come il più grande dei vincoli, ma se davvero ambisci a ottenere qualocosa alla fine ci riesci. Non abbiamo mai voluto essere finanziati per creare delle idee, in primo luogo perché questo credito non l’avevamo ancora guadagnato: eravamo solo due universitari. Molto spesso i nostri compagni registi si impegnavano strenuamente ad avviare un progetto su  Kickstarter oppure a raccogliere fondi, quando in realtà, nello stesso tempo che impiegavano a dire e fare quelle cose avrebbero potuto portare a termine i loro progetti. E' per questo che la strada che abbiamo deciso di intraprendere è stata quella di un lavoro che ci sembrasse di qualità e fatto con ciò che avevamo a disposizione. Certamente ci sono delle idee che non possono essere realizzate senza un po’ di soldi e siamo grati di avere l’opportunità di fare video che sono supportati da un budget, ma non pensiamo che avremmo smesso di creare nel caso in cui non lo avessimo avuto. Alla fine fare film riguarda la passione e se sei appassionato di qualcosa lo persegui indipendentemente dal budget.

Vedremo mai un video di LAMAR+NIK in CGI?

Vedrete un video in CGI di LAMAR+NIK se si rivelasse assolutamente necessario. Pensiamo che la maggior parte delle volte ci sia un modo pratico per fare qualcosa ed è questa la prospettiva che adottiamo quando intraprendiamo un progetto. Non possiamo dire che non useremo mai la CGI o gli effetti visivi, ma essi non costituiranno sicuramente la parte più importante del video. La nostra convinzione è che questi ritrovati siano giusti come miglioramenti, ma non possono essere la base esclusiva di un’idea. Se imperniassimo tutto il video sugli effetti speciali o la CGI questa soluzione, a nostro avviso, toglierebbe della magia.

Altre amenità

- The Bait degli Electric Guest vede il ritorno di Jonas & François con un dance-video rigoroso: una coreografia, possibile frammento di un musical (il ciak finale ce lo suggerisce) si dipana su un palcoscenico. Molto godibile [foto]. 

- Gaspar Noé per Nick Cave in We No Who U R  presenta un semplice piano sequenza in soggettiva all'interno di un bosco notturno con un’ombra che lo attraversa. Nessun suggerimento, nessuna variante: presenza/assenza sulla quale si riversano le diverse tinte delle inquietudini di chi guarda.
Per gli Animal Collective gira invece Applesauce, ancora un piano sequenza sul dettaglio di una bocca femminile che divora un frutto, su uno sfondo che cambia colore. Entrambi i lavori, con i caratteri tipici dell'installazione, confinano con la videoarte, nel loro chiaro rifiuto delle convenzioni tipiche del genere videomusicale. Non è un caso che il secondo sia una una sorta di rilettura personale del film sperimentale di Paul Sharitts N:O:T:H:I:N:G

- E’ molto bello il lavoro di un altro regista cinematografico,  John Hillcoat, per gli How To Destroy Angels: all’interno di un capanno di legno sul mare il gruppo suona il pezzo, ma la finestra è uno schermo a due facce in cui, gradualmente, l’esterno appare come filmato disturbato e lo stesso vale per la band vista dall’esterno. Ice Age si presenta allora come oggetto inquietante in cui due tempi differenti dialogano, intervenendo a disturbarli interferenze sempre più minacciose che portano a galla pezzi di memoria e fantasmi del passato.
Di Hillcoat anche l'atmosferica narrazione di Jubilee Street per il sodale Nick Cave.

- Un vero e proprio progetto dietro l’ultimo video di Jonas Akerlund: i Maroon 5 creano un sito e invitano i fan a condividere le loro storie legate al brano Daylight, Jonas le raccoglie in quella che è una vera e propria clip collettiva di durata abnorme (nove minuti), che riesce a combinare efficacemente espressioni creative disparate mediandole secondo un registro comune.

- In apparenza una donna entra in un salone di bellezza, nei fatti è un robot al quale viene modificata l’identità. Trionfo di FX per il video di Ross Anderson: Trials of the Past di SBTRKT vanta un’ottima fattura, ma gioca tutto su quello.

- Aeroplane dei Moustache Prawn è un video italiano diretto da Acqua Sintetica (Gianvito Cofano e Alberto Mocellin) che ha il merito di non nascondere la sua ambientazione, immerso com’è in contesti riconoscibili: nonostante si muova su una strada che potrebbe facilitare le derive fantastiche e facilmente decaratterizzanti, questa clip non rinuncia alla nostranità: non la ostenta, ma neanche la mimetizza. In siffatto quadro si innesta una narrazione soave molto ben scandita, senza forzature, punteggiata da strategiche invenzioni visive, tutte perfettamente funzionali [foto]. Nuovi videomaker italiani crescono.

- Torna Cyriak con una delle sue inconfondibili elaborazioni: immagini di repertorio in loop, clonazioni e manipolazioni estreme. Star di You Tube, Cyriak è stato presto adottato dal sistema e oggi Ninja Tune gli affida l’abbigliamento video di Cirrus, primo segnale del ritorno di Bonobo, creazione tra le sue migliori.

- Kris Moyes per i Grizzly Bears: Gun-shy è affascinante invenzione e qui il regista spiega il suo lavoro, dimostrando l’elaborazione concettuale che molto spesso c’è dietro quello che può sembrare solo un insieme di immagini accattivanti e ben costruite.

La chicca: Kijek / Adamski

E' davvero strepitosa l'animazione passo uno di Katachi di Shugo Tokumaru. Portentoso, poetico gioiello diretto da Kijek e Adamski, geniali autori dei già segnalati Grand Central (Tomasz Stanko Quintet) ed Everytime (Oi Va Voi).
Un lavoro di pazienza certosina, rutilante crescendo di invenzioni che esplode in un brivido finale. Chi  non lo amerà alla follia o è un ladro o è una spia.

Luca   Pacilio
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