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V|M_10/12
DE THURAH, LUMACA, KAHN, MIROSSENI, JARDIN, BOCK, NABIL, MINAI, SCHARPLING E IL DISCO DEI P.A.S.E.

I video del mese e il disco dei Piccoli Animali Senza Espressione con i testi di Gianluca Pelleschi.

Martin De Thurah

David Byrne deve tenerci proprio tanto al progetto con St Vincent - che ha spiragli commerciali più ampi del solito - se decide di interrompere il suo embargo video che durava dall'inizio degli anni Zero, quando affermò che produrre video, nel suo caso, semplicemente non valeva la pena. E fu un peccato, stante l’enorme contributo ideativo che aveva avuto modo di conferire al linguaggio (dietro quasi tutte le rivoluzionarie produzioni video dei Talking Heads c’era lui; molte delle cose fatte da solista le aveva dirette personalmente). Decide di tornare, dunque, e lo fa in pompa magna, proponendo la regia di Who, primo singolo tratto dall’album, a uno dei nomi più prestigiosi della piazza dei video-auteur, Martin De Thurah. Che dietro il lavoro ci sia lo zampino del protagonista-ad-ogni-costo Byrne lo si comprende sia dall’ironia strampalata delle immagini, molto in sintonia con gli umori dell’ex testaparlante e per niente frequentata dal danese, sia nella scelta, quasi sempre rifuggita da DeThurah, di un video performance.

L’incontro, comunque siano andate le cose, si rivela felice: le danze schizoidi cui il musicista ci ha abituato in questi anni sono filtrate dal decadente bianco e nero, De Thurah getta sulla bizzarria della situazione (che si rivelerà un trip del protagonista) l’ombra ineluttabile del Tempo. E’ un Byrne coscientemente autunnale, che beve medicinali e fa i conti con la generazione nuova che avanza (St Vincent, che devotamente aspetta il suo turno e intanto ne imita le mosse). Coscienza a nudo, tracce di un passato video rivisitato (Hanging upside down). Nessuna remora nel parlarsi addosso, nessun pudore, nessuna edulcorazione: gli anni passano, sto invecchiando, un giorno morirò. L’esatto contrario di quello che farebbe chiunque altro. Come sempre.
Voto: 8

Luca Lumaca

Che l’immaginario wesandersoniano si sia diffuso viralmente tanto da legittimare questa considerazione in immagini circa la sua influenza come vera e propria sindrome (un gioco, ma mica tanto) è, direi, un fatto. Che Lumaca riesca a proporre questo fenomeno con un video affetto dalla stessa sindrome rasenta la genialità: Wes Anderson allora non è soltanto una clip che illustra la canzone, con tutto il corredo di (pressoché perfette) riproduzioni di figure provenienti dal mondo del regista (si arriva fino all’ultimo Moonrise Kingdom), ma risulta anche perfetta adesione allo spirito del brano, all’essenza del discorso messo sul piatto. Lo si ammira non solo per la notevole fattura, dunque, ma soprattutto perché, con una spirale di senso che coinvolge canzone e immagini, parlando di un certo linguaggio, e utilizzandolo, lo decifra.
Voto: 7.5

Joseph Kahn

Kahn, uno dei più intelligenti registi di video musicali di questi anni, ha molto diradato la sua produzione (che si era, in verità, un po’ appannata), concentrandosi su un progetto cinematografico anomalo, pressoché autoprodotto, come Detention; un peccato perché la sua ironia, i suoi colpi di genio, le sue sbruffonate ci mancano parecchio. Torna con una cosina per Robbie Williams - lui angelo custode che rende sicura e priva di inciampi la passeggiata di una ragazza -, puro exploit tecnico che si regge su un’idea sola e conferma il trend puramente commerciale del nostro: i video sono, sempre di più, il serbatoio dal quale ricavare danaro per i suoi veri progetti.
Ti amo e ti rispetto, Joseph: lascia perdere il voto, quello è per chi ci fa caso.
Voto: 6

Bo Mirosseni

Una coppia sbaglia strada - il satellitare non funziona - e in un vicolo cieco viene assalita da una banda di teppisti in maschera che sfonda i finestrini della macchina, ruba degli oggetti e trascina i due fuori dal mezzo. All’uomo viene rasa la barba, alla donna vengono tagliate delle ciocche di capelli. Spinti contro un muro, dopo una pulizia dei denti, vengono costretti a ingurgitare pezzi di una torta di compleanno tagliate con la motosega; intanto il montaggio alterna la scena della violenza a una serie di dettagli dell’aggressione che abbiamo già constatato. Il raid si rivela una sorta di rito iniziatico conclusosi il quale all’uomo e alla donna vengono consegnate due maschere da indossare: sono anch’essi nella banda. Il tomtom, nell’auto oramai vuota, continua a chiedere di ricalcolare il percorso...
L’hipster come preda da inchiodare alle proprie responsabilità? L’umiliazione finale di una categoria? Le interpretazioni possono essere molteplici, e Windshield Smasher dei Black Moth Super Rainbow le legittima un po’ tutte. Registro visivo low-fi che attraversa la via di mezzo tra il dark e il demenziale, il video di Mirosseni disturba e disorienta quanto basta.
Voto: 7

Lurid Pictures

Ritratto minimal di un teenager innamorato: in flashback le scorribande col migliore amico e con la ragazzina che ama (in silenzio), nel presente la festa più adulta in cui si ritrovano e in cui il nostro timido eroe perde l’ultima occasione per manifestare i suoi sentimenti. Dinamiche talmente universali e così ben descritte da pensarle dialogate, condite da facce normali e momenti di ordinaria verità.
Piccoli miracoli senza lieto fine (come più spesso accade) per Lurid Pictures, alle prese col brano-gioiellino degli Eternal Summers You Kill.
Voto: 7.5

We Are From LA

Sembra un’idea semplice mostrare una serie di coppie che si baciano per illustrare True Romance dei CITIZENS!, ma il collettivo We Are From LA, abolendo ogni banalità romantica, vi inietta una buona dose di ironia. Assecondando allora, con le immagini desaturate, il crescendo dell'irresistibile canzone e mostrando il fiero isolamento degli innamorati nei contesti più vari, il collettivo fa del video un alternativo inno all’amore - sanamente egoista e indifferente all’occhio altrui - che vince sulla morte, sul caos e sulla violenza. Molto bello.
Voto: 7.5

Joahn Renk

Ancora Lana Del Rey che porta a chiara luce il sottotesto lynchiano - già palesatosi nel video di Lemoine - che serpeggia nel suo cantato spudoratamente d’antan e che, dunque, per l’ad di H&M canta la Blue Velvet della versione badalamentorosselliniana dell’omonimo film. Alla regia Joahn Renk, regista che si scomoda solo per grossi nomi (Robbie Williams, New Order, Madonna, Bat for Lashes...) e che parodia sottilmente il weird world di Lynch replicandone il tono ipnotico e sfoderando una certa ironia, forzandone alcuni motivi e inventandone altri di sana pianta.
Voto: 7

Greg Jardin

La conferma che le tecniche non sono buone o cattive di per sé e che l’uso che se ne fa è decisivo. L’ennesimo stop motion? Sì, ma, cavoli, questo New York City di Joey Ramone, diretto da Greg Jardin (già amatissimo per questo e questo), è una nuova impresa che si fa crescendo poderoso. Sia detto senza remore: spacca culi.
Voto: 9

Emily Kai Bock

Yet again, primo video dell’atteso (bellissimo) album, i Grizzly Bear lo affidano a Emily Kai Bock, vera rivelazione di quest’anno (Oblivion per Grimes), il gruppo confermando la sua nota politica (nessuna restrizione all’autore della clip, vista come un progetto artistico autonomo). E’ ancora una figura femminile al centro della realizzazione della regista canadese: costretta in una rete di obblighi e disciplina, la pattinatrice si presenta come una figura solitaria che, cadendo sulla pista, sprofonda nell’acqua per riemergere altrove. Sempre con i pattini ai piedi (essendo ancora idealmente sul ghiaccio della performance) vaga prima in un luna park e poi in un bosco dove trova chi la riaccompagna a casa. Solo prima di entrarvi si toglie i pattini. Nella camera qualcosa succede, esplode la rabbia e forse la ragazza decide di vivere la sua vita fuori dalla gabbia che l’ha imprigionata e dal ruolo che le è stato imposto.
La Bock conferma, pure in un contesto fiction, l’approccio fondamentalmente realistico dei suoi lavori (viene dal documentario, del resto), optando per contesti non artefatti e per immagini prese dal vero, costruendo però la sua storia in un ambito psicanalitico e rendendo, con il percorso simbolico di una fiaba moderna, la presa di coscienza della protagonista. Vivere l’adolescenza è come scivolare con una lama su una sottile lastra di ghiaccio.
Voto: 7.5

Nabil

Per un best seller come Channel Orange, tra i picchi dell’annata, e per quello che ne è il brano di punta - un singolo, piazzato all'esatto centro della tracklist, che sfida le regole non scritte dell’industria, con la sua durata abnorme - Frank Ocean non poteva che tornare al suo regista prediletto e Nabil gli confeziona una clip in grande stile, virata su toni cinematografici, in cui, a stretto giro dal gioiello Novacane, si torna a vivere una girandola di mollezze attraverso la lente deformante dell’allucinazione. L’assenzio iniziale allora detta le regole della visione di Pyramids: lo strip club (il Pyramid, appunto) diventa il luogo in cui si galleggia al rallentatore, tra sagome e fisionomie che si deformano. E’ tutto un flashback: nel presente si sta viaggiando nel deserto, ancora avvolti nello stesso torpore psichedelico (la scia lasciata dalla moto), per fermarsi, scendere dal mezzo, raggiungere un’altra piramide impossibile.

Nabil, per un video denso di riferimenti e simboli, che riflette il testo cantato (che parla di una prostituta - che chiameremo Cleopatra - e del suo pappa, innamorato e abbandonato), sgombra il campo dai facili effettismi, gioca con il montaggio (i fotogrammi a vuoto dell’inizio che dicono già di un protagonista fuori fase), distilla pochissimi trattamenti delle immagini (il morphing), istantanei e studiatissimi, e ancora una volta, devia la visione della realtà di quel poco che basta a creare distanza e straniamento.
Bad dreams Cleopatra.
Voto: 8

Hiro Minai

Girato in Islanda, She Wolf di David Guetta feat. Sia sorprende per il modo in cui riesce a rovesciare le aspettative naturalistiche iniziali per esplodere, nel ritornello, in una successione di effetti tronituanti. Hiro Minai, molto richiesto quest’anno, segue le avventure di una donna-lupo che, inseguita dai cacciatori, quando è sul punto di essere catturata, scatena un vero e proprio terremoto “visivo”: la natura circostante, frantumandosi in pixel, le consente di sopravvivere. Plot elementare, ma motivato dalla volontà di seguire l’andamento del brano, assecondato alla lettera. Potente.
Voto: 7.5

Tom Scharpling (ad lib.)

La questione è intricata, andiamo con ordine. Si parte dal pluripremiato video del 1985 dei ‘Til Tuesday Voices carry (canzone scritta da Aimee Mann, allora cantante del gruppo) e diretto da Dj Webster. Tom Scharpling (personalità eclettica che non esaurisce la sua attività nella videomusica, anzi) ne fa il remake per il nuovo singolo della Mann Labrador, corredandolo con un dietro le quinte introduttivo in cui il regista, la cantante e l'attore protagonista parlano dell’esperienza in modo contrastante. Ma questo behind the scenes è del tutto fittizio: il regista Tom Scharpling è interpretato da Jon Hamm (Mad Men), l'attore Denny Rock (he's like a young Brando mixed with like a young Redford mixed with like a little Vin Diesel but Vin Diesel five years from now) è impersonato da Jon Wurster, batterista dei Superchunk e animatore del programma radiofonico di Scharpling The Best Show on WFMU.
Nel video precedente di Scharpling per la Mann, Charmer, la cantante usa un robot con le sue fattezze, interpretato da Laura Linney; in questo video c'è un cameo di John Hodgman - anch'egli coinvolto nel programma radiofonico di cui sopra - che appariva, con Jon Wurster, nel precedente video di Scharpling Moves per i New Pornographers. In quest'ultimo appare, tra gli altri, Paul Rudd...  Il gioco può continuare all'infinito, mi fermo.
Molto concettuale.

Altre amenità

- In Something Good di Alt-J diretto da Brewer [foto], i pochi secondi in cui un torero viene incornato vengono dilatati in un ralenti in cui, in un vortice di immagini pittoriche, mondo oggettivo e sensazioni personali si mescolano. Una bella idea che dimostra una notevole propensione del regista per il dettaglio suggestivo e che funziona anche per il meditato effettismo, esasperato sì, ma sempre una tacca sotto allo stucchevole.

- In Riot song bambini-adulti devono consegnare un amplificatore ai Pure Love in concerto al Reading Festival, ma la macchina non parte. Comincia un avventuroso viaggio a piedi nelle campagne durante il quale il gioco, il divertimento, lo spirito della loro età prendono il sopravvento. Giungono a destinazione appena in tempo. Tentativo poetico un po’ troppo sforzato di Ross Cairns (i protagonisti sono i suoi figli), ma ben girato e con un paio di intuizioni.

- How Not To Be Surprised When You're A Ghost di Charlotte Church è il solito incanto fantasioso e infanti-lisergico di Ewan & Casey, tra maschere, animazioni, pupazzi di un mondo fatato, dipinto di allegra depressione.

- The waves, splendida animazione distorta di Alden Volney, ci dice molte cose; una, per esempio: che l’album di Conan O Brein e dei suoi Villagers sarà una delle nostre certezze del 2013.

- Quando l’idea è una sola, ma funziona per tutto il video: in Sweater dei Willow il cantante è sempre nello stesso nudo set e tutto quello che vediamo è frutto di una semplice proiezione con la quale il nostro interagisce. E’ un espediente teatrale, ma variato in tanti modi, tutti efficaci, alcuni geniali. Diretto da Filip Sterckx.

- Andreas Nillson per 2 Chainz feat Kanye West: modi alternativi per augurare Buon Compleanno.

- Modi diversi di vivere la natura: La calle sabe degli Illuminate, diretto da Andrés Arbit e Dull Spark dei Meursalt, diretto da David Lemm.

- Purificarsi: Black Buzz dei Lotus Plaza, diretto da Nautico.

- La calma olimpica dello slow motion: Ghosts di The Presets diretto da Abteen Bagheri.

- Naked di Julian Perretta è il nuovo exploit di Luc Janin, stavolta alle prese con un mondo escheriano di specchi impossibili e di superfici bidimensionali che si estendono in spazi tridimensionali. Cosa non si farebbe per ravvivare l’ennesima performance. Obiettivo raggiunto, peraltro.

- Una Floria Sigismondi teneramente anni 80: Anything Could Happen di Ellie Goulding.

- Vincent Haycock purissimo: Sweet Nothing di Calvin Harris feat. Florence.

- In barba a tutte le popstar strapompate e ai loro video-circhi oramai intollerabili, ecco uno dei migliori video-performance della stagione, a firma Melina Matsoukas: Losing You di Solange, girato a Cape Town, Sudafrica.

P.S. - Non immaginare. Puoi (copiare)



Iron di Woodkid, diretto da Yoann Lemoine



Promo di Rock Economy, spettacolo di Adriano Celentano.
Diretto da Gaetano Morbioli.



Hands degli Alpines, diretto da Luci Schroder



Alì degli Amour Fou, diretto da Marco Proserpio & Jacopo Farina

Luca Pacilio


DISCO DEL MESE
This Incanto - Piccoli Animali Senza Espressione

Questa non è una recensione. E’ un oggetto informe, a metà tra la promozione più bieca e la seduta di autocoscienza. Perché con questo disco io c’entro qualcosa, avendo scritto i testi di 9 delle 10 canzoni che lo compongono. E anche la paternità del nome wallace-iano del gruppo è mia. Così come quella del titolo del disco d’esordio dei Piccoli Animali Senza Espressione. Ma i miei (de)meriti finiscono davvero qui, e non è un  modo di dire né uno schernirsi di un qualche deprecabile tipo. Il titolo del primo pezzo, Prima la musica poi le parole (film di Fulvio Wetzl che non ha visto nessuno), va preso, insomma, alla lettera. La musica composta e arrangiata dai miei amici Andrea Fusario (former member dei Virginiana Miller), Edoardo Bacchelli e Filippo Trombi è un pop orgogliosamente fuori moda, elettronico per necessità e virtù in egual misura, curato quanto può esserlo l’esordio di un manipolo di musicisti/compositori veri e non più giovani(ssimi) che fanno quello che fanno per quella che una volta si chiamava “urgenza espressiva”. Ossia molto (curato. Specifico/ricordo per chi si fosse perso nella sintassi involuta del precedente periodo).

“L’impianto è squisitamente pop, con un uso avvertito delle armonie, delle immagini, dei timbri; sicché ciò che colpisce è la classicità dell’immaginario, che finisce con l’essere attualissima e moderna, in grado di suonare molto più fresca e nuova di tanti tentativi giovanilistici attualmente in circolazione”. Ecco, diciamo che ci piace riconoscerci in queste parole di Piergiorgio Pardo (Blow Up, numero di Febbraio 2012), parole delle quali lo ringraziamo. E le mie, di parole? Alcune le riscriverei, altre, invece, mi fanno trasecolare e chiedere “come mi è venuto in mente”? Faccio un esempio: in Sei non sei a un certo punto si dice/canta “persi in un dedalo di specchi / verso occidente c’è / la via d’uscita: te”. Largamente incomprensibile. Nella mia idea il dedalo di specchi era la funhouse del racconto di Barth e per traslato la meta-letteratura postmoderna ripiegata a specchiarsi in se stessa; verso occidente la citazione del romanzo di Wallace che “riscrive” proprio Lost in the funhouse di Barth  - ma anche - l’occidente come patria del postmodernismo letterario e di DFW; la via d’uscita: te è proprio Wallace come ipotesi di superamento / via d’uscita (dall’interno) dal vicolo cieco del postmodernismo. Ma si può? No.

E comunque sono/siamo alle prese con i concerti, coi nuovi pezzi, col disco nuovo e collaborazioni che qualcuno definirebbe “importanti”. Abbiamo un batterista che è qualcosa in più di un batterista, Luca Brunelli Felicetti, e quello che stiamo facendo, insomma, ci piace davvero (anche quello che sto facendo/scrivendo io mi piace di più, sia detto – come umiliato – tra parentesi). This Incanto ci sembra già un antipasto, se proprio vogliamo dirla tutta. Ascoltatelo, ma solo se vi va. Però (questo, sì, è un timido consiglio), non perdeteci di vista.       

Gianluca Pelleschi

 
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