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V|M_02/12
Melina, Perrin, Klasfeld, Guasch, Us, Shynola, De Thurah, Williams, Megaforce, Gavras...

VIDEO|MUSICA Febbraio 2012

Live fast, die young
Bad girls do it well

Melina

Melina Matsoukas (o semplicemente Melina) è sicuramente l’attuale big thing del mainstream video: inizialmente osteggiata per la disinvoltura con la quale ha usato soluzioni altrui in un pacchetto che, dal 2006, prevede quasi solo donne, rigorosamente star - Jennifer Lopez, Beyoncé, Kate Perry, Lady Gaga, Missy Elliott, Kylie Minogue - e soluzioni aderenti all’artista (che spesso collabora alla concezione del lavoro), la regista americana di origine cubana si è  imposta in maniera definitiva anche sugli scettici della prima ora (tra i quali va annoverato il sottoscritto) con il video della sua ultima prediletta, Rihanna, We found love.
You da one  (ancora Rihanna) è un video performance che fa ricorso ampio alla camera a mano, ambientato in contesti non ricercati, lontani dalla patinatura, riconsiderati da una postproduzione smaccatamente arty (Melina non indulge al kolossal); lontano dalle facili laccature che l’icona pop richiederebbe, eppure tremendamente ossequioso nei suoi riguardi, nel rispetto del canone commerciale, il promo si pregia di un montaggio espressivo e dà ampio spazio al lettering sovrascritto. Lo splendido lavoro fotografico, l’alta consapevolezza nell’utilizzo delle forme e la regia avant-pop confermano, insomma, le doti della nostra.
Voto: 7

Etienne Perrin

Taj Mahal  di LaKVLKD: rievocazione della vicenda cristologica in chiave attuale, con Gesù (o qualcuno che ricopre il suo ruolo) che fa risorgere Lazzaro, consuma coi compagni l’ultima cena (con tanto di citazione leonardesca), viene crocifisso tra i tafferugli sedati dalla polizia in assetto di guerriglia che alla fine lo arresta. Divertito esercizio di Etienne Perrin, col consueto registro visivo desaturato che è la cifra di quest’ultimo lustro di videomusica.
Voto: 6.5

Mark Klasfeld

Un Mark Klasfeld in gran spolvero per We are young  di Fun. feat. Janelle Monáe: la performance sul palco di un locale è accompagnata da una rissa cui si assiste in un irreale ralenti. Il video, tutto consegnato all’atmosfera, procede per singoli quadri dilatati di grande fascino fino all’apparizione della Monáe a velocità normale.
Classe.
Voto: 7

Joan Guasch

Il giovane talento Joan Guasch, catalano, che frequenta i territori della videoarte e della sperimentazione, dona al brano di Amon Tobin, Piece of paper, immagini caleidoscopiche di fascino avvolgente. L’ipnotico video celebra, in perfetta combinazione con le alchimie soniche del genio brasiliano (anch’esso contiguo al mondo dell’arte contemporanea, si pensi alla sua recente collaborazione con Tessa Farmer), il puro gusto del’immagine, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza astratta straordinariamente seducente.
Voto: 7

US

Us (i due registi Chris & Luke, premiata rivelazione del 2011) tornano al rapper Wiley per Boom Blast: operazione di forte stilizzazione concettuale: gli esercizi della palestra vengono messi in scena in un vuoto contesto in cui gli attrezzi sono invisibili, su uno sfondo colorato (tutto il video è in chroma-key), esaltando il dato del solo movimento che funge da coreografia inevitabile. Il video, attraverso l’eliminazione di ogni elemento contestuale, sottolinea e nello stesso momento strania il movimento ripetuto, lo denuda, ne mette in evidenza l’intrinseca bizzarria.
Voto: 7.5

Russel Weekes

Russell Weekes, riprendendo una sua vecchia idea per un breve video del 2004, asseconda l’andante robotico di Dream Again, cover di Stephen Merrit del brano dei Franz Ferdinand, con un’animazione semplice e pulitissima che antropomorfizza, grazie a un accurato lavoro di sincronizzazione, oggetti inanimati, apparecchi elettronici di ieri e oggi, interfaccia e accessori vari in una significativa umanizzazione degli strumenti che diventano gli attori performanti del promo. Il video, che mescola stop framing e Photoshop, stupisce per la varietà di soluzioni sfruttate all’interno dell’unica idea e coglie nel segno, aderente com’è all’atmosfera del brano.
Le fotografie sono di Ali Mobasser.
Voto: 7.5

Sanghon Kim & Mathieu Tonetti

Che Sébastien Tellier sia straordinariamente privo di misura e che abbia fatto del kitsch la sua cifra a ogni livello lo si constata da anni, ma l’ultimo video, Pépito Bleu, diretto da Sanghon Kim & Mathieu Tonetti, nella sua sfrontata enfasi, supera trionfalmente le vette del Pessimo Gusto per raggiungere in scioltezza l’empireo del Puro Delirio; partendo da un’animazione ambientata in una natura incontaminata, quasi avatariana, il video, dopo un’apocalisse che distrugge l’Eden, proietta il protagonista sulla Terra a officiare un rituale: un Tellier sciamanico e demenziale, sorta di Gainsbourg in acido, sparge melassa sentimentale a ondate laviche cantando frasi come Per cominciare la preghiera del Paradiso/ mi siederò ornato di biscotti Pepito blu/ e sognerò di te e di me/ Dio, congiungendo infine le sue mani a quelle di una ragazza e infondendole il suo azzurro fluido di superna provenienza (God is blue è del resto il titolo dell’album, un concept) . Il pubblico (l’umanità intera nel suo crogiolo di razze?) li segue in processione all’alba. Sullo sguardo posseduto di lei campeggia la sovrascritta JOIN! Attendiamo, trepidanti, sviluppi.
Voto: 7.5

Steve Glashier

Steve Glashier ci piace sempre: alle prese con artisti diversissimi, con brani di atmosfere e generi disparati riesce ogni volta a interpretare visivamente il pezzo, mimetizzandosi dietro un’idea, una posa, una narrazione, una provocazione: stavolta, per All Bets are Off  alle prese con la bella melodia di Nerina Pallot inscena la performance in una chiesa in rovina, mentre la neve cade dal tetto divelto, rivelando la cantante in groppa a un bianco destriero. Tutto qui? Sì e non c’è bisogno d’altro, ché un promo non vuol dire sempre e comunque colpire lo spettatore con una spranga, ma anche solo solleticarlo con la piuma di un’immagine, quella che meglio si confà al brano. In un periodo in cui si osanna inspiegabilmente la camminata di Adele sul lungosenna nel video di Jake Nava, mi affido con ben altro favore alle fantasie celtiche di Glashier.
Voto: 7

Shynola

Torna il collettivo Shynola, ancora con i Coldplay: Paradise lascia il segno. La ragazzina protagonista, uscita di prigione (gli oggetti restituiti dalla guardia carceraria: chiavi, cellulare, un pacchetto di caramelle...), raggiunge il suo uomo (un ragazzino come lei) che ora vive con la sua nuova compagna (un’altra bambina) e le restituisce il pegno d’amore, un’automobilina. La mdp pedina la protagonista, assecondando l’approccio realistico, scelta stilistica destabilizzante che confligge con l’evidente assurdità degli avvenimenti (la bambina, come gli altri coetanei della storia, vive una vita “adulta” - ha un appartamento, guida la macchina, è una pregiudicata - pur restando di fatto una fanciulla - guarda i cartoni animati, ha la camera piena di pupazzi -). Concedendosi una sola parentesi di animazione (il sogno proiettato sic et simpliciter sul letto della protagonista dormiente, unico riferimento agli eventi passati) Shynola, che da sempre centellina le proprie uscite, firma un lavoro distopico di altissimo livello, che gioca magistralmente la sua idea narrativa e che dimostra ancora una volta la caratura del team.
Voto: 8.5

Alexandre Courtes

Terzo estratto dall’ultimo album dei Justice: dopo Salier e So Me, la regia di On’n’On  viene affidata ad un altro blasonato regista transalpino, Alexandre Courtes (video per U2, Kasabian, Jamiroquai, Daft Punk...). In un gioco di spirali visive  (Courtes ha la fissa dei flussi infiniti) che ricorda molto Seven Nation Army, il promo che girò per i White Stripes (in coppia con Martin Fougerol, suo sodale in parecchie scorribande, col marchio Alex & Martin), il regista proietta il duo francese in un'atmosfera settantesca (richiamata anche dal brano, a metà strada tra i Led Zeppelin di Kashmir e, soprattutto, i Genesis post-Gabriel - sfrontatamente, vista la t-shirt di Gaspard Augé [foto] -): nello spazio interstellare si celebra dunque uno sconquassante pandemonio, tra fantasmagorie lisergiche (le sublimi pacchianerie à la Ken Russell) e stentorei echi kubrickiani. Al solito molto efficace, con curiose assonanze (mai come negli ultimi tempi si ha la sensazione di un’ispirazione collettiva che, puntuale, attinge alla stessa fonte) col video di David Wilson uscito alla fine del 2011, Pelican dei Maccabees.
Voto: 7.5

Hype Williams

E’ come sempre - prendere o lasciare - il videomondo di Hype Williams: da vent’anni si ostina a bombardarci con i suoi montaggi spastici, i suoi colori primari, il suo immaginario basico; da quando poi rivendica il primato della sua griffe su quella dell’artista commissionante - anche in questo caso campeggiano, maiuscoli, nome e cognome del regista, che precedono quelli di Nicki Minaj (prodigiosa) - ci sta anche più simpatico. In questo Stupid Hoe  - mentre il brano martella, sconcertante, la sua stupidità programmatica - si concede come al solito tutto e il suo contrario: citazioni di Jean-Paul Goude [foto], donne-leopardo (toh, il caro vecchio morphing...) in gabbia, rossetti e ombretto che fanno pendant allo sfondo colorato... L’obiettivo? Farsi odiare, certo (in breve tempo venticinque milioni di visite sul Tubo e, naturalmente, i “Non mi piace” doppiano i “Mi piace”: si sdegnano i musicofili, si sdegnano i videofili, c’è chi grida al genio, chi alla bullshit pura e semplice), ma c’è di più. Con calma, lontani dal gioco mediatico che il regista stesso aizza, astuto, si riconoscerà il suo talento sovversivo: in una messinscena sontuosa Williams opera lucidamente la divertita presa in giro di luoghi comuni videoclippari (la ritualistica rap) e la messa in ridicolo delle sue icone (Lady Gaga, Shakira etc). Impossibile non apprezzare l’ironia con la quale il regista mette a ferro e fuoco un intero consunto immaginario, enfatizzandolo fino al grottesco, urlandolo tanto forte da arrivare a deformarlo.
Voto: 8

Winston H. Case

In un contesto di vuoto candore (che mi ricorda The Lady is dead di Roy Raz) Mike Andreas canta dolente la sua canzone abbracciato alla montagna di muscoli di Arpad MIklos. Come aveva fatto Honoré con François Sagat in Homme au bain  anche in questo caso il regista usa la possente presenza di una star del porno per rovesciarne il ruolo, puntando su una situazione idilliaca: tenerezza, cura, gioco, sentimento in pochi quadri che esauriscono i due minuti della canzone. Un video, questo di Hood di Perfume Genius, nello stesso tempo potente e delicato che è stato bollato da You Tube e Google come Not Safe Family perché toccherebbe "temi sessuali adulti". L’ipocrisia che è dietro questo atteggiamento - per un video in cui non ci sono nudità, né riferimenti diretti al sesso, ma che ritrae solo due uomini che incontestabilmente si amano - non merita commenti.
Voto: 7

Martin De Thurah

Feist ha da sempre una videografia prestigiosa (basti pensare al sodalizio con Patrick Daughters negli anni Zero) e non sorprende dunque che, dopo un primo singolo consegnato alle immagini di Nabil, questo The Bad in Each Other venga affidato alle sapienti mani di Martin De Thurah (che aveva diretto James Blake in Limit to your love, cover di un brano della Nostra). In Messico si dispiega una rete di storie che si incrociano nel tempo e nello spazio (e pensare ad Iñárritu ed Arriaga non ci sembra peregrino, e non solo per l’ambientazione): l’inizio in flashforward dà l’avvio a una serie di vicende, collegate in modo sotterraneo, e a un mosaico destrutturato di diversa umanità la cui lettura non è univoca e si affida alla revisione, oltre che alle individuali impressioni e alla libera interpretazione dello spettatore (la stessa Feist ha parlato di un poema visivo).
E’ sempre più evidente quanto la personalità di De Thurah - il regista più influente degli ultimi anni, vero guru per tutta l’ultima generazione di videomaker, non solo nordici (in Scandinavia il rispetto nei confronti della sua figura è oramai sacrale) - sia debordante e quanto quella del videoclip sia per lui una formula costrittiva che sente la necessità di interpretare in modo sempre più distante dai codici e autoriale in senso stretto.
Vioto: 8.5

MEGAFORCE

E infine giunse il nuovo album di Madonna che affida il primo video ai francesi Megaforce, reduci dall’exploit The Greeks, uno dei vertici della passata stagione. Presentato in occasione del Super Bowl, Give Me All Your Luvin' assorbe l’evento e se ne fa portavoce con la sua brava schiera di giocatori di football, valletti-oggetto adoranti e servili. Non ci si può certo aspettare che Madonna, figlia - e madre “vergine” - degli egotici anni Ottanta, artista che ha edificato sulla sua immagine e il suo presenzialismo un vero e proprio impero, possa mettersi da parte e lasciare che i registi facciamo il loro gioco. E non è certo storia di oggi: Madonna vuole sì il meglio, ma poi pretende comunque di mettere bocca (basti pensare al conflitto con Chris Cunningham per il video di Frozen che portò il regista ad affermare che non avrebbe mai più lavorato con grosse star perché non gli permettevano di prendere decisioni che non potevano che spettare a lui), verificandosi il paradosso per cui i promo della Nostra riescono tanto meglio quando hanno dietro la macchina da presa degli ottimi mestieranti capaci di assorbire i suoi diktat, determinandosi altrimenti ibridi compromessi. Come questo.

Romain Gavras

E a proposito di M.I.A.: non ha obblighi nei confronti di un pubblico popparolo esigente quanto poco elastico e dunque, smessi i panni di cheerleader, piazza il suo video-meraviglia, ancora una volta a firma Romain Gavras. E sono sfracelli: perché il regista si cimenta con un genere che generalmente rifugge (la performance - I made my first pop music video ha affermato -) e lo rilegge alla sua maniera: una coreografia esaltante, un corteo che avanza in uno quei contesti finto-realistici che gli sono congeniali, con quelle immagini che vogliono sembrare prese dal vero e che sono frutto invece di un'improvvisazione studiata (se mi si permette l’ossimoro) che è oramai sua caratteristica precipua. Con quel sonoro che si sovrappone alla traccia musicale, con quei suoi ralenti divini, con quel montaggio che spacca cuori, con quei frammenti di umanità che ti si conficcano dentro (i volti della folla), roba dopante, che crea dipendenza, che fa del video una sacrosanta creazione da guardare e riguardare. Compulsivamente. E’ bellissimo questo Bad Girls, che pennella provocatoriamente un’idea altra del mondo arabo (con le donne al volante per questo mirabolante ghostriding - spettatori gli uomini - nel deserto marocchino) e che ci dice della statura di Gavras, della sua inarrivabile capacità di costruire atmosfere, di cesellare la clip sul brano musicale, di rendere le immagini un tutto armonico, di scuotere l’attenzione con idee folgoranti, di coinvolgere lo spettatore, trascinarlo dentro una sfida, inebriarlo, commuoverlo, regalargli brividi.
E nel finale, a mò di firma, un bambino con i capelli rossi.
Istant classic.
Voto: 10

ANCHE NO

Quella neosurrealista dei Canada è ufficialmente una scuola, lo dimostra questo Just a Song  dei Pony Pony Run Run, ma i registi Mary Clerte & Edouard Bertrand dimostrano solo la voglia di ricalcare il modello, di aderire a una tendenza. Bocciati.

E poi gli Ok Go: ce li hanno fatti a fette con queste performance parartistiche in cui i video e le canzoni sono puramente strumentali a una sfida di uno Scommettiamo che? un po’ più concettuale. Needing /Getting [foto] raschia il barile di una formula che oramai del video musicale è solo parente alla lontana.
Voto: that’s enough/ ça suffit/ anche no.

Altre amenità

- Gone Again  è un suggestivo cortometraggio diretto da Tristan Seniuk che traduce in immagini due brani dei Mt. St. Helens Vietnam Band [foto].

- Matthew McConaughey reindossa i panni di David Wooderson (Dazed and Confused di Richard Linklater, 1994) in questo Synthesizers  di Butch Walker And The Black Widows Eccolo oggi, col senno di poi. Molto, molto divertente.

- The Kills festeggiano i dieci anni di attività con il video The Last Goodbye, dietro la macchina da presa l’attrice Samantha Morton che, in linea con l’atmosfera nostalgica della canzone, ambienta la performance in un vecchio photobooth. Splendido bianco e nero di Florian Hoffmeister.

- Torna Punx Sthlm (Johan Bring & David Strindberg) con Don’t You Ever  per General Fiasco: quasi una videoinstallazione in forma di promo e con Acid Test  di STYGG - tre figure enigmatiche si aggirano in una sorta di labirinto fatto di teloni di plastica - esercizio di arte povera e inquietante.

- Tra Chris Cunningham, Tony Truand e soprattutto Daniel Levi (Freak per LFO) il misterioso Ima Read di Zebra katz. Il riferimento filmico è  Shining, ma è poco più di uno spunto: molto lo fa il montaggio, l’ambientazione, il registro video low-fi e desaturato. Malatissimo.

- Il balzano videoviaggio dei Fixers per curare la malattia “al cereale” del nonno porta la firma dell’amato Ben Reed. Pieno zeppo di idee questo Iron Deer Dream  [foto] che campiona, tra l’altro, immagini di due film: Rikards Boat Fixers (1991)di Rupert Svensverdant e Hershall Paulmann Presents 'Science' Lecture No. 52 (1976) di Mickal Holtgartden & Lucile Puckerknuckle.

- I Focus Creep (Aaron Brown &. Ben Chappell), di cui prima o poi ci occuperemo con la profondità che meritano, dirigono gli Spector in Chevy Thunder: il solito splendido montaggio per un allegro diario on the road con suggestioni metavideo.

- The Party  dei Singtank: ancora un video labirintico per i francesi AB/CD/CD, ancora una volta un’idea scenografica forte con una debole applicazione. Si apprezza la buona volontà, ma l’exploit tarda ad arrivare.

- Splendido l’enigma diretto dalla danese Marie Limkilde per Sleep Party People. A Dark God Heart, nell’unica location, una stanza da bagno, fa accadere l’impossibile senza fornire alcun appiglio ragionevole. L’ennesima riprova della vitalità della videomusica scandinava.

Brevissimo

- When Will You Die - They Might Be Giants, diretto da ? : creare/distruggere

- In the End  - Snow Patrol, diretto da Brett Simon: Ginger & Fred? 

- Mirror (Lil Wayne ft. Bruno Mars): schizzi di colore, per un murales-performance firmato, udite udite, Antoine Fuqua.

- Due Robert Hales al brucio, per due grandi ritorni: Red Hot Chili Peppers (Look Around) e Jane’s Addiction (Underground) ...

...e due bellissimi video di Lasse Martinussen: A Persian tale [foto] di Rosemary (il progetto musicale dello stesso Martinussen e della cantante iraniana Sahar Pour, di cui Kasper Bjørke ha detto meraviglie) e Inside World di Whomadewho...

- … e infine altri due Hype Williams (aveva bollette in scadenza): uno interessante, l’altro no.

Luca   Pacilio
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