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YES? YES!

Gli Yes hanno pubblicato un nuovo album prodotto da Trevor Horn. Ne vogliamo parlare(?)

Gli Yes sono un po’ come il quartiere di Spinaceto per il Moretti di Caro Diario: vengono inseriti nei discorsi “per parlarne male”. Come c’è una giovine e volenterosa ensemble che fa un arzigogolo di troppo, inserisce una tastiera un po’ invadente o azzarda un accenno di assolo, è subito roba che nemmeno gli Yes. O peggio. Parallelamente, ci si guarda (più o meno) bene dal citare i N/Mostri quando invece il riferimento contemporaneo vivente è presunto nobile e à la page, tipo i Math-Rockers Battles, che pure, pezzi come Heart of the Sunrise devono averli ascoltati (per poi scopiazzarli) parecchio. Ma ci sta. In fondo gli Yes se la sono anche cercata. Perché a ben vedere, pseudosillogisticamente parlando, se la vulgata vuole che il Punk, nella data di comodo 1977, ha spazzato via ciò che di tronfio e pomposo aveva metastasizzato il Rock fino a quel momento, e se il Rock Progressivo era la massima espressione di ciò che di tronfio e pomposo aveva metastasizzato il Rock fino a quel momento, allora gli Yes, da esemplificazione fatta gruppo del concetto stesso di Prog, erano il nemico da (ab)battere. E Sid Vicious era la nemesi di Chris Squire.

Dici “Prog” e pensi: abiura della forma canzone, mutuazione di strutture classiche con lunghe suite divise in movimenti (e tema/i “collante” ricorrente/i), cambi di tempo su metri e ritmi spesso irregolari, tecnica strumentale esibita e insistita con l’assolo che diventa elemento strutturalmente (im)portante, ampie variazioni dinamiche, promozione della tastiera a strumento privilegiato, comparto testuale misticheggiante/fiabesco spesso fumoso o schiettamente privo di senso compiuto. Più, spesso, un immaginario iconico fatto di copertine lussureggianti, evocanti non-luoghi fantasy-iosi e fuori dal tempo.

Dici “Yes” e pensi: abiura della forma canzone, mutuazione di strutture classiche con lunghe suite divise in movimenti (e tema/i “collante” ricorrente/i), cambi di tempo su metri e ritmi spesso irregolari, tecnica strumentale esibita e insistita con l’assolo che diventa elemento strutturalmente (im)portante, ampie variazioni dinamiche, promozione della tastiera a strumento privilegiato, comparto testuale misticheggiante/fiabesco spesso fumoso o schiettamente privo di senso compiuto. Più, spesso, un immaginario iconico fatto di copertine lussureggianti, evocanti non-luoghi fantasy-iosi e fuori dal tempo.

Dici “Prog” e pensi “Yes”, insomma. E viceversa. Senza troppe contaminazioni “altre” di stampo Jazz (King Crimson), Folk (Jethro Tull) o Psych (Pink Floyd). Prog in purezza.



Ce lo ricordiamo in pochi, ma gli Yes sono ancora in attività e non più tardi del 2011 hanno pubblicato un nuovo album, con l’ennesimo rimaneggiamento di formazione, nuova casa discografica e “nuovo” (meglio: redivivo) produttore (nientemeno che Trevor Horn). Noi YesFans ce lo siamo comprato, ‘sto disco, magari in versione digipack, col DVD bonus utilissimo come sottobicchiere. E ce lo siamo ascoltato. Abbiamo fatto le nostre considerazioni, ci è (ri)venuta voglia di sentire i vecchi dischi, tra picchi di rinnovato godimento acustico e momenti di genuino imbarazzo. Quello che segue è un excursus su tutta la discografia (in studio) degli Yes, dall’omonimo datato 1969 a Fly from here, uscito appena 42 anni dopo. Da fan a fans.



DISCOGRAFIA

YES (Atlantic, 1969).

Jo(h)n Anderson – voce; Chris Squire – basso; Tony Kaye – tastiere; Bill Bruford – batteria; Peter Banks – chitarra. 

Il primo vagito discografico degli Yes, l’omonimo del 1969, è apparentemente lontano dalla magniloquenza che caratterizzerà lo yessound a venire. E anche dalle ambiziose complessità coeve – tipo In the court of the Crimson King -. E’ un disco che risente dello zeitgeist, con influenze beat(les), (c’è anche la cover Every little thing) e sprigiona una spontanea freschezza che non tornerà più, nei decenni a venire. Ma a ben vedere i prodromi dei futuri Yes ci sono già. A cominciare dall’apertura del disco, ad esempio, quella Beyond and Before in cui si sente il basso high end di Squire in bella evidenza, la voce di Anderson che, ancora lungi dal distintivo autocompiacimento cristallinizzante, colpisce comunque per il timbro così obliquo (un falso falsetto affatto originale), il gusto per le armonizzazioni vocali (gli sprazzi a cappella) e una evidente volontà di stratificare suoni e strumenti, con intrecci che rifuggono banalità e prevedibilità. Il lavoro si muove tutto lungo queste coordinate, con intermezzi più eterei, smaccatamente andersoniani (Yesterday and today, Sweetness) ma anche con chiare derive – Yes! – Prog! Perché Harold Land, ma soprattutto la conclusiva Survival, coi loro cambi di mood, l’hammond di Kaye in evidenza e le improvvise accelerazioni sono qualcosa di più di un semplice antipasto.

TIME AND A WORD (Atlantic, 1970)

Jon Anderson – voce; Chris Squire – basso; Tony Kaye – tastiere; Bill Bruford – batteria; Peter Banks – chitarra.

Il disco interlocutorio, di transizione, di passaggio. Tutti i luoghi comuni sul “secondo disco” così, in generale, per Time and a word appaiono azzeccatissimi. Le ambizioni salgono e, per via di un malinteso senso di grandeur strumentale, i Nostri si fanno affiancare da un’orchestra di 30 elementi. In realtà, checché ne dicano i più, a sentir bene non strafanno né si lasciano soffocare troppo ma, semplicemente, non sono ancora gli Yes e non sono più quei beat-lesiani ipertrofici e ingenui dell’esordio. Diciamo che manca un epicentro: la cover di Havens che apre il disco ha buffe derive epico-western, ci sono i momenti più leggeri ed orecchiabili (Sweet Dreams) così come i primi pezzi più propriamente prog: Astral Traveller è un tipico stop&go Yes, con una sezione strumentale centrale dove c’è già tutto. L’hammond di Kaye apre le danze, la chitarra di Banks dialoga e indica la strada ad Howe (che arriverà di lì a breve), Squire irrompe col suo basso bi-amplificato mentre Bruford chiude il ponte con rullata jazzy. E però, altri tentativi yesseggianti sono inconcludenti (The Prophet), la title track è una buona ballata dall’arrangiamento rivedibile mentre lo spirito dei Beatles è ancora troppo ingombrante. Jon Anderson, infine, canta cose tipo “love is the only answer, hate is the root of cancer” ma forse, con quella voce, non ha molta scelta. Quello che ci vuole ora, però, è un vero e proprio Yes Album.

THE YES ALBUM (Atlantic, 1971)

Anderson – voce; Squire – basso; Kaye – tastiere; Bruford – batteria; Steve Howe – chitarre.

Di nome e di fatto. Peter Banks, deluso da Time And A Word, lascia il posto a Steve Howe, che si prende i suoi 197 secondi di gloria con la celebre The Clap, un solo alla maniera di Chet Atkins. Apre però l’album Yours is not disgrace, che cristallizza subito il concetto Yes di uso delle dinamiche, con quel continuo alternarsi di pieni/vuoti sostanzialmetne coestensivo al pezzo (quasi dieci minuti), che procede di stop&go in stop&go senza soluzione di continuità. Della stessa pasta, ma in tono minore, la conclusiva Perpetual Change, molto più solare e 60’s. E cosa dire di I’ve seen all good people, che mette a punto le tipiche armonizzazioni vocali Yes, con le voci di Anderson e Squire in evidenza? Pezzo dicotomico se ce n’è uno, con una seconda parte (All good people) che ha però senso solo se pensata dopo la prima (Your Move) che crea letteralmente la suspense necessaria ma non sufficiente. Ma IL pezzo, quello che il profano dovrebbe ascoltare per capire se questi Yes potrebbero piacergli o più probabilmente no, è senza dubbio Starship Trooper. Ballatona prog in tre movimenti, epica e distesa, in ascesa continua verso lo space (rock), che dopo il decollo (Lifeseeker) trova l’assetto di volo (interstellare) fuori dalla biosfera (Disillusion), riprende il tema iniziale e si lancia nello spazio profondo della coda strumentale Wûrm, con un crescendo che non lascia scampo ed esplode con il guitar solo di Howe, in dialogo con se stesso. La scempio è che il pezzo, sul più bello, sfuma in maniera un po’ frettolosa. Che diamine. La qual cosa ci permette di aprire la parentesi Wakeman, che nel disco non c’è. Ma che arriverà, e darà (dal vivo) a Starship Trooper quello che le manca, ossia una coda degna di cotanta tracotanza progressiva. Una versione più gratificante de IL pezzo la si trova già in Yessongs, il triplo live del 1973, nel quale al minuto 7:30 circa Rick ci mette del suo e, prima di lasciare il campo a Howe, pacchianeggia rapido da par suo sullo tastiera. Anche se, per avere su disco la versione definitiva de IL pezzo, toccherà aspettare altri 25 anni, ossia Keys to ascension, chiuso proprio da una cavalcata starshipiana di 13 minuti, con impressionante accelerazione finale e dialogo/sfida Howe – Wakeman.

FRAGILE (Atlantic, 1972)

Anderson – voce; Squire – basso; Rick Wakeman – tastiere; Bruford – batteria; Steve Howe – chitarre.

Wakeman prende il posto di Kaye e la copertina è firmata Roger Dean, che dona al gruppo il primo dei “mondi impossibili” che li caratterizzerà per quasi tutta la carriera. Due indizi non fanno una prova ma, per molti, Fragile è il primo Zenit della carriera del gruppo. Gli Yes sono in formazione tipo e ognuno (terzo indizio?) si prende la sua traccia per farci vedere quant’è bravo. I solipsismi, però, sono la parte decisamente meno interessante del lavoro, spaziando dall’inutile (i 33 secondi di Bruford in Five per cent for nothing) al ridicolo (Cans and Brahms, l’omaggio classico di Wakeman). Ci sono però dei capisaldi della discografia del gruppo, a cominciare dall’iniziale Roundabout, con l’acustica che innesca subito la suspense, Squire - Bruford che esplodono e trascinano, Anderson che stressa la sua voce cristallina, il ritornello distensivo e liberatorio fino al pre-finale per voci sole, chiosato dalla chitarra di Howe che chiude il cerchio. Non mancano altri pezzi degni di nota (la gemella diversa di Roundabout, Long distance runaround), la bella South side of the sky, con un memorabile fraseggio di Wakeman, ma soprattutto Heart of the sunrise. 11 minuti e 23 di pura Yes dicotomia, tra il complicato fulgore strumentale che mette alla prova orecchie e attenzione (qui il deus ex machina sembra Bruford) e le smanie melodico-eteree di Anderson, che verso la fine prende in mano la situazione e gigioneggia al grido di “love comes to you and then after – dream on, on to the heart of the sunrise”. Il disco c’è, per l’amor del cielo, è effettivamente un classico della band, ma è un po’ discontinuo, sicuramente inferiore al precedente, che esibiva un perfetto equilibrio tra freschezza compositiva e ambizione.

CLOSE TO THE EDGE (Atlantic, 1972)

Anderson – voce; Squire – basso; Rick Wakeman – tastiere; Bruford – batteria; Steve Howe – chitarre.

Di nuovo in formazione tipo – sarà l’ultima volta – gli Yes sfornano l’ultimo lavoro ascoltabile in pubblico senza imbarazzi. Sono solo tre pezzi, la title track, che prende l’intero Lato A del vinile, And You and I e Siberian Khatru che si dividono il Lato B. E’ forse l’apice dello sforzo compositivo del gruppo, ormai pericolosamente consapevole dei propri mezzi e deciso a spaccare il mondo, con tutti i rischi che la cosa comporta. La fatica, gli sforzi profusi in studio passano per osmosi al fruitore che difficilmente, specie “al giorno d’oggi”, può trovare completamente digeribili i 18:50 di Close to the edge. Come un “distillato – dilatato” della musica degli Yes, il pezzo è un continuo alternarsi di pieni e di vuoti, di fughe e distensioni, di melodia e rumorismi prog, con sprazzi di armonizzazioni vocali e organi da cattedrale suonati con tutta la mancanza di misura di cui può essere capace Wakeman. Ovviamente, il pre-finale è, come da prassi, nelle mani di Anderson, mentre chiudono il pezzo i rumori naturali (ruscelli, cinguettii) che lo avevano inaugurato. Fortuna che arriva And You and I a mettere tutti d’accordo. L’andamento è meno schizofrenico, strutturalmente (ed emotivamente) vicino a quello di Starship Trooper, con tutte le anime Yes che convivono pacificamente senza gettarsi in sfide fratricide. Fondamentalmente, la si potrebbe definire un’altra ballata prog vagamente folkeggiante, scandita dalla classica di Howe che detta i tempi e segnala i cambiamenti di mood, e si tratta di un sostanziale crescendo-con-pausa-centrale, chiusa da un sogno chitarra e voce che sigilla e suggella i 10, abbondanti ma leggiadri minuti di durata complessiva. L’ultima traccia è invece Siberian Khatru, tipico nonsense andersoniano (che già in Close to the edge era stato preso per i fondelli dai compagni per aver scritto cose come “total mass retain” alle quali nessuno sapeva dare un senso qualsiasi). Siberian è comunque un pezzo non memorabile, con alcune soluzioni un po’ banali e qualche inconcludente lungaggine strumentale. Diventerà il pezzo di apertura dei concerti. Boh.

TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS (Atlantic, 1973)

Anderson – voce; Squire – basso; Rick Wakeman – tastiere; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

Dopo la sbornia del monumentale triplo live Yessongs, gli Yes sono in piena trance agonistica e, ça va sans dire, la fanno fuori dal vaso. Tales è un progetto che fa dell’(ingenua) ambizione fine a se stessa la propria cifra: quattro suites (una per facciata) con liriche ispirate all’Autobiografia di uno Yogi. Certo non è tutto da buttare, in questo trionfo dell’autoindulgenza. Alcune soluzioni melodiche di Anderson sono pregevoli e ben assecondate dalla chitarra di Howe, che spesso tiene in piedi da sola la baracca. Ma alle quattro suites manca coerenza, coesione e una struttura riconoscibile. Si prosegue a singhiozzo, in attesa del guizzo che a volte arriva a volte no, ma è un disco con poche idee dilatate a dismisura, davvero difficile da seguire e da capire. Il che non sarebbe, di per sé, un grosso difetto se non fosse che il dubbio è che non ci sia effettivamente niente da capire. Intanto Bruford, stufo, ha lasciato il gruppo per andare nei King Crimson alla ricerca di nuovi stimoli. A quanto pare era stanco di quel gruppo “diatonico in LA maggiore” ed era attratto dagli elementi dark e jazz di Fripp & C. Difficile anche dargli torto, da molti punti di vista. Fatto sta che prenderà il suo posto Alan White, un ottimo batterista ma decisamente meno “tecnico” e più rock, meno propenso a fillare e più a picchiare duro sui tamburi quando occorre. Certo, la sezione ritmica del gruppo finirà per risentirne e quei creativi, e spesso volutamente fuori sincrono, dialoghi basso-batteria mancheranno un po’. Ma tant’è. Anche perché gli Yes più interessanti e progressivi sono davvero agli sgoccioli…

RELAYER (Atlantic, 1974)

Anderson – voce; Squire – basso; Patrick Moraz – tastiere; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

Relayer è il sussulto del dinosauro ferito (un diplodoco, azzardiamo). Dopo l’oggettivo passo falso di Tales, gli Yes provano a fare un piccolo passo indietro, riproducendo struttura e umori di Close to the edge: tre tracce, una su un lato, due sull’altro. Piccolo shock: Rick Wakeman ha lasciato il gruppo e al suo posto troviamo lo svizzero Patrick Moraz, tastierista di buona fama e formazione jazz. Ci mette del suo. Relayer è sì pienamente ascrivibile al periodo “classico” degli Yes ma nondimeno segna delle escursioni in territori contigui ma paralleli. C’è il tastierismo più nervoso e jazzy, assai meno incline al virtuosismo barocco, e c’è una durezza generale davvero inedita. The gates of delirium (testo ispirato a Guerra e Pace. Sic.) è forse la cosa più “ardita” e schizofrenica mai registrata dal gruppo, con esplosioni sferraglianti, piene di eco e la relativa calma che arriva solo nel finale, quando – indovina un po’? – Anderson mette la sua voce in primo piano in quella che è, a tutti gli effetti, una sottotraccia uscita anche come singolo, Soon. La pace dura poco, perché la traccia successiva è Sound chaser, altra cavalcata hard-prog col basso di Squire arzigogolato e scatenato come non mai. A metà pezzo, c’è anche il tempo per concedere a Howe un momento solista disteso ma pur sempre da guitar hero, anche se poi il finale è di nuovo all’insegna della furiosa saturazione strumentale. To be over, invece, chiude il lavoro all’insegna della pura melodia andersoniana: partenza soft e rassicurante, nuovo intermezzo chitarristico, crescendo epico e finalone solenne ma non del tutto a fuoco. Un buon disco, divergente dunque interessante, e sicuramente l’ultima prova pienamente progressiva degli Yes, da tutti i punti di vista (non ultimo il dato beceramente anagrafico, visto che ridendo e scherzando siamo già nel 1974 e, per certi dischi, il tempo è decisamente scaduto).

GOING FOR THE ONE (Atlantic, 1977)

Anderson – voce; Squire – basso; Rick Wakeman – tastiere; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

Archiviata in fretta e furia la parentesi Moraz (che comunque partecipa alle prime fasi di stesura del nuovo album), Rick Wakeman è di nuovo in formazione e gli Yes decidono di tornare al passato per proiettarsi nel futuro. In copertina rimane infatti il logo di Roger Dean ma per l’immagine gli Yes si affidano a Hipgnosis (Pink Floyd, Led Zeppelin) per una ventata d’aria fresca. La ventata c’è ma l’aria è satura di gas esilarante. La cover è orrenda, con quell’uomo nudo di spalle che osserva dei grattacieli geometrizzati con sovrapposizione di linee curve e spezzate colorate. WTF? Ma tant’è. Il disco è una sorta di abiura del cupo e “rumoroso” Relayer, e parte con la title track che – infatti – è un rock & roll solare virato al prog, con la steel guitar di Howe in bella evidenza. Segue la complicata Turn of the century, pezzo atmosferico e prevalentemente acustico ma che prosegue per accumulo e sovrapposizione di trame di non facile assimilazione. Neanche per gli Yes stessi, che confessano le difficoltà di esecuzione, specie dal vivo. La successiva Parallels è davvero poco ispirata, con un church organ invadente e poco digeribile e una certa stanchezza compositiva. Poi arriva Wonderous stories, con Jon Anderson che fa Jon Anderson, si compiace della propria voce cristallina e canticchia mellifluo “la aha la aha” senza il minimo pudore. E va benissimo così. Chiude Awaken, pomposissima suite dove i nostri non si fanno mancare niente, dall’intro per piano ipercinetico di Wakeman, a un crescendo guidato dal solito church organ molto più pertinente del precedente, al vuoto di pressione pre-finale fino all’epilogo affidato al solito Anderson che azzecca una melodia deliziosa e canta parole belle – ma soprattutto – comprensibili… “like the time I ran away – and turned around – and you were standing close to me…” E’ la risposta degli Yes al vetriolo di Johnny Rotten, che nel frattempo sta scatarrando su tutto e tutti.

TORMATO (Atlantic, 1978)

Anderson – voce; Squire – basso; Rick Wakeman – tastiere; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

Per Tormato, Psignosis dona agli Yes un’altra copertina memorabile in senso deteriore, con quel pomodoro spiaccicato che sì, insomma, si è visto di meglio. La formazione è la stessa del disco precedente, che era fuori tempo, fuori contesto, fuori dal mondo ma che aveva i suoi momenti. Questo un po’ meno. L’inizio in realtà non è affatto male, la bipartita Future Times / Rejoice è un pezzo tipicamente Yes, con seconda sezione tutta farina del sacco andersoniano. Complessivamente un buon prog tendente allo zuccheroso, con le tastiere di Wakeman che “sentono” gli anni ’80 alle porte, non sanno che pesci prendere e oggi suonano pericolosamente prossime all’irricevibile. Segue, ahinoi, Don’t Kill the Whale, pezzo animalista che è, per chi scrive, uno dei nadir della carriera dei nostri, con evidenti ma forzate intenzionalità pop naufragate nel ridicolo. Madrigal è dominata dall’harpsichord di Wakeman ed è, melodicamente parlando, fin troppo Anderson. Realese Realese è un pasticcio con intermezzo demenziale (assolo pseudo live di White con pubblico urlante) e i nostri sembrano andare un po’ per i fatti loro, con una disomogeneità strumentale rara per gli altrove compattissimi Yes. Arriving UFO è pezzo solare e prog-sbarazzino, non malaccio, ma siamo quasi all’autoparodia involontaria. Discorso simile vale per la seguente Circus of heaven, altro pezzo di Anderson a fortissimo rischio iperglicemico. Dalle stesse parti, ma meglio, Onward, un crescendo melodico e delicato che si ferma prima di sbracare. Chiude On the silent wings of freedom, altro pezzo con qualche idea decente ma sfilacciato, disunito, con Howe che chiede cuori e Wakeman che risponde picche. E/o viceversa. Serve una scossa.

DRAMA (Atlantic, 1980)

Trevor Horn – voce; Squire – basso; Geoff Downes – tastiere; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

1980. Anderson e Wakeman lasciano il gruppo, rimpiazzati da Trevor Horn e Geoff Downes, aka i Buggles, aka Video killed the radio stars. ?!? Formazione decisamente “sconcertante” ma disco tutto sommato buono. Ha i suoi fans certificati, tra l’altro, da un nome (i panthers, con riferimento alla copertina del redivivo Roger Dean). C’è ancora malizia pop, ci sono un po’ (ma non troppo) di anni ’80 a venire ma tutto è fatto con un certo gusto. Trevor Horn non è certo uno stupido. L’iniziale Machine Messiah sono 10 minuti di ottimo hard prog molto ben suonato, con chitarra insolitamente heavy di Howe, buone architetture strumentali e dialoghi tastiera – basso di buon effetto. Il basso di Squire sarà comunque elemento portante di tutto il disco, con linee e giri tra i migliori della sua carriera (vedi anche Does it really happen). Un po’ più deboli pezzi troppo Buggles come Into the lens, di impostazione melodica lontana da quella degli Yes, che sembrano corpi estranei. Ma dopo l’interlocutoria (per non dire peggio) Run Through the light, il finale è col botto perché Tempus Fugit è pezzo potente, intricato ma compatto e melodicamente più che adeguato. I nostri sembrano quasi aver trovato una possibile via di fuga dal passato e un’ipotesi di proiezione nel futuro. Quasi, perché il disco accolto così e così e il gruppo è a metà di uno strano guado. Ma le cose evolveranno. In maniera, diciamo, abbastanza drastica.

90125 (Atlantic, 1983)

Anderson – voce; Squire – basso; Tony Kaye – tastiere; Alan White – batteria; Trevor Rabin – chitarre.

Gli Yes sembra(va)no finiti. Anzi no. I superstiti Squire e White pubblicano un singolo (Run with the fox), vogliono formare un nuovo gruppo e chiamarlo Cinema, col chitarrista sudafricano Trevor Rabin. Poi torna Jon Anderson e riecco gli Yes. Produce Trevor Horn. Il primo singolo è Owner of a lonely heart. Boom. Il suono è davvero “nuovo” ed è veramente più della somma delle parti, perché non è che Rabin col suo gruppo precedente (i Rabbit) fosse così à la page. C’è lo zampino di Horn, il marpione, che tira fuori dal cilindro sorprese sonico-sonore a ogni piè sospinto, con filtri, distorsioni e trattamenti che non hanno perso smalto a 30 anni di distanza. Chitarre melodiche ma stranamente affilate e “rumorose” (se senta il solo di Owner…), armonizzazioni vocali celestiali e cristalline, naturale evoluzione Yessiana (Hold on, Leave it) echi prog-futuristici (Changes, lo strumentale Cinema), qualche eccesso buggles-plasticoso che non stona affatto (Our song) e il finalone ascensionale epico-diabetico in cui Anderson fa il verso a se stesso e smentisce l’assunto iniziale (“owner of a lonely heart – much better than a owner of a broken heart”) con un eloquente “two hearts are better than one” e un autoreferenziale “all angels of the magic constellation – be singing us now”. E ora?

BIG GENERATOR (Atlantic, 1987)

Anderson – voce; Squire – basso; Tony Kaye – tastiere; Alan White – batteria; Trevor Rabin – chitarre.

Ci vogliono quattro anni per pubblicare il successore di 90125. Quattro anni travagliati in cui Rabin disconosce Horn, si impossessa del progetto e, tra un dissapore e l’altro (Horn vs Rabin vs Anderson), partorisce questo strano oggetto, fondamentalmente AOR con qualche singolare ritorno – diremmo quasi concettuale – all’era pre-90125. I singoli sono buoni rockettoni da FM (Rythm of love, Love will find a way), ci sono ottime yessongs mutanti come la “pulitissima” e melodicissima Final Eyes o il crescendo prog-latineggiante di Jacaranda, ma il pezzo da 90 sono i 7 minuti di Shoot high aim low. Un capolavoro pop-rock-prog metamorfico, con andamento sinuoso, costellato di continue sorprese sonore e strumentali, iperprodotto, baciato da un ritornello proiettato nell’empireo e da una progressione irresistibile, con stop&go fluidi ed educate esplosioni musicali. Chiude il disco, nell’imbarazzo generale, la andersoniana Holy lamb – song for harmonic convergence, composta dal Nostro per il primo grande raduno New Age della storia (sic). Vabbè.

ANDERSON, BRUFORD, WAKEMAN, HOWE (Arista, 1989)

Anderson – voce; Wakeman – tastiere; Bruford – batteria; Howe – chitarre; Tony Levin – basso.

Come da titolo. Gli Yes sono alle prese con litigi furibondi e beghe legali sulla paternità del nome, Anderson, Bruford, Wakeman e Howe – con Tony Levin al basso - decidono di fare “il nuovo disco degli yes” senza chiamarsi Yes. L’intento evidente è rispolverare gli Yes progressivi per accattivarsi le simpatie dei vecchi fan traditi dalle ultime sortite dei loro (ex?) beniamini. Pezzi tri- o tetra-partiti, lunghezze tra i 9 e i 10 minuti, temi che tornano e si rincorrono (il primo pezzo si chiama Themes…). Senza dimenticare la copertina di Roger Dean, riconoscibilissima ma assai più complessa e realistica del solito. L’operazione è meno banale di quello che sembra perché in realtà il risultato non suona così “classico”. In parte è una questione di suoni, certo, ma anche da un punto di vista compositivo le sopracitate suites mancano di quelle spigolosità e ruvidezze degli Yes, appunto, classici. Sembrano pezzi pop ultramelodici passati in un frullatore progressivo, allungati con qualche aroma 70s. Il pezzo migliore è sicuramente Quartet, acustico e delicato calderone autocitazionista, mentre prossimo all’inascoltabile è Order of the universe, che tenta la strada dell’hard rock con risultati a tratti imbarazzanti (Anderson che fa “l’aggressivo” è completamente fuori). Assai meglio il singolo Brother of mine, le parentesi piano e voce (The meeting, scolasticamente riuscita) e quella Let’s pretend finale che altro non è che un’incursione del duo Jon and Vangelis, perfetti per lasciare un retrogusto “dolce”, comunque la si voglia mettere. Diciamo infine che con gli ’80 agli sgoccioli, Wakeman sembra essersi assestato su sonorità inoffensive mentre quello uscito peggio dalla prova del tempo è decisamente Bruford, che esagera con batterie elettroniche invecchiate malissimo.

 

UNION (Arista, 1991)

Anderson – voce; Squire – basso; Tony Kaye – tastiere; Alan White – batteria; Trevor Rabin – chitarre; Steve Howe – chitarre; Bill Bruford – batteria; Rick Wakeman – tastiere; Tony Levin – basso.

Separati in casa Yes, gli ABWH sono alle prese con la registrazione del secondo album mentre “gli altri” (Squire, Rabin, White, Kaye) stanno lavorando sul nuovo disco degli Yes (i diritti sul nome li ha Squire). Com’è come non è, i due blocchi si riavvicinano e decidono di pubblicare un unico album, nominalmente prodotto da tale Jonathan Elias ma nel quale mettono le mani un sacco di figuri più o meno loschi, con intenti squisitamente commerciali. Il disco è dunque l’Union-e dei pezzi già composti autonomamente dalle due distinte formazioni, in qualche modo amalgamate dalle voci di Anderson e Squire che si prestano ai rispettivi “avversari”. Il risultato è un calderone disomogeneo, nel quale spiccano i pezzi di Rabin che, almeno, seguono una direzione precisa e paiono i più quadrati e funzionanti del lotto (Lift me up, Saving my heart e soprattutto Miracle of life, ottimo AOR progressive-izzato da autoradio su auto-nerd). I pezzi ABWH, invece, suonano anodini e, con l’eccezione della decente I would have waited forever, scivolano via senza lasciare la minima traccia. Segue un tour autocelebrativo, con tutti gli otto componenti delle due formazioni insieme on stage. Esiti altalenanti, sul palco si alternano alcuni buoni momenti, dissapori e occhiatacce. Ma l’operazione è la solita stranezza Yes, dalla quale è difficile stabilire come i nostri riusciranno a uscire.

TALK (Victory, 1994)

Anderson – voce; Squire – basso; Tony Kaye – tastiere; Alan White – batteria; Trevor Rabin – chitarre.

Ne escono con Talk, Yes in formazione 90125 con Rabin padre-padrone che co-scrive tutti i pezzi, se li arrangia e se li produce. Da un punto di vista tecnico, gli Yes tentano la strada della modernità, con suoni salvati su hard disk e “trattati” al computer, per un risultato dal feeling sintetico ma non fastidioso, innaturalmente pulito. E’ uno dei dischi più bistrattati del gruppo, ed ebbe scarsi esiti commerciali. In effetti è la solita rabin-ata pullulante di melodie stucchevoli e troppe banalità ma ha anche qualche (modesto) guizzo. Quando la situazione sembra irrecuperabile (l’insostenibile I am waiting), le tracce cambiano mood e affiorano complicazioni armoniche e strumentali che movimentano la faccenda. Chiude il disco Endless dream, nientepopodimeno che una suite tripartita da 15 minuti abbondanti, firmata Rabin-Anderson, ma che non somiglia molto alle yessuites anni ’70. Rabin ci prova, in realtà, ma l’impressione è che allunghi semplicemente il brodo del suo tipico songwriting con intermezzi strumentali un po’ avulsi dal contesto. Bisogna sapersi accontentare…

 

OPEN YOUR EYES (Eagle, 1997)

Anderson – voce; Squire – basso; Billy Sherwood – tastiere, chitarre; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

Dopo Talk, Rabin lascia definitivamente il gruppo e gli Yes tornano in formazione classica, con Howe e Wakeman di nuovo della partita. Pubblicano due doppi Live (Keys to ascension 1&2) nei quali figurano però anche degli inediti registrati in studio. Si tratta di materiale smaccatamente rétro, quasi un’operazione filologica di recupero della yessitudine dei primi ’70 (That, That is, Mind Drive) alternata a episodi più pop e free. Ne emerge un quadro comunque positivo, un gruppo senza affanni ed ansie, ancora integro (le esecuzioni Live sono dell’ottimo antiquariato), che dà l’impressione di fare quello che gli va. L’idillio però dura poco, nuove tempeste all’orizzonte, gli Yes si sfaldano e Squire avvia un progetto con Billy Sherwood (Conspiracy). Poi, per quelle vie traverse e misteriose che attraversano tutta la carriera del gruppo, gli Yes si riuniscono e sfornano questo Open your eyes, composto in gran parte proprio dai pezzi di Squire e Sherwood che “prende il posto” di Wakeman ma che è più chitarrista che tastierista e ruba un po’ la scena allo stesso Howe. E’ un disco strano. Per certi versi accostabile agli Yes di Rabin, ma Rabin non c’è, con un tastierismo inedito e uno Steve Howe che non sembra lui. Di fatto, è uno degli Yes Album(s) più eccentrici e inclassificabili, caratterizzato da un’iperproduzione sintetica non lontana da quella di Talk, epurato da qualunque rigurgito 70’s, con certe saturazioni sonore che ricordano perfino Apple Venus vol. 2, degli XTC. Boh?

 

THE LADDER (Eagle, 1999)

Anderson – voce; Squire – basso; Billy Sherwood – chitarre; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre; Igor Khoroshev – tastiere.

La stessa formazione di Open your eyes (più Khoroshev, che però aveva già suonato come ospite nel disco precedente) registra un altro album, questo The Ladder, che però non somiglia molto al suo predecessore. Gli Yes sono un gruppo strano. La copertina sovrappone una classica immagine di Roger Dean al nuovo logo (sempre di Dean) coniato per la raccolta YesYears. Si torna decisamente al passato, con pezzi dal minutaggio generoso (Homeworld, New Language), il chitarrismo di Howe tornato in sé, influenze latinoamericane già apprezzate in Big Generator, autocitazioni letterali (Can I è il vero e proprio seguito della We have haven di Fragile), terrificanti derive poppeggianti (To be alive) e il solito finale andersoniano buono per tutti i palati o quasi (Nine Voices). Alle tastiere abbiamo Igor Khoroshev, imitazione russa di Rick Wakeman nonché, si dice, molestatore di ragazze nel backstage dei concerti. Produce il vecchio marpione hard rocker Bruce Fairbairn (AC/DC, Bon Jovi, Aerosmith, Kiss, Poison, insomma ci siamo capiti) che muore nel sonno a registrazioni quasi concluse. Disco comunque interlocutorio, che non lascia traccia nei curi dei fans e non si presta a ipotesi interpretative sul possibile futuro dei gloriosi Yes.

 

MAGNIFICATION (Eagle, 2001)

Anderson – voce; Squire – basso; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

And then there were four. Anderson, Howe, Squire e White, senza tastierista, ci riprovano con l’orchestra. 30 anni dopo Time and a word. Si può temere legittimamente il peggio ma la partitura di Larry Groupé è pomposa il giusto e sostanzialmente “al servizio” delle composizioni del gruppo. C’è qualche pop-pata un po’ così (Don’t go), i soliti eccessi di zucchero (Soft as a dove) ma pezzi come la title track, o la suite In the presence of sembrano davvero recuperare la magnificenza di un tempo e perfino una certa creatività in fase compositiva. Quel che è certo è che i fans apprezzano e sono d’accordo nel decretare un vero(simile) ritorno alle origini. Gli Yes sono ovviamente bolliti, su quello non ci piove, ma la maionese è di qualità. Futuro, come sempre, incerto.

FLY FROM HERE (Frontiers, 2011)

Benoit David – voce; Squire – basso; Geoff Downes – tastiere; Alan White – batteria; Steve Howe – chitarre.

10 anni. Passano 10 anni prima che quel che resta degli Yes pubblichi un nuovo album. Nel frattempo la band attraversa vicende decisamente tragicomiche. Anderson ha problemi di salute e lascia (o è costretto a lasciare) il gruppo, Squire e soci se ne fanno rapidamente una ragione e lo sostituiscono con la sua installazione minima – o banale imitatore – tale Benoit David, cantante di una cover band canadese degli Yes (sic), che in effetti canta parecchio “alla Anderson”. Che io sappia, era dai tempi della sostituzione di Rob Halford dei Judas Priest col cover-bander Ripper Owens che non si verificava un evento così increscioso nel panorama musicale. Ma gli Yes sono pieni di sorprese e, con encomiabile sprezzo del ridicolo, alle tastiere assoldano la copia geneticamente certificata di Rick Wakeman, il figlio Oliver, che però suona parecchio peggio del padre. Siamo decisamente sconfinati nel patetico propriamente detto. Questi Yes a mezzo servizio vanno avanti anni con un’attività live che ce li mostra in tutta la loro ineludibile senilità (Howe, Squire, White), imperizia (Oliver Wakeman) o anonimia (Benoit David). E sovente strapazzano i classici del gruppo con esecuzioni approssimative, non esattamente a metronomo. Ma in qualche modo, gli Yes riescono sempre a stupire. Nel bene e nel male. Perché, insomma, chi si sarebbe mai aspettato un ritorno di Trevor Horn? Questo produttore scafato, già Buggles e Art of noise,  che nei 30 anni dal dopo Drama ha prodotto Frankie goes to Hollywood, Grace Jones, Pet Shop Boys, Seal, Robbie Williams, Rod Stewart, t.A.T.u, John Legend, Belle and Sebastian e mooolto altro, torna a perdere tempo con questi poco presentabili Yes, nel 2011?!? Yes! Con Geoff Downes, l’altro ex Buggles ex YesDrama, alle tastiere al posto di Oliver Wakeman, si riformano (quasi) gli Yes di Drama e sfornano un nuovo album per la Frontiers di Napoli (!), etichetta specializzata nel Metal (!!). Fly from here. Copertina di Roger Dean che (auto)cita proprio quella di Drama (l’inconfondibile pantera nera, gli uccelli, i colori), sei pezzi nuovi con, in apertura, una suite esapartita di quasi 25 minuti. Partiamo da lì.

Ci si aspetterebbe un (tentativo di) grande ritorno degli Yes alle suites tipo Close to the edge o Tales from topographic oceans. In effetti è un “tentativo di”, intenzionale, innaturale, apparentemente studiato per stuzzicare l’immaginario dei fans di vecchia data (o dei neoproggers). Ma ci si accorge subito che qualcosa non va. Intanto, chi ha buona memoria si ricorda che il pezzo ha una sua storia, risale al periodo Horn-Downes pre-Drama e proprio nel tour di Drama fu anche eseguito dal vivo (lo si può ascoltare nel triplo The world is live). E non era esattamente un bel sentire. I Buggles che provano ad approcciare lo YesStyle suonavano un po’ fuori contesto, con un impianto melodico piuttosto piatto, poco progressivo e dilatazioni strumentali prive di contesto e costrutto. E il pezzo durava 9 minuti. Ora ne dura 25. In realtà qualche aggiunta non è disprezzabile (l’Overture, il prefinale di Bump ride, scritta da Howe), ma il risultato, da qualunque parte lo si guardi, suona come un tentativo sfuocato e un po’ insincero. Per tacere di alcuni momenti insostenibili, come l’attacco del finalone epico di We can fly reprise, con un tastierone fanfaroso in grado di imbarazzare qualunque tipologia di ascoltatore. Ma poi arriva The man you always wanted me to be (a firma Squire, Johnson, Sessler), e si ritrova un po’ di serenità. In realtà siamo alla fiera dell’anonimato ma sono 5:07 gradevolmente e anacronisticamente pop, scanditi dall’acustica di Howe e dalla voce di Squire, con qualche nostalgico ricamo elettrico dello stesso Howe, un ritornello catchy e un finale che sembra virare su ipotesi di sentieri progressivi abbandonati forse troppo presto. Ma ripresi nella successiva Life on a film set, di nuovo a firma Horn-Downes, con una linea melodica nuovamente poco convincente, ma col momento più Yes dell’intero lavoro, quando al minuto 2 il pezzo è preso per mano da un riff acustico stoppato di Howe, David diventa Anderson senza imitarlo (sentire la pronuncia di “sky”) e le tastiere di Downes suonano datate senza infondere la minima tristezza. La successiva Hour of need è una simpatica canzonetta firmata Howe, tre minuti melodici e disimpegnati con un’altra azzeccata incursione tastieristica di Downes. Segue l’anonima Solitaire, un solo acustico di Howe che vorrebbe linkarsi alle classiche Clap e Mood for a day ma che lascia un po’ il tempo che trova. Però i nostri chiudono in bellezza – o qualcosa di simile – con la canzone più Drama-tica dell’intero lavoro, la “collettiva” Into the storm. Un piccolo Yes-bignami con ottimi intrecci strumentali, il basso di Squire sugli scudi e un senso di pienezza che, tra cambi di mood e accelerazioni, culmina in un solo di Howe per poi chiosare su un “we can fly from here” che idealmente sigilla il disco con un rimando molto prog alla Fly from here iniziale. Ora, inutile girarci intorno o scendere nei dettagli, il disco è ovviamente privo di senso, un anacronismo pensato e suonato da vecchi anacronismi antropomorfi, ma sospettiamo che Trevor Horn abbia tirato fuori da una situazione di morte clinica il meglio che gli Yes potessero offrire, qui e ora. Non è poco. A noi YesFans, diciamocela tutta, basta e avanza. E, non vogliateci troppo male, attendiamo sviluppi.

Gianluca   Pelleschi
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