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VIDEO DELL'ANNO 2017/1

Prima parte: per categorie

Nell’anno che vede Despacito stracciare, dopo anni di dominio, il primato di Psy (da registrare il breve interregno di Wiz Khalifa) e Shape on You di Ed Sheeran già annusare il secondo posto tra i video più cliccati della storia breve di YouTube, uno sguardo al solito parziale, molto idiosincratico e più catalogativo del solito sulla stagione videomusicale.
Per alcuni video rinvio anche alle relative trattazioni contenute nella rubrica Videostar su Film Tv.
Buone visioni.


VIDEO PERFORMANCE

Thunder (Imagine Dragons)
diretto da Joseph Kahn
Neokolossalismo (gli anni 10 di Kahn come i 90) e solita magia del regista (rendere melodico il visivo): bianco e nero per arricchire la texture ed esaltare la tridimensionalità delle architetture di Dubai, performance mimetica, narrazione in trasparenza, coreografia (Aaron Sillis). Come scrivevo su Videostar (Film TV n. 22/ 2017) «Pochi videomaker penetrano così profondamente la struttura musicale, fino a eliminare ogni mediazione tra l’esibizione e l’emozione di chi guarda e ascolta. Pensiamo al momento sublime (2’ 24’’) in cui il montaggio richiama una percussione che ci si aspetta e che in quel passaggio manca: non la si ascolta, dunque, ma, prodigio, è come se risuonasse comunque». Maestro.

The Way You Used To Do (Queens Of The Stone Age)
diretto da Jonas Åkerlund
A proposito di vecchia scuola: ecco un altro maestro che non si arrende e pensa ancora che sia il caso di dispensare energia, inventiva e divertimento giocando col caro vecchio trucco delle esibizioni a scatole cinesi. E sfruttando al massimo la faccia di bronzo e il fisico sfatto di Josh Homme.

Bon Appétit (Katy Perry)
diretto da Dent De Cuir
The Cook, The Thief, Katy Perry & Her Lover.

On + Off (Maggie Rogers)
diretto da Zia Anger
Zia Anger continua a esplorare le possibilità di un video performance tutto al femminile che partendo dalla tradizione (la coreografia, le situazioni evocate con una scenografia semplicissima), la reinventi e ci ragioni (il set svelato). Il tutto con una fluidità e con una freschezza che sono al totale servizio del brano musicale.
Della regista quest’anno anche No Coffee (Amber Coffin) e Siphon (Zola Jesus).

Younger Now (Miley Cyrus)
diretto da Diane Martel
Al di là del messaggio (la valorizzazione delle differenze, il rifiuto delle patinature, il ribellarsi alla schiavitù dell’estetizzazione) quello che colpisce è la varietà dei contesti scenografici e dei riferimenti culturali. Il succo profondamente americano che ne deriva.

New York (St. Vincent)
diretto da Alex Da Corte
Rappresentazione stilizzata e fantasiosa di New York, in salsa femminista, concepita dall’artista visivo Alex Da Corte per Annie Clark: trionfo di set-tableau dominati dai colori pastello e oggettistica di modernariato, viaggio pop attraverso diversi prototipi di femminilità (hairdo + outfit). Quadri frontali studiati al dettaglio, con la solita St. Vincent statica, parte integrante dell’immobile rappresentazione con la camera ad allargare o a stringere. Algido e d’impatto, laddove l’insistenza stilistica di Los Ageless (immobilità, cromatismo primario, set evidenti) e la ripetitività delle situazioni (con citazionismi vari - da Terry Gilliam a Steven Meisel -) diventa stucchevole (lì dirige Willo Perron).

J-Boy (Phoenix)
diretto da Warren Fu
Un performativo che nasconde un concetto, visto che l’esibizione della band si inscrive - VCR in agguato - all’interno di un finto programma di una tv libera italiana d’antan, ricostruito con filologico rigore.
Il gruppo francese non sbaglia niente in questo trend italiano: dal found footage (finto) assemblato da Dodi El Sherbini in Goodbye Soleil, al lyric di Ti Amo, la sua estensione nella versione targata Blogoteque (il pianosequenza diretto da Colin Solal Cardo e girato al Teatro Bibiena di Mantova), fino al college vintage italo francese del video ufficiale del pezzo suddetto, diretto da Wiissa (Wilson Philippe e Vanessa Hollander). Chapeau.

Told You So (Miguel)
diretto da Karim Huu Do
Esibizione nel deserto (irresistibile), con razzi che partono e squarciano come glitch lo schermo: il sottotesto (i tumulti) è nelle immagini di repertorio.

Like a Woman (Kacy Hill)
diretto da J.A.C.K.
Viaggio in forma di danza nelle fantasie masturbatorie della protagonista. La cura scenografica e lo stile visivo del collettivo francese si confermano nel successivo Hard To Love che sembra il Pillow Book greenawayano in salsa sadomaso. Trasgressione troppo calcolata (e castigata) perché ci si creda.

(No One Knows Me) Like The Piano (Sampha)
diretto da Jamie-James Medina
Intensa interpretazione di Sampha e presenza poetica della modella e attivista Adwoa Aboah, la donna di sabbia.
Anche in versione 360º, modalità oramai di uso corrente. Ma davvero ci interessa operare col mouse e guardare l’ambiente circostante mentre il video procede? Non agganciare alcun senso a un ritrovato tecnico non finisce con l’essere un innocuo giochino?

Sign of the Times (Harry Styles)
diretto da Alan Smithee
Il debutto video dello Styles solista è all’insegna del ripudio: Yoann Lemoine ritira la sua firma. Ragioni non dichiarate, ma la mancanza del suo tratto distintivo lascia immaginare la ragione. Eppure la semplicità dell’impianto visivo esalta la forza del pezzo e il video giustifica tutti i suoi milioni di view.

It Takes Two (Carly Rae Jepsen & Lil Yachty)
diretto da Roman Coppola
Post post-Gondry

Serenading In The Trenches (Sondre Lerche)
diretto da Evan Savitt
Eterogay: tutti video strampalati quelli dell’ultimo Sondre, una videografia deviata.

Tyrant (Kali Uchis feat. Jorja Smith)
diretto da Helmi
Il performativo interessa molto al regista francese quest’anno (i dreadlocks che si inerpicano come serpenti sul corpo di Kelela in Blue Light).

Lights Out (Royal Blood)
diretto da The Sacred Egg
Vengono fuori dalle fottute pareti.

VIDEO NARRATIVO

Golden Light (Blonde Redhead)
diretto da Virgilio Villoresi
Onirismi predigitali che parlano di un amore simbiotico, che può anche essere quello tra Villoresi e la sua arte-vita: VV è sempre il demiurgo che muove le fila, colui che sceglie una tecnica (in questo caso la RGB) e la applica dichiarando di applicarla, mostrandola al lavoro. Narrazione e teoria si muovono sulla strada dello stesso intimo incantesimo.

The Alien (Manchester Orchestra)
diretto da Mark Dempsey
La dispersione delle ceneri della madre, nella casa in cui la donna si è suicidata, porta la figlia a ripercorrere i ricordi dell’infanzia. Il nastro all’indietro, che è un espediente abusato in molti narrativi, in questo caso viene utilizzato in una chiave visionaria e intimista, a restituire sia l’evento ferale che segna il presente, sia la ferita interiore proveniente dal passato.

Doomed (Moses Sumney)
diretto da Allie Avital
È qualche anno che Allie Avital propone un discorso videomusicale poetico e personale riconoscibile e Doomed è, a oggi, il suo risultato più alto perché ne condensa magicamente le coordinate: da un lato un forte impatto visivo, dall’altro il suo aggancio a una storia sottintesa, allusa, aspetti che si fondono e trionfano in un abbacinante, angoscioso finale.

I Love You More Than You Love Yourself (Austra)
diretto da M. Blash
In forma di poetico thriller la storia vera dell’astronauta Lisa Nowak che tentò di rapire e uccidere la donna che pensava insidiasse l’uomo di cui era innamorata. Uno dei video più sottovalutati dell’anno.

Signora (Edda)
diretto da Fabio Capalbo
Nei videoclip di Capalbo tutto diparte da uno sguardo che, processando il quotidiano, detta la prospettiva della rappresentazione, fa intuire la narrazione, impone i simboli su cui si regge la messa in scena.

Tic Tac Toe (Django Django)
diretto da John Maclean
Collaborazione ormai storica quella con Maclean (e tutta in famiglia - con la Beta Band che benedice dall’aldilà dei gruppi spirati -) per un lieve ricamo britannico, minimale, centratissimo, senza pause. Tra i loro migliori (e si sa che non ne sbagliano uno).
Fotografia di Robbie Ryan, mica cotica.

Bad Liar (Selena Gomez)
diretto da Jesse Peretz
Il linguaggio diretto degli anni Settanta: sogni, bisogni e, soprattutto, desideri, tutti impersonati da Selena.

Wishing Girl (Lola Marsh)
diretto da Gal Muggia
L’anno scorso, in coppia con Vanya Heymann aveva messo a segno il colpaccio Up&Up, amato da chiunque e premiato ovunque. Quest’anno firma da solo questo capriccio che, meno piacione del precedente, riesce ad agganciare l’idea visiva a una costruzione solida e a una narrativa ben congegnata, in cui anche la performance si inquadra con coerenza al complesso del lavoro, giocando col motivo delle figure circolare, oscillando tra dentro e fuori, fatti e osservazione degli stessi. La vita allora è un cerchio che si chiude e lo si dice, sembra, con disincanto. Ma l’inquietudine è dietro l’angolo e si fa dubbio cosmico, mentre il dolore è certezza tutta terrena.

Up All Night (Beck)
diretto da CANADA
CANADA è stata una delle realtà videomusicali più fulgenti (e influenti) dell’ultimo decennio: che peccato vedere il collettivo consacrarsi a clip inattaccabili, di algida perfezione, in cui l’irriverenza primaria è narcotizzata e l’esplosiva creatività visiva imbalsamata in figurazioni patinate e ammiccanti.
RIP.

Somos Anormales (Residente)
diretto da Residente
Nella provocatoria metafora (sembriamo diversi, ma veniamo tutti dalla stessa grande vulva - quella di mamma Africa -, anche se ci combattiamo per ragioni futili) si offre una rivisitazione personale dell’evoluzione umana e sociale. Irriverente, citazionista (la vagina gigante di Parla con lei), sanamente disturbante (explicit!).
Da René Pérez (ex leader di Calle 13), con John Leguizamo.

I Love You (Axwell /\ Ingrosso)
diretto da Colin Tilley
Noir e mélo a tinte softcore.

Words Hurt (Naive New Beaters)
diretto da Romain Chassaing
Tra gli interattivi più lavorati dell’anno. Labirinto di 47 storie alternative. Per chi ama il genere e ha un sacco di tempo a disposizione.



VIDEO CONCETTUALE

Wycleaf Jean (Young Thug)
diretto da Ryan Staake
Metaclip che dichiara le sue origini, dal punto di vista del suo artefice (il regista che parla in didascalia) e dell’artista che propone soluzioni (la sua voce fuori campo). Come in Funk Squaredance dei Phoenix, diretto da Roman Coppola (precedente imprescindibile che si esauriva in una divagazione) le possibilità che vengono esposte si traducono in immagini e il video si compone delle ipotesi che fioriscono attorno a esso. In questo caso l’assenza accidentale di Young Thug durante le riprese (Staake dichiara di non averlo incontrato) determina la prospettiva di lavorazione, caratterizza il concept e lo segna. Così al tournage del regista si associa il girato dello stesso artista, laddove la totale riconsiderazione di quanto ideato e realizzato, costituisce la cornice che contiene e giustifica ciascun passaggio.
Tre premi agli UKMVA, tra cui Music Video of the Year.

Pleasure (Justice)
diretto da Alexandre Courtès
L’amplesso è spaziale, i corpi mutanti, l’orgasmo esplosivo. E il finale sardonicamente kubrickiano. Ecco l’Alexandre Courtès che ci piace di più: flusso tutto visivo, pieno di idee, esplicito, ironico.

The Sunshine (Manchester Orchestra)
diretto da DANIELS
L’accoppiata d’oro (Simple Math resta uno dei più bei video del nuovo millennio) si ripropone: è una piccola cosa e il giochino anche già visto. Ma funziona a meraviglia se per tutta la durata del clip non è tenerezza quella che percepiamo, ma vero, reale disagio.

Kolshik (Leningrad)
diretto da Ilya Naishuller
Ilya Viktorovich Naishuller, regista del lungometraggio Hardcore!, dopo l’inverosimile pianosequenza di False Alarm per The Weeknd e la mirabolante soggettiva di Bad Motherfucker dei Biting Elbows, sforna un nuovo video-exploit che lascia a bocca aperta.
Miglior video a Camerimage 2017.

Dis Generation (A Tribe Called Quest)
diretto da Hiro Murai
Murai mostra quelle che sono le sue radici (il concettuale anni 90). Quindi Gondry quando guarda a Zbigniew Rybczyński (regista citatissimo da sempre - quest’anno anche nel notevole Don’t Go to Anacita dei Protomartyr, diretto da Yoonha Park -).

Burning Star (Their Names)
diretto da Romain Laurent
Viaggio nella galassia del desiderio maschile, pianeti che sono sederi, seni, pubi su cui atterrare. Affondare. Soffocare. Il Sesso certo, ma poi appare La Donna ed è l’Amore la cosa che fa piangere.
Divertente, un filo moralista.

Full Body Mirror (So Much Light)
diretto da Jane Qian
In giro si producono piccole adorabili cose con quattro soldi e tante idee.

My Willing Heart (James Blake)
diretto da Anne Rose Holmer
Trionfo formalista: ralenti, più bianco e nero, più immagini subacquee. Più Natalie Portman incinta centro nevralgico che esaurisce il discorso. James Blake, una videografia impeccabile, cede alle lusinghe di un video-star che ha il fascino, ma anche tutti i limiti, dell’operazione.

Go Up (Cassius)
diretto da Alexandre Courtès
Osannatissimo alla sua uscita, oggi chi se lo ricorda? Divertente, sterile.

Mourning Sound (Grizzly Bear)
diretto da Beatrice Pegard
Se i Grizzly Bear vantano una videografia di prim’ordine è perché da sempre lasciano piena libertà ai registi (si parla di maestri come Encyclopedia Pictura e Patrick Daughters e di talenti come Sean Pecknold e Emily Kai Bock) che si lasciano ispirare da musica e parole dandone la loro personale interpretazione.
Beatrice Pegard nei suoi pochi lavori ha evidenziato una poetica impregnata di suggestioni riconoscibilissime (CANADA, in primo luogo, dunque gli anni 70), ma che riesce a creare comunque un universo personale, tutto femminile: qui, parlando per simboli, si oggettivizza ironicamente il maschio e si inscena la rivincita di una donna (la sposa delusa). Lo si fa con leggerezza, con politicità sottile (il miscuglio di razze), con una serie di figure significative (quasi un catalogo di tipologie: si apprezzino nel dettaglio i riferimenti a epoche differenti) e con un pizzico di coreografia (citazionista anch’essa) che va a sdrammatizzare la pomposa ritualistica femminista.

VIDEO ANIMAZIONE

Brutale raffica di titoli (nella folla di proposte) a testimoniare del modo in cui l’animazione, in ogni sua forma, nella videomusica continua ad attraversare generi e a sperimentare incessantemente (quest'anno abbiamo celebrato il binomio in un'apposita sezione del festival Fantasmagorie).
Con un cuore in più per il podio: la desolante ironia postapocalittica della stop motion del maestro Chris Hopewell, l'unico video del ciclo 4:44 di Jay-Z d'indiscutibile valore (il resto, fatta eccezione per Marcy Me dei Safdie, naviga a metà strada tra ammirazione teorica e riserve fortissime) e il collage di Winston Hacking per Flying Lotus.

Things It Would Have Been Helpful To Know Before The Revolution... (Father John Misty
diretto da Chris Hopewell

The Story of O.J. (Jay-Z)
diretto da Mark Romanek & JAY-Z

Post Requisite (Flying Lotus) 
diretto da Winston Hacking

Do It, Try It (M83)
diretto da David Wilson

Lost at Sea (Danielle Fricke)
diretto da that one guy

All I Can Think About Is You (Coldplay)
diretto da I Saw John First

western kids (Hippo Campus)
diretto da Najeeb Tarazi

Waffle House (Snails & Botnek)
diretto da Ernest Desumbila

Soul and Cigarette (Daniele Luppi & Parquet Courts)
diretto da Daniele Luppi

Rocket Man (Elton John)
diretto da Majid Adin & Stephen McNally

Red Rainbow (Kaada/Patton)
diretto da Rune Spaans

Stained Glass (Real Estate)
diretto da Craig Allen

Perfect World (Katie Melua)
diretto da Karni & Saul

Subways (The Avalanches)
diretto da Mrzyk & Moriceau

Ho Ho Ho (Sia)
diretto da Lior Molcho

Ma Mama (Toto Bona Lokua) 
diretto da Katy Wang

VIDEO CON COREOGRAFIA

Solo meraviglie e una prima cinquina stellare.

Century (Feist)
diretto da Scott Cudmore

New Rules (Dua Lipa)
diretto da Henry Scholfield

I Will Fall For You (Sidi Larbi Cherkaoui & Woodkid)
diretto da Sidi Larbi Cherkaoui & Yoann Lemoine

Fool's Errand (Fleet Foxes)
diretto da Sean Pecknold

De Plata (Rosalía)
diretto da MANSON

Coeur Croisé (POLO & PAN)
diretto da Pablo Maestres

Hurricane (Drines Club)
diretto da Daniel Brereton

Can’t Do (Everything Everything)
diretto da Holly Blake

Free Me (Sia)
diretto da Blake Martin

Rainbow (Sia)
diretto da Daniel Askill

Tu Conmigo (Vitalic feat. La Bien Querida)
diretto da David Hugonot Petit & Gautier Papaours

Mountain to Move (Nick Mulvey)
diretto da David Silis

Bennie and the Jets (Elton John)
diretto da Jack Whiteley and Laura Brownhill

Carbon 7 (161) (Jlin)
diretto da Joji Koyama

COMMERCIAL

Sounds Like You (Pandora)
diretto da Michel Gondry

Senses (Lexus)
diretto da Ian Pons Jewell

Ident 1 - 2 - 3 (Channel 4)
diretti da Dougal Wilson

Free To Go. Free To Stay (giffgaff)
diretto da Sean Thompson

Back Free (Bacardi)
diretto da Keith Schofield

Go Time (Apple)
diretto da Megaforce

The Corner (Powerade)
diretto da Romain Gavras

Cinema (Old Spice)
diretto da Andreas Nilsson

Sticker Fight (Apple)
diretto da So Me

The Fragrance Gabrielle (Chanel)
diretto da Ringan Ledwidge

Growing Up - I Love You (Samsung)
diretti da Isaiah Seret

The Truth Is Hard To Find 1 - 2 (New York Times)
diretti da Darren Aronofsky

Crushed (GEICO)
diretti da Terry Timely

Jump Up, Super Star! (Nintendo)
diretto da Warren Fu

Dog Warrior (Photobox)
diretto da Los Pérez

Lock In. Let Loose (NIKE)
diretto da Adam Hashemi

Continua - La Top 20 del 2017

Luca   Pacilio
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