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VIDEO DELL'ANNO 2016/ 2

Seconda parte: top 20

# 20

Drone Bomb Me (Anohni)
diretto da Nabil

Puro, sbrigativo Nabil: atmosfera (l’art direction di Riccardo Tisci, a cui si deve anche il concept), una narrazione (condotta da Naomi Campbell, icona che presta il lip sync alla voce di Antony e piange), una coreografia (militari americani pronti a ghermire la ragazzina dal cui punto di vista tutto diparte - drone, bombardami -), leggeri tocchi in CGI.

# 19

Randy (Justice)
diretto da Thomas Jumin

L’installazione multischermo di Thomas Junin - che scompone e ricompone figure, seziona il quadro, sciorina il testo, mostra le mani dei musicisti all’opra intenti, esplode in immagini naturalistiche di telefonatissima enfasi e, soprattutto, aderisce alle caratteristiche sonore del brano, momento per momento - è stata davvero in mostra a Parigi e viene ripresa in tempo reale e in pianosequenza, alternando lenti travelling in avanti e all’indietro.
Trionfo analogico (i televisori risalgono agli anni 80) che solletica la nostalgia (il lettering d’epoca) per il consolidato revival musicale del duo francese. Lyric video, documento & documentario, sintesi di mirabile semplicità di come possa convertirsi, in modo filologicamente corretto e coerente, un brano musicale in immagini.
TV-spettacolo della memoria involontaria.

# 18

Conceptual Romance (Jenny Hval)
diretto da Zia Anger

Zia Anger non solo predilige da sempre collaborare con donne (oltre a Jenny Hval, ha un rapporto privilegiato con Angel Olsen), ma tende a mettere in scena il femminino in chiavi inaspettate e spiazzanti. Questo video coniuga luoghi horror, suggestioni surreali e favola gotica, prima sembrando prendere la strada dell’incrocio di racconti, poi deviando bruscamente sul simbolico: il risultato colpisce per intensità e forza espressiva.
Della regista nel 2016 anche l’ironia metatestuale di Your Best American Friend (Mitski), Alaska e Dog Years di Maggie Rogers (due tra  i migliori performativi dell’annata) e il malessere di Same (Julianna Barwick).

# 17

Winaloto (Tommy Cash)
diretto da Tommy Cash

Il corpo come cassa di risonanza, forma duttile, segmento di paesaggi possibili (onde di piedi, dune di cosce) o di simboli compositi. In un bicromo color carne (white prima, black poi), l’estone Tommy Cash, disturbando e incuriosendo, impone la sua cifra a forza di composizioni fisiche affascinanti, raffinatissimi tableau, trovate provocatorie e giocose (il pube che canta) che ammiccano al trash senza cedervi mai.

# 16

Warts (Hinds)
diretto da Pedro Martin-Calero

Calero, ancora prodotto da CANADA, è diventato l’interprete più affidabile e creativo della poetica delle origini della casa di produzione catalana (le citazioni di immaginari artistico-estetici riconoscibili, il surrealismo e i paradossi, l’ironia nera, i cromatismi e i giochi metatestuali godardiani) pur mantenendo la sua personalità e il suo stile (sottotesti oscuri e depressivi, geometrie esasperate, ricerca di ambiti architettonici di carattere, storyline individuabile nella massa di simboli e ammicchi). L’intesa con le Hinds (dell’anno scorso era il già incensato Garden) si addice molto alle sue invenzioni e Warts ne conferma il talento: sarebbe bello vederlo misurarsi con una grossa commissione.

#15

Óveður (Sigur Ros)
diretto da Jonas Åkerlund

Åkerlund, in gran spolvero, gratta l’apparenza, scopre una normalità mostruosa. All’inizio sembra una storia di umanità persa (una barbona alle prese con la sua crisi di disperazione alcolica), ma il video ha un’improvvisa deviazione, di marca quasi orrorifica, che apre il racconto all’enigma e allarga il campo delle interpretazioni.
Superba prova di regia per un clip disturbante che non vive dell’effettaccio poiché si affida, in prima istanza, a una narrazione dilatata, a un racconto che sa prendersi i suoi tempi e trasformare coraggiosamente il suo segno.
Coreografia di Erna Ómarsdóttir, cameo dei membri dei Sigur Rós.

# 14

It's All OK? (Princess Chelsea)
diretto da Simon Ward

Una storia d'amore in rendering: una delle visioni più straniate dell'anno culmina in in un tentativo coreografico che quasi commuove per quanto risulta innaturale, da un lato, ma, nel suo sforzo poetico, quasi umano.
Spiazza e ammalia questo video di Simon Ward, lirico e deprimente nello stesso tempo.

# 13

Move Together (Somewhere Else)
diretto da Helmi

Helmi, l’ennesimo talentaccio francese (l’amatissimo Bugatti per Tiga), ex collaboratore di Fleur & Manu (si vede), immagina l’amplesso tra due ragazzi come un vortice di sensazioni stranianti, una voragine mentale nella quale i due si perdono e fuggono dalla realtà. Porzioni dei corpi come altrettanti centri propulsivi di eccitazione, attimi che si ritagliano in dettaglio (l’apertura del preservativo), gocce di sudore che scivolano sulla pelle, mani che stringono le carni, mentre l’estasi sessuale, complici gli stupefacenti, diventa esperienza psichedelica, esplorazione di pianeti sconosciuti. Si riemerge infine e dolcemente si torna alla propria vita, nel solito quartiere alienante.
Del regista quest’anno anche Crying (Roots Manuva), straordinario racconto a metà tra sci-fi e assurdo. Finale oltre.

# 12

Tired of Talking (LÉON)
diretto da Elliott Sellers

Narrazione circolare sottotraccia, forse un evento traumatico che apre a un’allucinazione: nel mezzo una performance che viene risucchiata dai giochi visivi, tra riflessi, rifrazioni, sovrapposizioni. Costruzione elegantissima.
Dello stesso regista quest’anno da non perdere anche questo

#11

Voodoo In My Blood (Massive Attack feat. Young Fathers)
diretto da Ringan Ledwidge

Ledwidge, tra i massimi registi di commercial mondiale, propone un video ansiogeno con Rosamund Pike (invasata in un tunnel, come Isabelle Adjani in Possession di Andrzej Zulawski), ipnotizzata da una sorta di drone sferico che assume il suo controllo mentale e fisico.
Siamo tutti fantocci in balia di fascinazioni: il clip ci penetra l’occhio, come l’ago che sottomette la volontà della protagonista.
Miglior video musicale al Camerimage 2016.

# 10

I Need a Forest Fire (James Blake feat. Bon Iver)
diretto da UVA

È un’installazione quella ripresa da Matt Clark, con la collaborazione di Chris Davenport, per la sua United Visual Artist - progetto artistico di stanza a Londra, specializzato in artwork che si muovono tra realtà ed esperienze sintetiche (quest’anno ha concepito l’allestimento del live dei Massive Attack, oltre a quello dello stesso Blake) -, la documentazione filmata dei giochi di proiezione e degli effetti luministici e tridimensionali ottenuti sulle sculture di Emma Winter: una natura mummificata che piano piano prende vita. Un clip di fascino anomalo, che gioca con l’illusione ottica e conferma la propensione della videografia di Blake a evitare l’ovvio e ad arricchirsi di lavori avanguardistici e inetichettabili.

# 9

Night Owl (Metronomy)
diretto da Quentin Dupieux

Che bravi i Metronomy: da anni non sbagliano un video. La loro campagna è cominiciata con questo clip di Dawn Shadforth, ed è proseguita con Night Owl, in cui si scontrano realtà e apparenza: nell’idillio con la Morte dell’ozioso bon vivant l’omicidio diventa, via surreale manichino, un evento di fiction replicabile all’infinito. Gioco di possibilità e allegro vaneggiamento, perverso, un po’ malato: tra cervelli che strisciano e molli atmosfere vacanziere, l’obiettivo primario è disorientare e rendere quel disorientamento riconoscibile, pienamente autoriale (di Dupieux da non perdere quest’anno anche il nichilismo del promo all’intero disco dell’alter ego Mr Oizo, All Wet: nella sua strafottente rinunciarietà un capolavoro).
Del gruppo va segnalato anche Hang Me Out To Dry diretto da Dent de Cuir: sulle superfici dell’automobile che è stata teatro della nascita e della fine di un amore, prendono vita i riflessi dei ricordi della protagonista e i fantasmi del tradimento subito; alla fine tutto si esorcizza col fuoco. Narrazione, sì visionaria, ma di classica struggenza, primo lavoro “canonico” del duo franco-canadese Dent de Cuir dopo le sperimentazioni sui desktop video in cui si mescolava estetica bassa, found footage e applicazioni internettari, organizzandoli in un senso spiazzante (i tre clip per The Shoes, solo come esempio).

# 8

Nikes (Frank Ocean)
diretto da Tyrone Lebon

La vivida ritrattistica del fotografo e regista Tyrone Lebon, i suoi scatti pittorici e sporchi, il fulgido senso della composizione scartano il glamour e immergono Nikes in una narrazione enigmatica, dominata dal doppio Ocean (I got two versions): maschile/ femminile, attore/ performer, con voce naturale/ distorta , con glitter sul volto e senza (dunque reale e virtuale - il suo nickname su Twitter: arealglitterboy -) e soprattutto dalla categorica alternativa vuoto godimento (le notti brave) / duro patimento (l'autoimmolazione). Flusso di coscienza immaginifico, con riferimenti iconici e testuali vari: i petali di rosa che inondano il corpo della ragazza di American Beauty sostituiti dalle banconote, un suicidio di massa della setta Heaven’s Gate i cui membri calzavano Nike nere e i cui corpi furono coperti da drappi porpora, l'omicidio del giovane Trayvon Martin, le morti premature di A$AP Yams e Pimp C eccetera eccetera.
È l’estetica di Tumblr: belle immagini accostate secondo una logica puramente impressionista. Prendere o lasciare.

# 7

Daydreaming (Radiohead)
diretto da Paul Thomas Anderson

Nel miglior videoclip mai girato da Paul Thomas Anderson, Thom Yorke, prigioniero del suo sogno, apre porte su porte che conducono ad ambienti diversi. Il finale pare dirci che lui è un homeless, che vaga invisibile (anche metaforicamente) a chiunque.
Ma è un clip volutamente ambiguo, non a caso divenuto oggetto di sfrenata interpretazione da parte dei fan che hanno scandagliato ogni fotogramma considerando i soggetti coinvolti, gli arredi, i quadri, gli oggetti presenti e le situazioni in atto. Le ipotesi più accreditate parlano di una rappresentazione simbolica della separazione tra Yorke e la sua compagna (scomparsa, dopo lunga malattia, proprio nel dicembre 2016): le porte sono 23 come gli anni della relazione, i contesti e circostanze potrebbero essere altrettante rivisitazioni di momenti della loro vita in comune -la ricorrenza di madri con bambini -; l’ultima scena del video (nella caverna) vede Yorke pronunciare due frasi in reverse (Half of my life, Half of my love) che confermerebbero la lettura sentimentale, a cui si aggiunge quella di un itinerario all’interno del passato grafico della band. Più altre mille possibilità.
Non importa quanto ci sia di vero, ma è questo che un video deve fare: sollecitare letture, suscitare passioni, essere rivisto.

# 6

Shock Machine (Shock Machine)
diretto da Saam Farahmand, Cinelab, ETC

Solcare le onde dell’oceano, cantare tra acqua e cielo, ribaltare l’orizzonte: dire le cose semplicemente è molto difficile.
È stato mediamente sottovalutato: è un autentico capolavoro.
Da Saam Farahmand per Shock Machine (il sodalizio non nasce oggi, essendo The Shock Machine un progetto di James Righton dei Klaxons, che con il regista ha una collaborazione che dura da anni) anche il notevole Open Up the Sky.

# 5

Send My Love (To Your New Lover) (Adele)
diretto da Patrick Daughters

Performance video dell’anno che, celebrando l’esibizione, sovrapponendo i diversi cantati di Adele e facendone altrettante esibizioni, propone una tessitura visiva concettualmente superba (le immagini dicono com’è strutturato il pezzo) e di marca estetica superiore. Patrick Daughters, un maestro.

# 4

Animals (Oneohtrix Point Never)
diretto da Rick Alverson

David Lopatin (OPN), con un percorso videografico tanto coerente nei presupposti quanto avanguardistico, è forse il più illuminato e lungimirante commissioning artist di questi ultimi anni. Sperimentatore di linguaggi, egli stesso videoartista, si è mosso dalle riflessioni e i percorsi di Jon Rafman nei mondi virtuali (sorta di mappatura di ambientazioni grafiche e riletture malate di fenomeni di massa: Still Life - Betamale, Sticky Drama), alla necrofila perlustrazione dei relitti analogici di Takeshi Murata (Problem Areas), fino alle riconfigurazioni in CGI di Nate Boyce e ai video-emoji di John Michael Boling (Boring Angel, un gioiello), dimostrandosi lucido, sintomatico interprete del nostro tempo, attento a tutte quelle nuove forme espressive, concettuali e tecnologiche, connesse al mondo di Internet.
Animals, col suo muoversi ambiguo in un ambito concettuale, è il weird object dell’annata, clip che sposta la poesia dal tema alla materia (il corpo iconico di Val Kilmer), in una tempesta perfetta di segni che si intona al brano e fugge qualsiasi volontà simbolica. Dirige Rick Alverson, di cui si consiglia tutto (video e film).

# 3

Famous (Kanye West)
diretto da Eli Linnetz (concept: Kanye West)

Qui

# 2

Fade (Kanye West)
diretto da Eli Linnetz

Eli Linnetz ha solo 24 anni, ma già a 17 lavorava per Kanye West: con lui dirige Famous, del quale è anche responsabile del dipartimento artistico, e si occupa della concezione scenica del Saint Pablo Tour - il palco sopraelevato -. Per Fade mette in scena, partendo da una visione di Kanye, una coreografia solitaria. Ipnotica, irresistibile. Nella sala attrezzi Teyana Taylor è un monumento di prestanza fisica, agilità, tensione, eleganza. La coda softcore vede la Taylor e il compagno Iman Shumpert, amoreggiare sotto la doccia, come in una vertigine voyeuristica di un film di DePalma. Il finale biblico, in cui si aggiunge il figlio della coppia, è una sorta di richiamo alla sacra famiglia West/Kardashian (Then I said, "What if Mary was in the club/ 'Fore she met Joseph around hella thugs?/ Cover Nori in lambs' wool/ We surrounded by the fuckin' wolves si dice in Wolves): la donna, nelle fattezze di una leonessa, protegge il suo cucciolo. Si è citato molto Flashdance, ma i riferimenti chiave sono le copertine degli Ohio Players, gli anni ‘70, l’androginia di Grace Jones e le applicazioni artistiche sul suo corpo di Jean-Paul Goude, l’estetica del porno, la Blaxploitation eccetera eccetera...
Lanciato a sorpresa agli MTV Awards, non è solo il coreografico dell’anno, è un geniale video mutante che, partendo dalla danza, finisce con l’evocare (in modo del tutto inaspettato e senza sottolinearne in alcun modo il significato) quel sacro e quel profano che costituiscono le due dimensioni tra le quali il disco di West oscilla.

# 1

Gosh (Jamie xx)
diretto da Romain Gavras

Oramai lo sappiamo: il tempo videomusicale si divide in anni in cui Gavras gira un video e anni in cui questo non accade. Era dal 2012, da Bad Girls per M.I.A. (a oggi, per chi scrive, il videoclip del nuovo millennio) che il regista franco-greco non sfornava un nuovo lavoro. Gavras – che gira solo con tracce musicali che lo ispirano, solo con artisti che stima - con Gosh ha ribaltato la logica produttiva videomusicale: non è l’industria discografica a cercare le immagini, è il videomaker che bussa alla porta del musicista e gli dice «Sai, quel brano mi piace, voglio farci un video», e poco male se, come in questo caso, la canzone un video ufficiale lo ha già (quello, bellissimo di Erik Wernquist): Jamie xx si dice onorato e il gioco è fatto.
Siamo a Tianducheng in Cina, una surreale replica di Parigi, destinata a ospitare migliaia di abitanti e oggi, invece, città fantasma. Il protagonista (albino: un segno di distinzione/ emarginazione - come sempre nel regista la diversità è esteriore per tradursi in metafora evidente -), figlio di una società evidentemente isolazionista, si trova in un club in cui, grazie a visori applicati, si vivono esperienze virtuali (il movimento degli occhi del giovane indica proprio questo). In uno di questi "viaggi" il Nostro, stupefatto e turbato, diventa il centro attrattivo di una folla di ragazzi tutti uguali che, usciti dai loro appartamenti-gabbie, lo raggiungono e lo osannano come un dio (Oh my Gosh).
Al di là della forza simbolica è, come al solito, la suprema padronanza del gesto registico quella che lascia sbigottiti, la potenza di queste immagini, il loro equilibrio estetico, l’impressionante economia della messa in scena, la sinergia con il brano musicale: una narrazione che si coagula in una visione radicale e inquietante la cui decodifica è, come sempre, demandata allo spettatore, concepita con uno stile che se rimane prossimo all’astrazione, non perde però mai contatto col reale.
Siamo lontanissimi sia dai video glamour delle icone del pop, sia dalla seminale concettualità anni Novanta che, per quanto abbia condotto a una conclamata autorialità del regista (prima solo tacita) rimaneva ancora al servizio esclusivo dell’artista musicale: video come questi, invece, rovesciano completamente il rapporto di forza tra videomaker e musicista, rompono confini, disegnano inedite mappe e aprono nuovi ambiti teorici possibili.
La rivoluzione nel campo del terzo millennio alberga in opere come questa.

ALTRE AMENITÀ

Desire (Years & Years feat. Tove Lo)
diretto da Fred Rowson

Friends (Francis and the Lights feat. Bon Iver, Kanye West)
diretto da Jake Schreier

On Hold (XX)
diretto da  Alasdair McLellan

Blood Sweat & Tears (BTS)
diretto da Lumpens

Groovy Tony (ScHoolboy Q)
diretto da Jack Begert

Pride in Prejudice (Slayer)
diretto da BJ McDonnell)

Kerala (Bonobo)
diretto da Bison

Worth It (Moses Sumney)
diretto da Allie Avital

Pull Up (ABRA)
diretto da ABRA

Virile (The Blaze)
diretto da The Blaze

REGISTA

Romain Gavras

Ninian Doff
Quentin Dupieux
Hiro Murai

RIVELAZIONE
Eli Linnetz

COMMISSIONING ARTIST

Rihanna regna: nessuno meglio di lei piega la logica virale dell’esposizione di sé a discorso poetico. Continua a giocare con la sensualità, ma con una varietà di soluzioni che lascia ammirati. Il gioco seduttivo è ovviamente esplicito (explicit) che se la faccia in un twerking video (doppio), come in un performativo spinto, o nel narrativo d’autore o nel video iconico puro in cui basta la sua presenza: indietro non si torna, il dado è tratto.
Massive Attack, un poker d’assi neanche fossero i Novanta: clip magnifici a rivendicare un passato in materia fulgido come pochi.

RIHANNA:
Work
diretto da Director X, Tim Erem

Kiss It Better  
diretto da Craig McDean

Needed me
diretto da Harmony Korine

Sledgehammer
diretto da Floria Sigismondi

This Is What You Came For (Calvin Harris)
diretto da Emil Nava

MASSIVE ATTACK:
Take It There (feat. Tricky & 3D)
diretto da Hiro Murai

Voodoo In My Blood (feat. Young Fathers)
diretto da Ringan Ledwidge

Come Near Me (feat. Ghostpoet)
diretto da Ed Morris
The Spoils (feat. Hope Sandoval)
diretto da John Hillcoat

TOP SUL TUBO

Aggiornamento sui video più cliccati della storia di YouTube
In testa c’è sempre Gangnam Style di Psy, ma non è più l’unico video musicale ad aver superato i due miliardi di visualizzazioni, anzi sembra destinato a essere raggiunto e superato. Il più accreditato al sorpasso non è tanto See You Again di Wiz Khalifa, attuale secondo posto, quanto l’ancora lanciatissimo Sorry di Justin Bieber. Nessuno fa notare, del video suddetto, che, nonostante il clamoroso successo, esso non vede presente la star canadese, particolarità che lo differenzia dai suoi diretti concorrenti.
Il quarto posto è per Upton Funk di Mark Ronson feat. Bruno Mars (l’ultimo a oggi ad aver superato i due miliardi di view) e il quinto è di Blank Space di Taylor Swift che, esaurita la sua spinta, è destinato ad essere superato da Hello di Adele, ancora molto attiva.
Tutte le prime 40 posizioni hanno superato il miliardo di view.
Justin Bieber ha ben 4 video nella top 40, i suoi diretti concorrenti (Adele, Taylor Swift, Katy Perry etc) possono vantarne al massimo due.


Luca   Pacilio
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