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TREDICI

(13 Reason Why )

Regista: Vari (creata da Brian Yorkey)
Nazione: U.S.A.
Anno Produzione: 2017
Interpreti: Dylan Minnette, Katherine Langford, Christian Navarro
Sceneggiatore: Brian Yorkey
Tratto Da: 13 Reasons Why, romanzo di Jay Asher
Numero Puntate: 13


Una ragazza liceale, Hannah Baker, si suicida. Qualche giorno dopo, un suo compagno di classe, Clay Jensen, trova un pacco sulle scale di casa; all'interno del pacco sono contenute sette cassette registrate da Hannah in cui la ragazza spiega i tredici motivi che l'hanno spinta a uccidersi, e Clay è uno di quelli.

Predica

Tratta dall’omonimo romanzo di Jay Asher, la serie di Netflix propone un’immersione in chiave problematica nel mondo adolescenziale, fondata sull’osservazione di un contesto sociale: in una scuola che pensa soltanto all’istruzione e dimentica l’educazione, che priva la trasmissione del sapere dal fattore umano, purificandolo dal risvolto emozionale, quest’ultimo finisce col germogliare altrove, in forme distorte; in una scuola in cui le soggettività vengono livellate e non aiutate a svilupparsi, in cui si pensa solo alla mente e non al cuore, il senso di rivolta, l’egoismo, l’edonismo propri di un’età prendono strade alternative, incontrollate: l’emotività, trascurata dall’istituzione, è abbandonata a se stessa. Se questa premessa suona predicatoria è perché è in quest’ottica che la serie propone il suo racconto: in Tredici è la scuola che crea le situazioni comuni nelle quali scattano i meccanismi decisivi che determinano lo sviluppo della narrazione. E, come si evince dalla conclusione della storia, è la scuola che ha fallito cercando di avocare a sé e di conformare certe personalità sfuggenti anziché comprenderle. Ed è ancora la scuola - nelle sue iniziative, nei suoi riti, nella sua disciplina, nel modo in cui organizza la vita della comunità - che fa nascere nei ragazzi un senso distorto del rispetto di sé. Di tutto questo la serie parla in maniera molto più esplicita del libro, sottolineando a ogni passaggio l’aspetto comportamentale, i suoi risvolti, il modello etico di volta in volta trasgredito e al quale invece ci si dovrebbe conformare, emergendo l’intento didattico, aspetto sovrastrutturale che, se sembra appesantire il discorso, nello stesso tempo lo caratterizza. Lo connota: perché se ciò che stiamo vedendo è un distillato di americanità, l’imperativo morale, di cui è impregnata la serie, quell’americanità la riflette in pieno. E lo fa da un lato in una maniera palese, didascalica, leggibile, dall’altra parte, con un senso della strategia ammirevole, inculcandolo attraverso l’ossequio a modelli culturalmente seducenti, che giocano per contrasto con il sermoneggiante discorso.

Lynch & post-Lynch

Il primo di questi modelli, il più riconoscibile, è David Lynch, il cui immaginario ha avuto un’influenza incalcolabile nella cultura popolare americana degli ultimi tre decenni. In Tredici sono centrali le parole di una morta, come quelle contenute nel diario di Laura Palmer in Twin Peaks, pietra angolare della narrazione televisiva a puntate: la voce di Hannah, suicida, ci dice di un’esistenza ambientata in una tranquilla cittadina, ma vissuta come un inferno. Come in Twin Peaks il liceo è il luogo d’elezione in cui cresce e matura il malessere, in cui il sistema delle regole del mondo dei grandi da un lato si palesa come autoritario, dall’altro viene messo in discussione quotidianamente: perché se i ragazzi sono praticamente adulti, non essendolo legalmente si trovano in una (finta) zona franca in cui la sregolatezza è un modus operandi; si muovono in una (finta) terra di nessuno in cui anche la sopraffazione è una possibilità esplorata, sperimentata.
Poi c’è il post-Lynch: e ci riferiamo a Donnie Darko, teen-movie deviato in mystery e saggio metaforico sul tormento adolescenziale. Come per l’opera lynchiana (la scena del teatro che rimanda palesemente a quella del Club Silencio di Mulholland Drive, solo per fare un esempio), il film di Richard Kelly è evocato non solo tematicamente (la figura di Clay richiama quella di Donnie), ma citato anche iconograficamente (la felpa, l’hood calato in testa come una maschera da supereroe per prepararsi a una missione).
Altri riferimenti sono letterari (e di riflesso cinematografici): l’intrico relazionale echeggia quello di Le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis (e il relativo film di Roger Avary), il tormento tragico rimanda a Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides (il film di Sofia Coppola), il ritratto generazionale incrocia Gus Van Sant spesso e volentieri e la presenza, tra i registi degli episodi, di Gregg Araki ci risparmia un ulteriore rimando, essendo chiara, alla luce di alcuni suoi film, la ragione del suo coinvolgimento nell’operazione.
Questo stesso accumulo di riferimenti ci riporta ancora a Twin Peaks, come sintesi di topoi riconoscibili (la soap opera era un sottotesto continuamente alluso - gli stessi protagonisti del serial lynchiano ne seguono una -).

Educarne cento

Nel mischione di epoche, quella in cui è ambientata la storia e quelle a cui si fa l’occhiolino (la scelta di registrare la propria voce sulle desuete cassette non è casuale), l’impressione è di avere a che fare con avvenimenti che si collocano fuori dal tempo, anche se i protagonisti sono indiscutibilmente calati nel contemporaneo e in quell’ansia della condivisione a tutti i costi che ha profondamente mutato lo scenario dell’inquietudine giovanile, aumentandone a dismisura la pressione (quel meccanismo lo descrive benissimo il sottovalutato e bellissimo Wasted on the Young di Ben C. Lucas, film anticipatore a vari livelli). I riferimenti ad altri tempi chiamano in causa e vanno a interrogare con ferma determinazione anche quel mondo adulto che fa da cornice al nucleo sostanziale dei fatti (e il pubblico che lo rappresenta). La malandrina selezione musicale, che predilige soprattutto la dark-wave anni 80 (in quell’epoca, con quelle canzoni, si è scritto un baedeker della disperazione adolescenziale valido ancora oggi) - e che vanta scelte tutte ponderatissime, mai banali o telefonate - finisce con l’attirare inevitabilmente una fascia di pubblico diversa da quella di elezione (i teenager). Quella dei genitori, ad esempio, ai quali, esattamente come ai figli, è rivolta questa sorta di pubblicità progresso drammatizzata lunga 13 ore, in cui, nelle forme accattivanti dette, attraverso il sottile tessuto citazionistico descritto, si dipana un racconto che non viene mai svincolato dal tema e da un certo modo significativo di proporlo. Qual è questo modo? Quello dell’opera dossier che non a caso mostra il suicidio come pratica brutale, in modo crudo ed esplicito (il ben più straziante dissanguamento viene preferito alla paventata overdose di pasticche dell’originale letterario), in cui ogni personaggio costituisce un esempio e la cui condotta incorpora il messaggio etico: Hannah ha sbagliato a suicidarsi perché, chiudendosi, non ha voluto riconoscere, tra chi le stava vicino, coloro che potevano comprenderla e aiutarla; i compagni di Hannah sbagliano perché ritengono più importante quello che si pensa di loro, di quello che si sente e si è; le autorità scolastiche sono insensibili e tendono ad autotutelarsi anziché tutelare gli studenti e, anche quando recepiscono un segnale anomalo, non fanno il necessario per prevenire episodi tragici o violenti. E poi il claim fondamentale: il bullo è dentro di te, digli di smettere. Perché, come in Velluto blu - in cui Jeffrey, prendendo atto di alcune affinità con Frank Booth, si scopre sadico -, Clay, il vero protagonista di 13, scopre che può fare del male agli altri, non solo coscientemente, con gli stessi mezzi che ha sperimentato sulla sua pelle, ma anche senza accorgersene.
Scopri il Male che si annida nella (tua) giovinezza, eccolo il messaggio del social advertising convertito in racconto di formazione: la sua scrittura ossequia lo standard edificante quanto basta per consentirsi una leggera deviazione, quella che fa la differenza, creando stridore e contrasto (ancora Lynch). E se l’intreccio mantiene la complessità e l’artificio romanzeschi, quello che emerge dal fondo della narrazione - la violenza, le angherie quotidiane, l’incomprensione, il malessere di un’età, e dunque suicidio e autolesionismo (il selfcutting), depressione, alcol & droga - ha nettezza realista e sprigiona un ampio potenziale di immedesimazione, condizione fondamentale per pervenire a quell’intento educativo di cui sopra.

Salvate Hannah

Si è fatto notare come le registrazioni degli interrogatori che vediamo nell’ultima puntata rechino una data significativa (novembre 2017). Nel momento in cui la serie va in onda, cioè, i fatti devono ancora svolgersi e Hannah è ancora viva (traduzione in messaggio: puoi salvare la Hannah che è in te o che conosci). Questo per dire anche di un adattamento calcolato al millimetro. E che surclassa in profondità e finezza la novella di partenza, giocando con intelligenza, ad esempio, il rimbalzo tra il punto di vista femminile e quello maschile (e non ci si riferisce solo ai due protagonisti) in un’età in cui le barricate tra i sessi sono nette. Una riduzione che, sempre nell’intento di porsi in maniera realisticamente problematica, evita accuratamente le facili empatie: i protagonisti di Tredici sono tanti e hanno caratteri sfumati, luci e ombre; non c’è manicheismo, c’è sempre un aspetto che ci rende respingente o attraente un personaggio. Personaggi, tra l’altro, concepiti come protagonisti di altrettanti spin-off possibili, portando avanti delle evidenti o sottintese narrazioni parallele (ancora Twin Peaks).

Struttura

Ma la cosa più interessante di Tredici è la sua struttura perché quella della serialità è una caratteristica intrinseca alla narrazione: la divisione in capitoli è parte integrante del racconto, ne costituisce la ragion d’essere. Le cassette di Hanna costituiscono una serie a tutti gli effetti e i suoi fruitori la vivono come tale. La scatola di scarpe che contiene i nastri è già l’immagine del cofanetto che conterrà i dvd che raccoglieranno Tredici.
Tredici è programmaticamente seriale fin dal titolo: 13 sono sì le ragioni del suicidio di Hannah (e quindi i personaggi e i lati delle cassette), ma sono dichiaratamente le puntate di una serie che non ha bisogno di preamboli- riassunti: lo stato dell’arte è costantemente messo in evidenza dai protagonisti, il racconto delle puntate precedenti continuamente ribadito. E quello delle puntate successive costantemente anticipato, annunciato dagli stessi personaggi («Dove sei arrivato?», «Questa cosa la scoprirai più avanti» eccetera). È interessante Tredici perché quello che è uno dei meccanismi intrinseci della serialità - la dipendenza del telespettatore, la frenesia dell’attesa della puntata successiva o il play (dico play: ►) immediato su di essa, quando la si ha a disposizione - è messo in evidenza: chi comincia ad ascoltare le cassette di Hannah non può che andare avanti, non può che farlo fino alla fine. Ed è evidente il motivo per il quale Clay non lo fa, perché non riesce a divorare la narrazione della sua amica-amata e debba continuamente interrompersi: perché a lui tocca scandire le puntate. Clay, nella serie televisiva, diventa il medium attraverso il quale la serialità televisiva fa il suo corso (non è un caso che nel romanzo, invece, egli ascolti le cassette tutte di seguito): Clay scandisce il tempo e segnala il passaggio tra presente e passato e la sua eventuale compresenza. Perché all’inizio Clay si ferisce? Perché cade dalla bicicletta, d’accordo. Ma perché si decide di farlo cadere? Perché in questo modo il nostro Virgilio avrà una ferita sulla fronte, un chiaro evidente segno che ci farà comprendere quando la narrazione è al presente e quando è al passato.

13 verità

È una meta-serie Tredici, consapevole dei suoi meccanismi concettuali e che li assorbe nel suo percorso narrativo.
Ed è interessante perché come in tante delle narrazioni di questi ultimi anni non c’è una via univoca nella quale i fatti si incanalano, ma ci sono tante diverse prospettive (un’altra differenza sostanziale col romanzo, ripiegato sul racconto di Hannah e sull’elaborazione che dello stesso fa Clay), tanti punti di vista che, moltiplicando le ipotesi e le possibilità, mettono in discussione l’andamento dei fatti. Per questo in Tredici si parla tanto di verità e di cosa sia: perché ogni personaggio porta avanti la sua.
Un discorso che, prima che essere sulla narrazione, è anche e soprattutto sul suo controllo: e infatti quella che proviene dalla voce principale, Hannah Baker, è costantemente messa in discussione. E non è un caso che la risoluzione della faccenda sia legata all’estorsione subdola di una confessione che possa finalmente avvalorare l’evento più rilevante narrato dalla giovane e funga da definitivo incrocio dei dati.
Una serie stimolante che avrebbe potuto praticare vie molto più facili e ammiccanti e che invece sceglie, coraggiosamente, di essere spigolosa.

Luca   Pacilio
Voto : 7.5
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