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WESTWORLD - Dove tutto è concesso

(Westworld )

Regista: Vari
Nazione: USA
Anno Produzione: 2016
Interpreti: Evan Rachel Wood, Thandie Newton, Jeffrey Wright, James Marsden, Ben Barnes, Clifton Collins J, Ingrid Bolsø Berdal, Luke Hemsworth, Sidse Babett Knudsen, Ed Harris, Anthony Hopkins
Sceneggiatore: Jonathan Nolan, Lisa Joy (vari)
Tratto Da: Westworld (Michael Crichton, 1973)
Numero Puntate: 10


Westworld è un costoso parco a tema western popolato da androidi. Per renderli sempre più realistici, il direttore del parco, Robert Ford, aggiorna gli androidi con delle "ricordanze".

Westworld è un prodotto molto nolaniano, nel bene ma forse, ancora di più, nel male. Il tratto distintivo del cinema d(e)i Nolan, la costruzione di un congegno narrativo sotto gli occhi dello spettatore, è forse l’elemento più macroscopico della serie. Qui il trucco principale, il prestigio, è la convivenza di due linee temporali distinte (e distanti) che consentono di costruire il plot twist basato sulla reale identità dell’Uomo in Nero (Ed Harris), ossia William (Jimmi Simpson), che da giovane si era innamorato di Dolores. Questo giocare con la forma, e soprattutto con il tempo (meglio: con la convergenza delle due linee temporali) non può non rimandare immediatamente a Memento, solo per citare l’esempio più eclatante. Con una differenza: Christopher preferisce (sempre) spiegare le regole del gioco fin dall’inizio, Jonathan – forse per esigenze seriali e influenzato da Mr. Lost, J.J. Abrams - nasconde il trucco fino (quasi) alla fine.

Altro elemento profondamente nolaniano di Westworld è l’aura di Evento che si respira dalla prima all’ultima puntata, quella profonda seriosità tendente all’Epico, quella magniloquenza tutto sommato credibile. Si tratta di una forma scaltra ed evoluta di fumo negli occhi, capace spesso di mascherare magagne di regia e scrittura più o meno macroscopiche. Perché, ecco, io non vorrei sembrare superficiale, disfattista o entrambe le cose, ma questa pur elegante, gradevole e ben recitata serie sa tanto di riuscitissimo bluff. Non che manchino contenuti degni di nota o gli aspetti interessanti, eh, sia chiaro. Solo per dirne uno, si tenta di riprodurre l’impianto narrativo aperto dei moderni videogiochi open world, in cui a una storyline principale se ne intrecciano molte altre che il giocatore è libero di esplorare e di interpretare, più o meno, a suo piacimento. Ma a parte questa “novità”, per il resto, Westworld bazzica territori già abbondantemente esplorati, solo che li tira talmente a lucido da spacciarli come qualcosa di – se non tecnicamente nuovo – molto profondo. E complesso. Ma ci sono almeno due considerazioni da fare.

La prima è che, in realtà, nella sceneggiatura di Nolan e Lisa Joy non c’è niente che non si sia già letto/visto a partire da Metropolis e Asimov per arrivare a Ex Machina, passando da Dick, Blade Runner e, insomma, ci siamo capiti. Perché si possono scomodare le neuroscienze, Julian Jaynes e Platone, ma alla fine si parla, fondamentalmente, di androidi molto sofisticati che sviluppano una (auto)coscienza e che diventano specchio del loro Creatore mentre gli si ribellano. Niente che non ci avesse detto Roy Batty, alla fine. Ovviamente è una semplificazione. Ma mica poi tanto. Solo che ci sono molti dialoghi molto pretenziosi e molto ben scritti. E Evan Rachel Wood, Thandie Newton e Jeffrey Wright sono bravissimi mentre Anthony Hopkins è sulla perenne soglia dell’overacting imploso, però, se non ci si fa troppo caso, funziona.

La seconda considerazione è che, se si scava sotto questa ottima fuffa intellettuale, si trovano fondamenta ben poco solide. Tutti i dilemmi etici ipoteticamente scatenati da Westworld negli ospiti, ad esempio, non hanno una vera giustificazione narrativa. Gli ospiti sanno perfettamente che stanno interagendo con delle macchine e quindi le decisioni, anche le più crudeli, non possono essere così rappresentative della loro personalità. L’Uomo in Nero, insomma, più che un Cattivo con la C maiuscola diventa rapidamente un ingenuotto che si prende (e prende tutto il baraccone) troppo sul serio. E a poco servono le rivelazioni finali sulla sua vera identità e le sue vere intenzioni. Senza contare che l’impossibilità dei robot di nuocere agli esseri umani rende il tutto ancora meno interessante, dentro e fuori la diegesi. Perché ovviamente, in Westworld c’è anche una forte componente meta-, esplicitata nell’ultimo episodio (Dolores e Teddy sulla spiaggia davanti al pubblico), che porta a riprodurre/replicare, negli spettatori, le emozioni/intenzioni dei personaggi. Nella fattispecie, l’Uomo in Nero, che uccide senza pietà alla ricerca di una reazione, innesca la stessa “ricerca” anche in chi guarda, ma la cosa funziona per una/due puntate, dopodiché subentra un fastidioso tedio (più in generale, la sensazione è che le puntate centrali della serie diventino quasi interscambiabili e spesso indistinguibili l’una dall’altra, all’insegna del proverbiale girare a vuoto). Stesso effetto, uguale e contrario, viene prodotto dalla love story tra William e Dolores, chiara fin dal principio e tirata un po’ per le lunghe (ovviamente, come già detto, fa parte del nodo centrale del congegno narrativo ma la sensazione di ristagno, di inoperosa stasi “in attesi di…” non cambia).

Ci sono poi almeno due elementi della sceneggiatura che si configurano quantomeno come forzature e/o veri e proprio errori e, trattandosi anch’essi di snodi narrativi chiave, non c’è da stare molto allegri. Il primo riguarda il personaggio di Meave. La facilità con cui manipola gli umani e ottiene quello che vuole non è giustificata, ma sembra una semplice necessità dello script. Script che, di nuovo, tenta di salvarsi configurando tutta la sua (meta)quest come pilotata/scritta da qualcuno ma la trovata non è sufficiente a colmare la leggerezza con cui viene maneggiata tutta la storyline. Il secondo svarione riguarda la reale identità di Bernard. Non tanto il suo status di androide (era prevedibilissimo che qualcuno dei personaggi principali si sarebbe rivelato artificiale) quanto il suo essere modellato sul co-fondatore del parco, Arnold. Il fatto che nessuno abbia una vaga idea delle fattezze di un personaggio così importante, per il parco stesso, che non lo abbia mai conosciuto né abbia mai visto una sua foto, sembra un errore di scrittura talmente marchiano da risultare quasi incredibile. Eppure non sembra che la sceneggiatura faccia qualcosa per fornire qualche spiegazione logica.

L’impressione, insomma, è che si sia puntato molto alto tralasciando, spesso, le basi, che si siano gonfiate a dismisura tematiche sedimentate in decenni di fantascienza “adulta” e che si sia, efficacemente, puntato a creare una serie/evento anche ingegnosa, capace di stuzzicare le smanie ermeneutiche e predittive degli spettatori seriali che rimpiangono i bei tempi di Lost. Ma si potrebbe quasi azzardare che, proverbialmente, la montagna ha partorito un topolino. Si tratta, certo, di un topolino molto ben camuffato da montagna. Ma è pur sempre un topolino.

Finale comunque aperto, che lascia senza risposta sufficienti interrogativi per traghettarci tranquillamente in una seconda stagione, con citazioni in extremis del Westworld originale di Crichton (l'esistenza di altri parchi tematici) la cui presenza, comunque, aleggia nella serie più di quanto sembri a un primo sguardo superficiale, sia a livello iconografico (gli ambienti asettici del quartier generale del parco, Ed Harris / Yul Brynner) che a livello tematico, dato che il film del 73 suggeriva, senza però tacere, quello che la serie del 2016 ribadisce e chiarisce con tante – forse troppe – belle parole.

Gianluca   Pelleschi
Voto : 6.5
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