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BLACK MIRROR - Stagione 3

(Black Mirror )

Regista: Vari
Nazione: U.S.A. / U.K.
Anno Produzione: 2016
Interpreti: Bryce Dallas Howard, Wyatt Russell, Alex Lawther, Mackenzie Davis, Malachi Kirby, Kelly Macdonald
Sceneggiatore: Charlie Brooker
Numero Puntate: 6


Storie di futuri prossimi ed estremamente possibili, in cui il rapporto tra uomo e tecnologia assume nuove e più esasperate forme, dando luogo a imprevedibili conseguenze.

Nel dicembre del 2011 su Channel 4 va in onda “The National Anthem”, primo episodio di Black Mirror che introduce al pubblico la serie creata da Charlie Brooker, figura polivalente quanto geniale del panorama televisivo inglese, già responsabile del gioiello Dead Set. Dal primo, e con i successivi 6 episodi, la serie si distingue per l'identità ben precisa: antologica e leggermente ispirata a The Twilight Zone, a partire da un tema generale – il rapporto tra uomo e tecnologia – Black Mirror immaginava futuri distopici differenti per ogni capitolo, con l'obiettivo di svelare le ossessioni legate al nostro rapporto con i dispositivi tecnologici, alla conseguente dipendenza da essi, al controllo sociale che ne deriva e alla dialettica tra spazio pubblico e spazio privato in ambito online.
Fino a qualche settimana fa Black Mirror contava due stagioni da tre episodi ciascuna (più un episodio speciale di Natale, trasmesso dopo la seconda stagione, leggermente più lungo), all'interno delle quali è possibile rintracciare tre filoni tematici, che ne scandiscono perfettamente i sei episodi dividendoli in tre coppie: il rapporto tra politica e tecnologia (“The National Anthem” e “The Waldo Moment”); la relazione tra tecnologia e controllo sociale, che richiama le classiche tematiche orwelliane sfruttatissime anche al cinema (“15 Millions of Merits” e “White Bear”); il ruolo della tecnologia nelle relazioni umane e sentimentali (“The Entire History of You” e “Be Right Back”).

Nel settembre del 2015 – una decina di mesi dopo la trasmissione dello speciale settimo episodio, “White Christmas” – Netflix annuncia di aver acquistato i diritti per realizzare una terza stagione di ben dodici episodi; successivamente, a pochi mesi dalla distribuzione globale della stagione, si ufficializza anche la divisione in due blocchi da sei puntate ciascuno. A partire da questo sconvolgimento produttivo (che potrebbe a prima vista apparire lieve) Black Mirror cambia anima e si trasforma, pur rimanendo nel solco di una tradizione di successo che sarebbe stato folle non percorrere: i cambiamenti sono sostanziali e per ridurli a una sola espressione di partenza potremmo dire che lo show passa dall'essere un prodotto locale a uno spiccatamente globale. Tuttavia si tratta di un'affermazione da prendere con le molle perché la Black Mirror di Channel 4, pur essendo una produzione britannica, fin da subito è stata progettata per l'esportazione; così come la nuova stagione targata Netflix, nonostante la sua destinazione globale, mantiene ancora un forte identità British.
L'acquisto di Netflix innesca però una serie di mutamenti che ridefiniscono leggermente l'identità della serie e che hanno a che fare con le risorse economiche, con il concetto di autorialità, con la libertà di formato consentita dal modello distributivo, con il registro estetico e narrativo scelto e soprattutto con il nuovo pubblico a cui la serie si rivolge; non è un caso che per l'anteprima del Toronto International Film Festival siano stati scelti “Nosedive” e “San Junipero”, i due episodi più discordanti con l'estetica classica di Black Mirror.
Innanzitutto, cambia radicalmente il budget a disposizione e questo consente l'incremento del numero di episodi, cui consegue una nuova visione strutturale della serie che investe di un'importanza maggiore l'ordine degli stessi: come ha dichiarato anche l'autore, una delle sfide di questo nuovo corso stava nel bilanciare il tono e la tematica di ciascun capitolo per creare una sequenza il più possibile organica ed equilibrata.
Le maggiori risorse a disposizione permettono anche di accaparrarsi personalità creative di alto livello da affiancare alla presenza costante del guru Brooker, forse il più lampante cambiamento (che si intuiva già al momento della presentazione di autori, cast e titoli dei singoli episodi, qualche mese prima della messa online): siamo di fronte al tentativo di un nuovo tipo di autorialità, in particolare per quanto riguarda il ruolo del regista.
Il primo episodio, “Nosedive”, è diretto da Joe Wright – talentuoso regista britannico apprezzatissimo negli Stati Uniti – che effettua un lavoro di cesello sulla messa in quadro, in particolare per quanto riguarda la simmetria dei fotogrammi e l'uso dei primi piani, ma più di ogni altra cosa si concentra sui cromatismi, insistendo sulle tonalità pastello che sottolineano allo stesso tempo l'ingenuità e la superficialità di alcuni personaggi così come il candore che maschera la violenza delle azioni a cui si assiste.
Il secondo episodio, “Playtest” è invece diretto da Dan Trachtenberg, giovane regista americano dal promettente futuro, esperto di gaming e nuove tecnologie fattosi conoscere a livello internazionale grazie a 10 Cloverfield Lane, uno degli horror più brillanti di questa stagione. Come nel film prodotto da J.J. Abrams, l'episodio è estremamente metanarrativo e si inserisce in quel filone autoriflessivo del genere che anche altri giovani autori, come Drew Goddard con Quella casa nel bosco, stanno contribuendo a far crescere. A questo l'autore aggiunge quell'atmosfera claustrofobica che pare essere una sua marca autoriale e che in “Playtest” si incastra perfettamente con la riflessione sull'augmented reality.

Con l'aumentare degli episodi sorge anche la possibilità di lavorare sui generi, fino a questo momento quasi totalmente esclusi da Black Mirror, che non ha mai scelto di confrontarsi in maniera decisa con un vero e proprio genere nonostante sia stata spesso superficialmente associata alla fantascienza distopica.
Già la seconda puntata mostra un tentativo concreto di comunicare con gli spettatori di tutto il mondo attraverso il linguaggio dei generi a loro familiari: “Playtest” dialoga con il cinema dell'orrore utilizzandone le atmosfere e i presupposti estetico-narrativi, per ragionare sull'emersione delle più intime paure umane in una situazione di realtà aumentata.
L'altro episodio che emerge come una decisa riflessione sui codici di genere è il quinto, “Man Against Fire”, esperimento sociale travestito da war movie in cui l'eugenetica viene trattata attraverso l'assuefazione all'omicidio da parte dei soldati. Il genere bellico – di cui vengono utilizzati i principali topoi: dall'addestramento alle punizioni, dalla disumanizzazione della violenza all'infallibilità del cecchino – è perfetto per discutere sul diritto di togliere la vita ad altri individui, sull'insensibilità alla morte di chi è “diverso” e nemico, sulla necessità di condizionare il punto di vista del soldato per renderlo più efficiente e spietato.

Un'altra questione centrale nell'analisi di questa nuova stagione riguarda il rapporto con i filoni tematici che caratterizzavano le prime due annate, con cui sarebbe stato stupido e autolesionista non dialogare.
Il filone che chiama in causa la relazione tra tecnologia e controllo, che collegava “15 Millions of Merits” e “White Bear”, è particolarmente presente nello sviluppo di alcuni dei nuovi episodi, soprattutto “Shut Up and Dance”. Un episodio che può anche essere letto come una rivisitazione di “The National Anthem”, ma in cui al posto del più importante politico nazionale, la vittima è la gente comune: una variazione che posiziona l'episodio più nettamente nel filone che collega la tecnologia alla dialettica tra pubblico e privato, discutendo così di privacy nei media contemporanei. Il dettaglio agghiacciante di “Shut Up and Dance” è che, a differenza di quasi tutti gli altri episodi, non opera alcuna forzatura sulle tecnologie esistenti e anzi sposta la riflessione da un futuro possibile a un terribile e ancora più disturbante presente. La chiusura con “Exit Music (For a Film)” dei Radiohead rappresenta l'epilogo perfetto di un racconto davvero difficile da dimenticare, dove non esistono reali vittime e dove tutti sono sono almeno in parte carnefici.

Il numero maggiore di episodi e l'aumento del budget a disposizione hanno dunque influito sull'evoluzione dell'estetica della serie, dando la possibilità di proporre episodi che sia nelle atmosfere sia nella messa in scena offrono un prodotto decisamente innovativo rispetto al passato. Quella che era a tutti gli effetti un'identità fortissima proprio perché monolitica, viene quest'anno fatta deflagrare alla ricerca di una diversificazione, in cui trova inaspettatamente spazio una prospettiva ottimistica un tempo sempre negata allo spettatore.
I due episodi presentati a Toronto sono da questo punto di vista emblematici della nuova anima della serie e forse non è un caso che siano entrambi legati al filone sulle conseguenze dell'evoluzione e della pervasività della tecnologia sui sentimenti umani. “Nosedive” è senza dubbio un segmento narrativo fortemente ansiogeno e inquietante, ma rappresenta anche il viaggio dell'eroe di una protagonista femminile che nel finale ottiene la sua rivincita, coronata dallo splendido corteggiamento in cella che assume le fattezze di un turpiloquio liberatorio.
“San Junipero” va forse ancora più oltre, proponendo per la prima mezz'ora un worldbuilding di eccellente qualità e soprattutto situato per la prima volta, in modo a dir poco spiazzante, nel passato; è però la seconda metà dell'episodio a ribaltare il tavolo, con uno sviluppo che (in piena antitesi con la tradizione) illumina di speranza la narrazione – anche a costo di cavalcare un romanticismo affrontato non sempre con soluzioni raffinate, a partire dall'uso della colonna sonora – e si conclude in maniera splendidamente climatica con l'immagine del cimitero dei chip in cui gli individui sono consegnati a un eterno paradiso virtuale.

Tornando alla riflessione iniziale sull'ordine degli episodi, questa terza stagione si chiude con un capitolo paradigmatico per quanto concerne la sequenzialità dei segmenti narrativi, che da un lato si collega tematicamente a ciò da cui tutto ha avuto inizio (“The National Anthem”) ma dall'altro costruisce un ponte con “White Christmas”, l'episodio speciale di Natale che ha preceduto il passaggio da Channel 4 a Netflix.
“Hated in the Nation” è un episodio che, sfruttando le possibilità offerte dalla nuova piattaforma, tracima oltre la naturale misura dell'episodio tradizionale assumendo connotazioni a tutti gli effetti “da speciale”. Si tratta di un vero e proprio lungometraggio di un'ora e mezza, che anche per questa ragione mostra tutte le caratteristiche che rendono peculiare questa stagione: è realizzato con un budget decisamente più alto rispetto agli altri, è interpretato da un'attrice di forte richiamo internazionale come Kelly McDonald (Boardwalk Empire, Trainspotting) ed esattamente come “White Christmas” intercetta più di un filone della Black Mirror del passato, quello su tecnologia e controllo ma anche quello su media e politica; in più, la storia si declina sui binari di un genere ben riconoscibile, il buddy cop, mettendo in scena una sorta di versione al femminile di True Detective e come nel caso di “San Junipero” e “Nosedive”, è caratterizzato da un finale in cui, nonostante l'assoluta tragicità del plot, non si nega allo spettatore un barlume di speranza.

Non è facile interpretare questa terza annata di Black Mirror, così attesa da pubblico e critica ma così tanto differente da tutto ciò a cui la serie ci ha abituato. La prima (e non del tutto errata) impressione è sicuramente quella di una serie con meno mordente, quantomeno per i parametri del passato, giustificata però dall'obiettivo di un nuovo pubblico da conquistare con registri stilistici meno divisivi; manca certamente la cattiveria del passato, anche per via del fatto che il successo planetario ha reso la serie molto influente sul panorama televisivo mondiale smorzando l'effetto del fattore novità.
Tuttavia questo nuovo corso porta con sé una serie di fattori di eccezionalità del tutto nuovi, arricchendo la serie grazie all'apporto di più voci creative. Il ricorso al linguaggio dei generi, la possibilità di realizzare un prodotto più spettacolare grazie a disponibilità economiche maggiori e la volontà di intercettare il grande pubblico attraverso interpreti di richiamo non sono in alcun modo eludibili nell'analisi di quest'annata. A proposito di quest'ultimo punto, è impossibile immaginare un episodio come “Nosedive” senza la presenza dell'eccellente Bryce Dallas Howard, la quale offre un'interpretazione davvero perfetta. Stesso discorso per “San Junipero” – uno degli episodi più amato dal pubblico – che avrebbe avrebbe sicuramente bucato meno lo schermo senza la struggente interpretazione di McKenzie Davis, diva della serialità televisiva grazie al gioiello Halt and Catch Fire.

In ultimo c'è da sottolineare l'entrata decisa di una tematica trasversale, quella del gaming, che intercetta tutti gli episodi della stagione in maniera più o meno esplicita affermandosi come la vera grande novità dal punto di vista concettuale. Oltre alla realtà virtuale di “Playtest” e al first person shot di “Man Against fire”, il tema del gioco abbraccia tutti gli episodi ragionando sul sottile limite che separa lo spazio dell'intrattenimento dalla vita reale, risultando particolarmente efficace nel descrivere alcuni fenomeni collettivi contemporanei, come ad esempio l'economia della reputazione ritratta nell'episodio diretto da Joe Wright.
A conti fatti forse è proprio questo macro-tema a rappresentare il più originale lascito di questa stagione riguardo alla riflessione di Charlie Brooker sulla tecnologia e i dispositivi mediali nella società contemporanea.

Attilio   Palmieri
Voto : 8
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